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Vita inspiegabile di Joyce Carol Vincent

10 anni fa in una casa di Londra veniva scoperto il corpo di una donna. Era morta da 3 anni e nessuno l'aveva mai cercata.

A Wood Green, nel nord di Londra, zona 3, c’è un mega complesso commerciale, il Wood Green Shopping City, uno dei primi della città, inaugurato nel 1981 da Sua Maestà Elisabetta II e riqualificato in grande spolvero nel 2002. Sopra uno degli ingressi al mall ci corre un mesto ballatoio e una fila di porte verdi. Ciascuna di queste porte è un piccolo appartamento, quasi tutti unità di social housing di proprietà di vari enti assistenziali. A forza di guardare una di queste porte, in foto e in video, posso ora dire di conoscerla bene. Dietro la porta verde, il 25 gennaio 2006, è stata ritrovata morta su un divano Joyce Carol Vincent. Tre anni prima, aveva trentotto anni ed era molto bella.

Le morti come le sue, di cui si legge spesso sui giornali, quando se ne dà notizia le chiamano sempre «ennesimo dramma della solitudine». Ammetto la mia superficialità quando dico che la morte di Joyce Vincent non mi lascia perché era così giovane e così bella, col suo ovale d’ambra e i capelli neri, somigliava un pochino alla cantante Sade. Ammetto pure che la mia fascinazione è un po’ morbosa, una cosa da parigini di fine Ottocento irretiti dal mistero della bella sconosciuta ripescata nella Senna.

London From The Air

Ciò che sappiamo ora di Joyce Vincent, della sua vita, tutto fa presagire tranne che un incombente dramma della solitudine. Sono frammenti contraddittori ma scintillanti – quindici anni di lavoro nella City, di cui molti presso la tesoreria di Ernst& Young; la passione per il canto, un produttore discografico tra i fidanzati noti, Camden Town, varie piccole esperienze come vocalist, addirittura una cena con Stevie Wonder – era una Amy prima di Amy, una delle tante Amy di cui non sappiamo niente.

Eppure, verso la fine, la troviamo che pulisce camere in certi albergacci, troviamo il ballatoio di Wood Green e varie cose che ci teneva a non far sapere in giro. E, alla fine, la cosa più incredibile di tutte: il suo cadavere scoperto dopo tre anni senza che Joyce figurasse tra le persone scomparse. Nessuno la stava cercando. Gli ufficiali giudiziari sono entrati in casa sua quella mattina di gennaio per darle lo sfratto. Il monolocale in cui viveva era di proprietà di un trust che si occupava delle vittime di abusi domestici, e copriva l’affitto e parte delle sue bollette. Le restanti spese venivano evase tramite addebito bancario, e Joyce da morta era riuscita a maturare un debito di 2.400 sterline.

Molto di quello che so l’ho appreso da un documentario che le ha dedicato nel 2011 Carol Morley, Dreams of a Life. Nel film, la regista ricostruisce il momento in cui gli ufficiali hanno buttato giù la porta verde e si sono fatti largo tra una montagna di posta. C’erano buste della spesa in cucina, piene di cose ancora da mettere a posto. Per terra regali di Natale da impacchettare, carta colorata, nastri. La televisione era accesa. La televisione accesa da tre anni.

Questa sospensione terribile è quella delle favole, il risultato di un incantesimo malvagio. Nelle favole l’incanto però si rompe e le principesse addormentate si risvegliano, la morte di Joyce invece è vera. Il suo corpo non si è conservato come in un sonno stregato, si è guastato e liquefatto sul divano al punto che non sappiamo dire perché sia morta, e perché non sia riuscita a farsi soccorrere in tempo. Le cause del decesso sono ignote, forse è stato un violento attacco d’asma o le conseguenze di un ulcera peptica per la quale era stata ricoverata in ospedale due settimane prima.

