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Jimmie Durham

Incontro con l'artista americano nominato padrino del Premio Furla 2013 e intervistato sul numero 10 di Studio: tra Roma e gli Indiani d'America.

Facciamo un gioco stupido, dài.  Chiudi gli occhi e immagina un indiano americano. Adesso conta quanti stereotipi ti vengono in mente in dieci secondi. E quanti ti farebbero imbestialire se fossi un indiano americano. Sarà perché un’opera di Jimmie Durham che mi ha scosso era esposta in una mostra intitolata Rage (Rabbia). La mostra era alla Haus der Kulturen der Welt di Berlino e l’opera in questione è un installazione, Building a Nation (2006), che raccoglie dichiarazioni sulla “questione indiana” di grandi eroi a stelle e strisce, da Benjamin Franklin a Davy Crockett, disseminandole tra un paesaggio western fatto a pezzi, con tanti saluti alla favola buonista del “sogno” – ma credo che uno dei capolavori di questo artista (nato in Arkansas nel 1940 da una famiglia Cherokee del Clan Wolf) sia la sua capacità di trasformare l’indignazione in altro, condivisibile urbi et orbi, al di là delle geografie “etniche”. Come una riflessione tagliente su cosa significhi misurarsi con un’identità che ti viene cucita addosso. Come un modo d’intendere l’arte (e la realtà) che si traduce in ginnastica mentale per sottrarsi agli schemi invadenti del pensiero mainstream.

E se con educazione s’intende quel che t’inculcano da piccolo, perché da grande obbedisca agli input senza riflettere, Durham è anche un grande diseducatore. Che, come Socrate, usa l’ironia come leva per dimostrarti quanto poco sai. O quanto male ragioni. È banale, certo, ma è stato ridendo con lui davanti a un caffè, quand’era a Como nel 2004 per tenere il corso estivo della Fondazione Antonio Ratti e parlava della sua raccolta personale di paradossi occidentali, che ho capito quanto fosse ridicolo un eroe nazionale dei fumetti come Tex, ranger bianco con le pistole e il cappello da cowboy, che è anche il grande capo Navajo Aquila della Notte, ha una moglie indiana e un figlio con lei, ma urla ai nemici «sporco mezzo sangue» o «verme rosso» e ti regala perle di saggezza come «quando gli uomini parlano, le squaw devono tacere». Basta non pensarci. Al contrario di Durham, che dice: «Io voglio pensare all’arte. Voglio che sia parte del processo riflessivo dell’umanità, non di quello emotivo. Di emozioni ne abbiamo già abbastanza, di pensieri no».

Attivista, scultore, performer, poeta, saggista, scrittore, insegnante, in mezzo secolo di carriera ha guadagnato un’autorevolezza planetaria, che solo negli ultimi anni gli è valsa mostre in musei autorevoli come Portikus di Francoforte, il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris e la Fondazione Serralves di Porto, oltre a farne una star dell’ultima Documenta di Kassel, curata da un’amica di lunga data come Carolyn Christov-Bakargiev. Entrambi condividono l’idea che uno dei compiti possibili dell’arte sia di farci pensare al mondo da prospettive diverse, abolendo le barriere tra natura e cultura, pensiero visivo e scientifico: «Come sanno gli ornitologi, si può fare scienza senza tecnologia. Senza matematica», dice Durham. A celebrarlo ora è anche una grande retrospettiva al museo Muhka di Anversa, A Matter of Life and Death and Singing (Una questione di vita e di morte e di canto, dal titolo della sua prima mostra a New York, nell’85), in corso fino al 18 novembre, che raccoglie oltre 120 lavori, tra disegni, dipinti, assemblaggi e video, spesso creati a quattro mani con la moglie, l’artista brasiliana Maria Thereza Alves. E sculture in legno, pietre e oggetti trovati, che rileggono con ironia il vocabolario del “selvaggio postmoderno” e rendono omaggio a personaggi da mito coloniale come La Malinche, che aiutò Cortes nella conquista del Messico.

O Pocahontas, di cui Durham espone un paio di esilaranti mutande sexy in piume e perline On Loan from the Museum of the American Indian (In prestito dal museo degli indiani d’America, 1985). I musei etnografici sono una delle passioni dell’artista, che li rimette in scena, con tanto di vetrine, oggetti calogati e didascalie, per criticarne i presupposti: dacché ha lasciato gli Usa per vivere in “Eurasia” – un territorio che secondo lui comprende Oriente e Occidente, senza soluzione di continuità, benché «gli Europei si siano convinti di abitare un continente a sé», ha scritto a Kassel – ha prodotto un ironico Museo della normalità europea (2008), includendovi anche la sua collezione di Tex. La scorsa primavera, allo Swiss Institute di New York, ha presentato una Maquette per un museo della Svizzera (2011), incentrato sulle radici celtiche pre-cristiane del paese, «anche se un breve sguardo sarà rivolto alla produzione di orologi e alle banche».

