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Come i libri hanno sconfitto il Kindle

L'oggetto che avrebbe dovuto rivoluzionare il nostro modo di leggere compie 10 anni. Perché continuiamo a preferire la carta?

Per capire come sta il Kindle a 10 anni dal suo esordio, e quindi le ragioni del suo insuccesso, bisogna pensare al modo in cui leggiamo oggi. Cosa leggiamo, e come, e perché. Le influenze che determinano il nostro rapporto coi libri sono tantissime. Un esempio: i dati pubblicati un mese fa nel Rapporto sullo stato dell’editoria di Buchmesse, la fiera del libro di Francoforte, rivelano profonde differenze tra i lettori più giovani in relazione alle abitudini di lettura dei genitori: leggono il 65% dei ragazzi con genitori lettori, ma solo il 27% di quelli con genitori non lettori.

«I genitori sono decisivi», c’è scritto nel rapporto, «e sarebbe importante aiutare le famiglie con la detrazione fiscale dei libri». Penso al mio caso: mio padre ha iniziato a leggere dopo la pensione, quando io ero già adulta (rubando i miei libri). Mia madre è una lettrice (lo era, anzi, fino a un paio di anni fa, prima che le regalassero un cellulare Android) ma di cazzate: dall’ultimo di Sveva Casati Modignani a La bambina sulla scogliera, non se ne perde uno. Eppure avrebbe riempito di gioia gli autori del Rapporto di Francoforte: quando entravo con lei in libreria (e solo lì) mi incoraggiava a non badare a spese.

Se raccontassi a uno psicologo questo aneddoto mi direbbe che il mio rifiuto per il Kindle e il conseguente ritorno alla carta è da imputare a motivazioni affettive: l’immagine dei libri comprati e accumulati mi collega alla gioiosa abbondanza di un’infanzia felice. Ma non è esattamente così. Ci sono altri fattori in gioco. Ad esempio il modo in cui si occupa il tempo. Negli ultimi anni ho lavorato in una boutique, prima, e in una galleria d’arte, poi, e il mio modo di leggere è cambiato con il passaggio da un’occupazione all’altra. Nel primo caso facevo un lavoro fisico. I miei occhi erano liberi di vagare per spazi dolcemente illuminati. Ogni sera, quando tornavo a casa, mi attaccavo al mio Kindle. I libri di carta non li leggevo quasi più: al loro posto c’era quell’unico, brutto giocattolo di plastica nera. I motivi erano diversi. Innanzitutto avevo pochi soldi: per continuare a leggere molti libri (e cioè tenermi legata all’immagine di un’infanzia bla bla bla) dovevo rinunciare alla loro fisicità e puntare sui meri contenuti, decisamente più economici.

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In più quel brutto coso nero mi permetteva di acquistare velocemente, anzi immediatamente, libri stranieri. A parte certi volumi che ho voluto per forza possedere (come rinunciare alla stupefacente copertina e alla strana impaginazione del malloppo di Dave Eggers?) e nonostante le edizioni straniere fossero sempre bellissime (a differenza di quelle nostrane, normalmente orribili) compravo tutto in versione ebook per poterlo leggere senza aspettare: il muro invisibile che separava la recensione letta su internet dalla comparsa della prima pagina sotto i miei occhi era scavalcabile in pochi secondi. In più il Kindle non occupava spazio, e visto che vivevo lontano da casa, mi piaceva immaginare di tornare leggera: la mente piena e la valigia vuota. Un altro lato positivo era che potevo leggere dei mattoni immensi comodamente sull’autobus o in metro: L’uomo senza qualità, Infinte Jest, La Bibbia (in questo caso c’era anche il pro della segretezza) tutta roba che a un certo punto ho abbandonato, ma senza provare il senso di colpa del tomo che ti fissa dalla mensola, ricordandoti che sei debole, ottuso e incapace di concentrarti.

Lavorare in una galleria d’arte, invece, consisteva nel passare 8 ore al giorno davanti alla superficie piatta di un iMac gigantesco. Il mio sguardo rimbalzava da quello schermo abbagliante ai piccoli, stupidi avvenimenti che si manifestavano sullo schermo del mio cellulare, e molto spesso, la sera, approdava di nuovo su uno schermo, quello del mio MacBook Air, per assorbire le immagini in movimento di film e serie tv. Nei rari casi in cui avevo l’energia mentale per leggere, l’ultima cosa che avrei fatto era mettermi davanti a un altro schermo. E allora la carta era come una doccia bollente per i miei occhi: un vero sollievo, rilassante e riposante. Era come scendere da una giostra che girava troppo veloce e sentire l’asfalto fermo e stabile sotto i piedi. Per questo l’arte e i libri non possono morire: il nostro sguardo ha sempre più bisogno di riposo, di una dimensione altra in cui rifugiarsi per evadere dalla piatta luminosità di queste superfici. La carta e lo spazio reale rimarranno i luoghi che chi ha intenzione di mantenere o migliorare la propria salute mentale inevitabilmente finirà per raggiungere.

