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Polymarket è stata costretta a chiudere la pagina in cui faceva scommettere sull’imminente apocalisse nucleare Si poteva fare una di due scelte: la bomba esploderà entro la fine di marzo? Oppure entro giugno dell'anno prossimo?
Ars Technica ha cancellato un articolo che condannava l’uso dell’AI dopo che si è scoperto che conteneva citazioni inventate dall’AI L'autore del pezzo si è scusato e ha detto che da ora in poi non si fiderà più delle citazioni suggerite da ChatGPT.
A distanza di due giorni l’una dall’altra sono spuntate due nuove opere attribuite a Michelangelo Una è un dipinto intitolato "Pietà Spirituali", l'altra un busto marmoreo del Cristo Salvatore. La storia della loro attribuzione al Buonarroti è piuttosto avventurosa.
L’agenzia meteorologica giapponese fa delle previsioni esclusivamente dedicate alla fioritura dei ciliegi Quelle di quest'anno dicono che i fiori sbocceranno con un certo anticipo rispetto al solito: i primi arriveranno tra meno di due settimane.
C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento e che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
In Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino, ci sarà la prima colonna sonora composta da Damon Albarn E ha spiegato che lavorare a questo film gli ha fatto capire che le intelligenze artificiali non saranno mai capaci di fare musica vera.
Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".

La parola dell’anno?

La rivoluzione delle Pussy Riot è avere portato la parola "pussy" su tutte le prime pagine del mondo

04 Settembre 2012

Ci tocca aspettare quattro mesi, forse qualche giorno in meno. Poi sui maggiori quotidiani italiani inizierà il consueto gioco di fine anno: qual è stata la parola più rappresentativa di questo 2012 che sta per finire? Ci saranno liste, sondaggi, word cloud. Non è poi così improbabile pensare che ancor più di “crisi”, “spread”, “eurobond”, “Ilva”, la rivelazione dell’anno sia lei: la vagina.

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È necessaria una premessa: questo articolo contiene volgarità, ma non può essere altrimenti. Non è “necessario” perché vuole divertire, o perché vuole scandalizzare. È necessario perché di volgarità si sta trattando.

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La parola sarebbe scritta nella sua versione inglese (che suona un po’ più dolce, edulcorata, ma cambia il significante, non il significato: qui non si può andare “lost in translation”, proprio no): pussy. Perché? Perché la vera rivoluzione delle Pussy Riot, attiviste russe che hanno fatto parlare più di mezzo mondo dello sbilenco concetto di democrazia nella Russia putiniana, è aver portato una parolaccia – una delle più volgari – sulle prime pagine dei più autoritari media in giro per il globo. Come segnala Slate, non è stato così da subito. A giugno, prima che esplodesse il caso e l’attesa del processo montasse l’attenzione mediatica, il LA Times descrisse le tre (Maria, Yekaterina e Nadezhda) come «membre di un gruppo punk femminista dal nome profano». In agosto non era più possibile nascondersi, e “pussy” era lì, a campeggiare tra un Romney e una Merkel. Pure il New York Times non ci ha pensato due volte, e ha servito in prima pagina la… figa (ancora: è singolare anche per chi scrive, fidatevi, eppure questo strano esercizio s’ha da fare: almeno per capire cosa esattamente prova un anglofono a leggere “pussy” in un articolo di politica estera).

E dire che la stampa Usa non è – generalmente – propensa a strappi alla regola della politically correctness, almeno per quanto riguarda la profanità e il turpiloquio. Quando, ad esempio, Kobe Bryant si rivolse a un arbitro dandogli del “faggot” (frocio, qui da noi si dice senza troppi problemi anche in Nazionale), i media parlarono della “F-bomb”. Che, rimanendo nell’ambito della metafora bellica, non viene pronunciata ma “sganciata” (dropped): la scelta semantica suggerisce la singolarità e la straordinaria (leggi: fuori dall’ordinario) gravità del gesto.

Facciamo un gioco: se in Italia venissero arrestate tre ragazze chiamate “Rivolta della Figa”, che succederebbe? Ce la farebbero, un Corriere o una Repubblica, a sbattere in prima pagina l’ardito organo? Non abbiamo prove. Io credo di no. Sono convinto che nascerebbero acronimi furbetti (“RdF”) o classificazioni (“le Femen italiane”, o, addirittura, “Pussy Riot italiane”, senza rendersi conto che si sta dicendo – quasi – la stessa cosa) che verrebbero subito adottati e battezzatti “ufficiali” grazie a quegli strani fenomeni italiani che trasformano un venticello Beatrice o un anticiclone Caronte da boutade ad abitudine linguistica. La parola “f.” (la chiamiamo “bomba-F”?) verrebbe probabilmente utilizzata soltanto negli interni, e soltanto per dovere di cronaca, magari specificandolo.

Ma come, non è l’Italia il paese del turpiloquio, dell’insulto, perfino della bestemmia che fa tanto “colore regionale”? Certo che lo è. “Culona” in prima pagina ci va, eccome, anche se solo su una certa stampa (questo un articolo di Libero di sabato 1/9). Per non parlare del campionario travaglino, meno canonicamente volgare ma persino più razzista: il Banana (Berlusconi), Giuliano l’Aprostata (Ferrara), Pierluigi Cerchiobottista (Pigi Battista). E ha ragione da vendere Ferrara stesso quando, scherzando su La7, si chiede perché non può dire “fottutissimo” se a un altro è permesso di usare “zombie” come insulto.

Eppure nemmeno un evento fondamentale della storia recentissima (che piaccia o no è così: e a chi scrive non piace affatto) è riuscito a sdoganare una parola innocente come “vaffanculo”. Le iniziative di Grillo sono chiamate V-day, “vaffa- day”, e “mandare a quel paese” è ancora, ipocritamente e macchiettisticamente, il giro di parole più utilizzato.

Eppure perché “pussy” ci sembra più innocente di “f.”? Perché ha una gamma di significati più larga, certo: è sinonimo per gatto, ad esempio. È certamente più diffuso nella letteratura e nel cinema rispetto alla sua variante italiana. Eppure ha delle accezioni che l’italiano “f.” non ha, se non regionalmente: è razzista (doppiamente, per di più). Un uomo che venga etichettato come “pussy” è una checca, un debole, un vile. E in quest’accezione “pussy” si trasforma da organo a metonimia del genere femminile, assumendo anche una forte connotazione sessista. E poi c’è la discriminante forse più grande: pussy ci sembra meno volgare perché nella traduzione ci poniamo su di un altro piano, necessariamente distorto, per il quale, detto banalmente, tradurre è un po’ tradire.

Insomma, dov’è, in fin dei conti, il punto? Il punto è che probabilmente questa è una piccola rivoluzione, se non culturale almeno linguistica, o la prima breccia di una crepa che – è fisiologico? – si farà strada presto o tardi. Ciò che è sostanzialmente doveroso segnalare è: ehi, sulle prime pagine di tutto il mondo c’è scritto “figa”. Non è divertente?

Foto MARCUS BRANDT/AFP/GettyImages

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