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Acne Paper ha messo in mostra per la prima volta 70 disegni di René Bouché che ritraggono 70 donne che hanno fatto la storia Tra i ritratti dello storico illustratore di Vogue compaiono i volti di Lee Radziwill, Billie Holiday, Helena Rubinstein e Babe Paley.
Adesso anche TikTok fa la sua classifica dei bestseller Uscirà ogni mese e incrocerà le vendite dei libri con le visualizzazioni che i contenuti dedicati a quel libro ottengono sul social.
Quentin Tarantino ha fatto di tutto per fare il film crossover di Django e Zorro, ha convinto un produttore a finanziarlo ma all’ultimo momento ha detto che lui non ha voglia di dirigerlo Film basato, tra l'altro, su un fumetto scritto dallo stesso Tarantino. Che però, a quanto pare, di tornare sul set non vuole proprio saperne.
Il MoMA di New York ha organizzato una gara di sosia di Marcel Duchamp e della sua alter ego Rrose Sélavy Anche uno dei più importanti e prestigiosi musei del mondo cede al trend dei lookalike contest. L'appuntamento per i sosia è a New York il 30 aprile.
Dopo anni di digitalizzazione, la Svezia reintrodurrà carta e penna nelle scuole per contrastare il crescente analfabetismo di ritorno degli studenti Dopo che nel 2019 era stato deciso l'uso dei dispositivi digitali persino negli asili, ora il Paese spenderà oltre 200 milioni di euro in libri "veri e propri" da usare nelle scuole.
Il Cancelliere tedesco Mertz ha detto che nei colloqui di pace la diplomazia iraniana sta surclassando quella statunitense Secondo Merz, gli Usa hanno gravemente sottovalutato l'Iran e adesso non sanno come uscire da una situazione di stallo che loro stessi hanno creato.
Dopo quasi tre anni di distruzione, due ragazzi hanno aperto la prima nuova libreria di Gaza Si chiama Phoenix Library ed esiste grazie all'incessante lavoro di Omar Hamad e Ibrahim Massri.
Bon Iver ha fondato una cover band di Bob Dylan e l’ha chiamata Bon Dylan Band che farà soltanto due concerti, il 24 e il 25 luglio a Eau Claires, Wisconsin, città in cui Bon Iver ha vissuto tutta la vita.

La parola dell’anno?

La rivoluzione delle Pussy Riot è avere portato la parola "pussy" su tutte le prime pagine del mondo

04 Settembre 2012

Ci tocca aspettare quattro mesi, forse qualche giorno in meno. Poi sui maggiori quotidiani italiani inizierà il consueto gioco di fine anno: qual è stata la parola più rappresentativa di questo 2012 che sta per finire? Ci saranno liste, sondaggi, word cloud. Non è poi così improbabile pensare che ancor più di “crisi”, “spread”, “eurobond”, “Ilva”, la rivelazione dell’anno sia lei: la vagina.

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È necessaria una premessa: questo articolo contiene volgarità, ma non può essere altrimenti. Non è “necessario” perché vuole divertire, o perché vuole scandalizzare. È necessario perché di volgarità si sta trattando.

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La parola sarebbe scritta nella sua versione inglese (che suona un po’ più dolce, edulcorata, ma cambia il significante, non il significato: qui non si può andare “lost in translation”, proprio no): pussy. Perché? Perché la vera rivoluzione delle Pussy Riot, attiviste russe che hanno fatto parlare più di mezzo mondo dello sbilenco concetto di democrazia nella Russia putiniana, è aver portato una parolaccia – una delle più volgari – sulle prime pagine dei più autoritari media in giro per il globo. Come segnala Slate, non è stato così da subito. A giugno, prima che esplodesse il caso e l’attesa del processo montasse l’attenzione mediatica, il LA Times descrisse le tre (Maria, Yekaterina e Nadezhda) come «membre di un gruppo punk femminista dal nome profano». In agosto non era più possibile nascondersi, e “pussy” era lì, a campeggiare tra un Romney e una Merkel. Pure il New York Times non ci ha pensato due volte, e ha servito in prima pagina la… figa (ancora: è singolare anche per chi scrive, fidatevi, eppure questo strano esercizio s’ha da fare: almeno per capire cosa esattamente prova un anglofono a leggere “pussy” in un articolo di politica estera).