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Personalmente trovo noiosi gli elenchi che decantano i piaceri della carta: le sottolineature a matita, le dediche scritte a mano, il gesto dello sfogliare le pagine, le orecchie, eccetera. Mi sembra un po’ come dire che era più struggente chiamarsi dalle cabine telefoniche o dal telefono fisso, arrotolandosi il filo a forma di molla tra le dita. Se il Kindle non ha avuto il successo che temevamo (vi ricordate? C’era chi profetizzava la sparizione graduale dei libri di carta – sembrava non potesse succedere altro – quel nuovo oggetto, in grado di contenere centinaia e centinaia di titoli, era andato sold out nelle sue prime 5 ore di vita), se ha fallito, insomma, non è soltanto perché è più bello leggere un libro vero. Sì, citofonarsi e parlare col fisso era decisamente più dignitoso, e allora perché stiamo incollati a WhatsApp e la gente fa la fila per l’iPhone X? Perché ce l’hanno tutti e non se ne può fare a meno ma anche perché è uno status symbol, un oggetto del desiderio.

Uno dei tanti problemi del Kindle, infatti, è la sua bruttezza. Anche l’ultimo modello, quello che festeggia i 10 anni e dovrebbe essere waterproof (sai che emozione, quante probabilità ci sono che ci rovesci sopra un bicchiere d’acqua?) si distingue per obsolescenza estetica. Vi sfido, poi, a provare a divertirvi coi gadget per personalizzarlo, come si fa con la cover del telefono. La gallery di prodotti su Amazon è un museo degli orrori (bastano due parole per rendere l’idea: similpelle arancione). Come nota giustamente il Guardian, possedere certi libri, invece, fa figo almeno quanto possedere un iPhone X (e anche se c’è chi ha letto tutto Proust sul cellulare, a quanto pare non siamo ancora pronti a fondere le due cose). Basta guardare cosa succede su Instagram (#bookstagram) dove proliferano immagini che sfruttano l’aspetto estetico dell’oggetto libro accostato a tazzine, piantine e cookies, o che lo usano per rivendicare un’appartenenza: ad esempio tutte le wannabe femministe che nei loro profili hanno ostentato la bella copertina nera, verde e rosa di I Love Dick. Io, invece, che l’ho letto sul Kindle come avrei potuto farmici un selfie?

Ma gli ebook rimangono utili, sottolinea il Guardian: ad esempio succede che vengano usati come terreno di prova, un po’ lo stesso meccanismo con cui Frank Ocean e The Weeknd hanno diffuso i loro mixtape online prima di ottenere un contratto per un album vero e proprio: il successo di un ebook venduto a un prezzo stracciato può consentire l’accesso alle grandi case editrici (un processo che funziona soprattutto con la letteratura di genere). Tornando ai dati di Francoforte: il mercato del libro di carta si conferma in fase di ripresa (il fatturato è aumentato del +1% secondo i dati Nielsen per l’Associazione Italiana Editori). C’è un rafforzamento sul piano internazionale, con un crescente peso dell’export (+ 3,8% nel 2016) e una maggiore capacità di proporre e vendere diritti degli autori italiani sui mercati stranieri (+11% nel 2016) e di realizzare coedizioni internazionali, soprattutto nel settore arte e bambini. Certo, il calo progressivo dei lettori di libri continua (-3,1% nel 2016) e l’Italia registra la più bassa percentuale di lettori a confronto con le altre editorie: 40,5% nel 2016, al di sotto del 62,2% della Spagna, del 68,7% della Germania, del 73% negli Stati Uniti, dell’83% del Canada, dell’84% della Francia, fino al 90% della Norvegia.

Quel che è sicuro è che, come diceva Salvatore Romano in Mad Men (il cui autore, guarda un po’, ha appena pubblicato un libro): «Le nostre peggiori paure nascono dalle previsioni». Le previsioni erano sbagliate. Il libro di carta continua a prosperare anche in questa nostra era di schermi, e anzi può essere che diventerà un’oasi sempre più allettante. Che poi il contenuto di quest’oggetto possa addirittura dimostrarsi in grado di raccontare il delirio di queste nostre esistenze passate a guardare cosa succede dentro agli schermi, è un’altra storia e un’altra sfida, come dimostra lo scrittore Andrew O’Hagan con il suo La vita segreta. Tre storie vere dell’era digitale. Pubblicato in Italia da Adelphi, lo si trova ovviamente anche in versione ebook.

 

Foto Getty
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