Le cause del decesso sono ignote in un senso molto più ampio, sono un mistero contenuto in un mistero più grande che è questo: cosa ci faceva a Wood Green, in una casa rifugio per donne che se la passano male, che fine ha fatto, Joyce, che le hanno fatto? Nel film di Morley, un uomo che le voleva bene pronuncia questa piccola frase dimessa e incendiaria: «Non so cosa facesse di lei la Joyce Vincent che conoscevo. Non so cosa l’abbia trasformata nella Joyce Vincent che è morta». Aveva interrotto i rapporti con tutti e quindi nessuno può chiarire il suo mistero. Due settimane prima era stata ricoverata d’urgenza, vomitava sangue, sul modulo dell’accettazione ha lasciato, in luogo delle generalità del parente più prossimo, quelle del suo direttore di banca. Eppure c’erano persone che l’amavano e lei, anche lei deve averli amati; per chi erano, altrimenti, tutti quei regali di Natale?

London From The Air

Mi viene da dire che la bellezza è un privilegio in larga parte ereditario e come tale è una forma di aristocrazia. Per questo le belle ragazze nelle fiabe sono principesse, anche quelle povere. Conosciamo il potere della bellezza, forse immaginiamo che ci protegga da molte cose tra cui un destino come il suo. La bellezza a me è sempre sembrata un talismano. Tutto il tempo che ho passato in vita mia a sognarmi bella e a invidiare chi lo è si riconduce a questo: la convinzione che, alla fine, chi è bello abbia una vita migliore. Ma la bellezza di Joyce era come il mantello che rende invisibili. Si direbbe essere stato deliberato il suo sparire ma, a sentire quelli che la conoscevano e che da anni non avevano sue notizie, nessuno ha indagato, nessuno si è preoccupato, perché tutti la immaginavano chissà dove ad avere una vita migliore della loro.

Quando un anno fa ho letto per caso di lei sul Guardian mi è presa questa smania di sapere di più, e subito mi sono messa a cercare il documentario di Morley, volevo vederlo il prima possibile, ho fatto tutta una serie di complicate e non del tutto regolari operazioni online per poterlo noleggiare in streaming e vederlo la sera stessa. Devo dire che quando ho saputo di Joyce stavo per compiere trentotto anni ed era l’età che aveva lei quando è morta. Ammetto, di nuovo, che il mio interesse improvviso nasceva dalla paura. Volevo sapere tutto per tranquillizzarmi, volevo la prova che quello che le era successo a me non poteva accadere. Quello che ho scoperto, però, non mi ha tranquillizzato. Ci sono cose che forse non avrei mai pensato se non fosse stato per Joyce Vincent.

Con naturalezza lasciava amici, amanti, lavori e appartamenti, non portava nulla con sé e si adattava a interpretare un ruolo nuovo

L’enigma sta dentro un enigma dentro un altro enigma. Nel film, un suo ex fidanzato di tanti anni prima, Alistair, dice: «She came without past». Era senza passato. La ricordano vivace, ambiziosa, piena di fascino e corteggiatori e progetti, in un perenne muoversi verso un futuro più luminoso. Viaggiava leggera, era senza passato.

Wikipedia riporta un estratto da un articolo del Glasgow Herald che parla di lei:

I suoi amici la descrivono come una persona che scappava quando le cose andavano male, che si licenziava quando entrava in conflitto con un collega, che cambiava casa di continuo. Non rispondeva quando le telefonava sua sorella e pareva non avere una cerchia di amici suoi, preferendo di norma la compagnia di quasi estranei, magari conosciuti grazie a fidanzati, colleghi o coinquilini.

Oltre a essere bella, dicono, dedicava un’attenzione scrupolosa all’immagine di sé che presentava agli altri. Il suo abbigliamento era sempre curatissimo, il suo modo di fare frizzante ma insolitamente contegnoso, persino l’accento coltivato da ragazza bene era una performance, da piccola aveva studiato portamento e dizione. È tutto al tempo stesso così assurdo e familiare.

Era bella e senza passato. Con naturalezza lasciava amici, amanti, lavori e appartamenti, non portava nulla con sé e si adattava a interpretare un ruolo nuovo. La sua libertà da se stessa, e così il trasformismo, mi affascinano: Joyce, come ci riuscivi? E però: cosa c’era in lei che andava così cocciutamente celato dietro tutta questa reinvenzione? Era qualcosa nel suo passato, quel passato che non portava con sé e che nessuno riusciva a indovinare? O era forse qualcosa dentro di lei, o del mondo che conosceva, qualcosa che era troppo faticoso condividere? Ascoltando i suoi amici mi è apparso di arrivare a sfiorare quanto c’è di sinistro in cose che conosco da tutta una vita: una certa via femminile al perfezionismo, forse. E anche, e soprattutto, la totale sfiducia nella possibilità che la propria storia e la propria esperienza siano comunicabili.