E dire che la stampa Usa non è – generalmente – propensa a strappi alla regola della politically correctness, almeno per quanto riguarda la profanità e il turpiloquio. Quando, ad esempio, Kobe Bryant si rivolse a un arbitro dandogli del “faggot” (frocio, qui da noi si dice senza troppi problemi anche in Nazionale), i media parlarono della “F-bomb”. Che, rimanendo nell’ambito della metafora bellica, non viene pronunciata ma “sganciata” (dropped): la scelta semantica suggerisce la singolarità e la straordinaria (leggi: fuori dall’ordinario) gravità del gesto.

Facciamo un gioco: se in Italia venissero arrestate tre ragazze chiamate “Rivolta della Figa”, che succederebbe? Ce la farebbero, un Corriere o una Repubblica, a sbattere in prima pagina l’ardito organo? Non abbiamo prove. Io credo di no. Sono convinto che nascerebbero acronimi furbetti (“RdF”) o classificazioni (“le Femen italiane”, o, addirittura, “Pussy Riot italiane”, senza rendersi conto che si sta dicendo – quasi – la stessa cosa) che verrebbero subito adottati e battezzatti “ufficiali” grazie a quegli strani fenomeni italiani che trasformano un venticello Beatrice o un anticiclone Caronte da boutade ad abitudine linguistica. La parola “f.” (la chiamiamo “bomba-F”?) verrebbe probabilmente utilizzata soltanto negli interni, e soltanto per dovere di cronaca, magari specificandolo.

Ma come, non è l’Italia il paese del turpiloquio, dell’insulto, perfino della bestemmia che fa tanto “colore regionale”? Certo che lo è. “Culona” in prima pagina ci va, eccome, anche se solo su una certa stampa (questo un articolo di Libero di sabato 1/9). Per non parlare del campionario travaglino, meno canonicamente volgare ma persino più razzista: il Banana (Berlusconi), Giuliano l’Aprostata (Ferrara), Pierluigi Cerchiobottista (Pigi Battista). E ha ragione da vendere Ferrara stesso quando, scherzando su La7, si chiede perché non può dire “fottutissimo” se a un altro è permesso di usare “zombie” come insulto.

Eppure nemmeno un evento fondamentale della storia recentissima (che piaccia o no è così: e a chi scrive non piace affatto) è riuscito a sdoganare una parola innocente come “vaffanculo”. Le iniziative di Grillo sono chiamate V-day, “vaffa- day”, e “mandare a quel paese” è ancora, ipocritamente e macchiettisticamente, il giro di parole più utilizzato.

Eppure perché “pussy” ci sembra più innocente di “f.”? Perché ha una gamma di significati più larga, certo: è sinonimo per gatto, ad esempio. È certamente più diffuso nella letteratura e nel cinema rispetto alla sua variante italiana. Eppure ha delle accezioni che l’italiano “f.” non ha, se non regionalmente: è razzista (doppiamente, per di più). Un uomo che venga etichettato come “pussy” è una checca, un debole, un vile. E in quest’accezione “pussy” si trasforma da organo a metonimia del genere femminile, assumendo anche una forte connotazione sessista. E poi c’è la discriminante forse più grande: pussy ci sembra meno volgare perché nella traduzione ci poniamo su di un altro piano, necessariamente distorto, per il quale, detto banalmente, tradurre è un po’ tradire.

Insomma, dov’è, in fin dei conti, il punto? Il punto è che probabilmente questa è una piccola rivoluzione, se non culturale almeno linguistica, o la prima breccia di una crepa che – è fisiologico? – si farà strada presto o tardi. Ciò che è sostanzialmente doveroso segnalare è: ehi, sulle prime pagine di tutto il mondo c’è scritto “figa”. Non è divertente?

Foto MARCUS BRANDT/AFP/GettyImages

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