Durham vive a Napoli, ma io l’ho incontrato a Roma, a due passi da Piazza Vittorio, nella sede degli amici di Radio Arte Mobile, che l’hanno convinto a traslocare in Italia. Camicia rosa, capelli bianchi, occhi azzurri, un dente d’oro a metà del sorriso, profuso generosamente, parla con dolcezza, divertendosi a far deragliare la conversazione dai binari della linearità. Soddisfatto della mostra? «No, ma avrei detto lo stesso di qualsiasi retrospettiva». C’era da aspettarselo, dall’autore di un Arco di trionfo per uso personale (1996), congegnato per sabotare la pompa di architetture ed ego monumentali. Per di più, è allergico alla nostalgia: «È una delle manifestazioni della follia umana. Un tratto soprattutto maschile, direi. Conosco un paesino del Molise, Filignano, dove gli emigranti tornano ogni estate. Le donne raccontano storie tristi su quando non c’era niente da mangiare e tutti si rubavano legna e frutta, gli uomini rimpiangono il grande rispetto che regnava ai bei tempi. Io sono cresciuto nel paese con le peggiori canzonette del mondo: mi basta ricordare qualche strofa idiota del dopoguerra, per vaccinarmi da questa malattia». E ride. Eppure gli argomenti in stile “quando ero giovane io…” non gli mancherebbero: a sedici anni si è arruolato in marina, poi ha abbracciato le lotte per i diritti civili e insieme scoperto la passione per il teatro e la poesia, a Houston, fino ad approdare all’Accademia di Belle Arti di Ginevra nel ’69. A riportarlo negli Usa, nel ’73, è stata la nascita dell’American Indian Movement, cui ha partecipato come leader, diventando direttore dell’International Indian Treaty Council e suo rappresentante all’Onu – all’epoca, Maria Thereza era volontaria nel suo ufficio. Quando l’azione politica si sgretola, si trasferiscono insieme in Messico, a Cuernavaca.

Nel ’94, ripartono per l’oltreoceano, vivendo in Giappone, Belgio, Irlanda, Francia, Germania, Italia. «Inghilterra a parte, l’Europa è un posto discretamente civile. Napoli mi affascina, quando cammino per strada vorrei riportare in studio tutto quello che vedo abbandonato in giro. Usare tutti i rifiuti che incontro. Sì, lo so che ci si fanno anche barricate e affari mafiosi. A New York, quando facevo il muratore, sono stato un impiegato della mafia cittadina, perché controllava il sindacato. A Houston, per lo stesso motivo, ho lavorato per quella ebraica. Credo che allungare le mani sui materiali di scarto sia una delle specialità mondiali dei mafiosi, oltre che degli artisti». Non resisto, e chiedo la storia di Building a Nation. «Ho raccolto quelle citazioni per molti anni, a partire dai Sessanta, quando facevo teatro. A metà anni Ottanta ne è nato uno spettacolo, grazie a un amico regista off-Broadway che ci aveva trovato un produttore e degli attori. Io avrei interpretato David Crockett e Ben Franklin, usando le loro stesse parole, come se si trovassero in unawar room. Poi sono andato a vivere in Messico ed è calato il sipario, ma ho continuato a trovare citazioni. Anche un mio amico canadese, Richard William Hill, un indiano Cree col quale ho curato la mostra di The American West, le collezionava, insieme alle canzoni.

È incredibile quante ce ne siano, anche tra quelle disneyane, che celebrano un genocidio con gaudio». Ma allora come si riesce a gestire la rabbia, a non farsi travolgere? «A volte non si riesce. C’è un film di Spike Lee, Miracolo a Sant’Anna, che amo molto. È la storia di un impiegato nero delle poste che ha visto morire gran parte dei suoi amici, uccisi durante la seconda guerra mondiale o dagli States, a vario titolo: un giorno vede entrare nel suo ufficio il suo ex comandante e gli spara. In una scena iniziale, sta guardando alla tv un vecchio film di John Wayne, con quel suo gergo insopportabile, e perde le staffe. A me succede abbastanza spesso, anche con film hollywoodiani recenti: quel linguaggio è ancora lì, inamovibile. Quando qualcuno pronuncia una frase come “uscire dalla riserva”, o c’è il solito duro che deve “settle up”, sistemare le cose, che poi vuol dire ammazzare un paio di selvaggi. Lo si dà per scontato, come un diritto da celebrare. M’infastidisce anche sentire ragazzini europei che usano espressioni slang da rapper nero: può mai essere, dico, che non riesci a inventarti da solo qualcosa di meglio dell’entertainment americano?» L’Europa, le sue geografie e pretese di centralismo sono un altro dei bersagli favoriti di Durham. «Ho sempre trovato strano che non guardiamo al globo nel suo insieme, ma a tante mappe, di solito focalizzate su Stati Uniti ed Europa, una penisola grande come il Ciad, che è solo uno degli stati dell’Africa – un continente enorme che, nel complesso, consuma solo il 10% delle risorse mondiali: non potremmo adottarla, per risolvere tanti problemi? Non è una gran percentuale… A me piacerebbe davvero costruire un museo europeo, a Basilea, basato non sulle nazioni, ma sui popoli. Senza parodia. Il folklore mi affascina, fino a che non diventa merchandising turistico o politico. Per esempio, in Norvegia ai matrimoni tutti indossano “costumi tradizionali”. Ma cosa sono? Fino alla fine dell’Ottocento, chi aveva mai definito cosa fosse quella presunta età dell’oro a cui risalgono? Siamo sicuri che qualcuno si vestisse davvero in quel modo? Chi ce l’ha fatto credere?» Chiudo gli occhi. Faccio un gioco. Immagino un Museo della normalità italiana. Sono sicura che quello di Durham verrà meglio.

 

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