Qual è il motivo di questa sfiducia, era desiderio di intimità e l’incapacità di dire quello che serve a costruirla? Era, Joyce, come chi non sa incontrare gli altri al di fuori di un suo teatro immaginario? Viveva a suo modo una vita Instagram decenni prima che il concetto esistesse? C’entra qualcosa la vergogna? Mi sembra di poterti capire, Joyce,  perché non mi sfugge la seduzione del ripartire ogni volta da zero.

Questa fiaba potrebbe avere dei malvagi, anche se sono lasciati all’immaginazione, ci mancano i dati, i puntelli fattuali. Potrebbe esserci un uomo, per esempio. Il fatto che fosse in una struttura per vittime di abusi domestici lo fa intuire. Gli esperti di queste faccende dicono sempre che all’abuso si accompagna l’isolamento. Perché un orco sia tale deve riuscire a farti il vuoto attorno, ci vogliono torri inespugnabili con draghi a presidiare, torri cinte da fossati e fiumi di lava. E Joyce, ragazza senza valigia, sospetto che lei come me sia una di quelle che non ha mai visto una porta senza volersela chiudere subito dietro. Sto proiettando, lo so bene, ma immagino che le cose possano essere andate più o meno cosi: è salita nella torre, magari cercava la protezione che offriva, magari il panorama. La porta si è chiusa dietro di lei, c’è voluto un po’ per capire che dall’interno non si apriva.

View From a Commercial Airliner Crossing Europe

C’è un altro malvagio non protagonista, la città. Era una London girl dura e pura, figlia di quel melting-pot incruento in cui l’Inghilterra ha saputo fondere il suo passato coloniale – padre africano,  madre indiana. Una delle cose stupefacenti della storia di Joyce è che si è consumata tutta nello scenario di una città sola. Al talentuoso Mr Ripley toccava schizzare come una pallina del flipper a cavallo di due continenti per proteggere la sua finzione ma lei, nata ad Hammersmith e morta a Wood Green, lei c’è riuscita senza quasi cambiare codice postale. Era senza passato ma il passato era lì, è sempre stato lì a pochi chilometri: la scuola che ha frequentato fino ai sedici anni, quattro sorelle, e quel padre che non le piaceva; diceva a tutti che era morto e non era vero, è morto un anno dopo di lei senza nemmeno sapere che fine avesse fatto.

Mi viene da dire che a Roma, dove vivo io, sarebbe pressoché impossibile fare quello che ha fatto Joyce. Magari dico una scemenza, non è che di “drammi della solitudine” qui non se ne consumino. Ma non mi sembra così facile sparire, sbrigliare i lacci dell’appartenenza, l’occhio e la mano della tribù che ti reclama. Di Londra mi è sempre piaciuto proprio questo: che mi pareva di dissolvermi quando vi entravo, è una sensazione comune al visitatore ma anche a chi ci vive, puoi attraversarla come vuoi, Londra, adoperando qualsiasi stile, puoi tuffarti e riemergere, puoi anche affondare, sul pelo dell’acqua di te non resterà traccia.

Eppure, nonostante l’intenzione caparbia che aveva di non lasciarne, qualche traccia di Joyce esiste, evanescente, sgranata e lo-fi come certe immagini raccolte dalle telecamere a circuito chiuso. Chi le ha cercate le ha viste, raccolte. La sua voce che canta, incisa su un nastro. Il suo viso bello tra la folla mentre stringe la mano di Nelson Mandela allo stadio di Wembley, visibile ancora in un vecchio montage televisivo. Come quei pesci saltatori che a balzi entrano e escono dall’acqua, per pochi istanti pare che volino, la luce brillante sul dorso. Il bagliore di quelle scaglie d’argento, intravisto e poi subito perso, quella luce è lei, è Joyce Vincent, trentotto anni, principessa.

 

Immagini: in copertina e in testata foto di Ian Forsyth (Getty Images); all’interno vedute aeree di Londra di Tom Shaw (1 e 2) e Oliver Scarrf (Getty Images).

 

 

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