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Durante la sua visita di Stato in Giappone, Macron ha ricevuto in regalo un disegno di Porco rosso autografato da Hayao Miyazaki (e ha fatto anche la Kamehameha di Goku assieme a Sanae Takaichi) Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».
La nuova opera di Maurizio Cattelan è un numero telefonico da chiamare per confessargli i vostri peggiori peccati Chi chiamerà e confesserà avrà una corsia preferenziale per acquistare una versione in miniatura della sua opera "The Ninth Hour", quella che ritrae Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite.
Molte persone hanno scoperto le backrooms vedendo il trailer del film The Backrooms e non ci hanno capito niente Prodotto da A24, il film è diretto dal 20enne Kane Parsons, che ha fatto diventare le backrooms un mito internettiano grazie a dei corti pubblicati su YouTube quando di anni ne aveva appena 16.
L’Iran sta usando le criptovalute per aggirare le sanzioni e continuare a finanziare le milizie in tutto il Medio Oriente La preferita dalle Guardie Rivoluzionarie, e dalla banca centrale dell’Iran, sembrerebbe essere Bitcoin perché meno volatile delle altre.
Nel 2025 per la prima volta su internet sono stati pubblicati più testi scritti dall’AI che dagli esseri umani Centomila bilioni di parole scritti dalle macchine: l'ennesima splendida notizia per gli esseri umani che hanno ancora la velleità di guadagnarsi da vivere con la scrittura.
Il mondo sta scoprendo Stefano Rapone grazie a un’intervista ai doppiatori di Super Mario Galaxy in cui quello che doppia Luigi gli dice che il suo Luigi preferito della storia è Luigi Mangione La puntata speciale di Tintoria con il cast del film è diventata viralissima, grazie alle domande di Rapone che hanno lasciato interdetto e divertito il cast.
Ci sono diversi indizi che fanno pensare che gli Strokes stiano per far uscire nuova musica Criptici messaggi pubblicati su Instagram e su un nuovo sito hanno mandato in visibilio i fan. C'è chi scommette già su un singolo in uscita domani.
Un bambino di sette anni ha disegnato la mascotte che gli astronauti di Artemis II stanno portando con loro verso la Luna Si chiama Rise (la mascotte, non il bambino) ed è stata selezionata in un concorso a cui hanno partecipato 2600 bambini da 50 Paesi del mondo.

In morte del virale

Twitter e co. stanno rendendo dura la vita al marketing virale. Se non vale più "basta che se ne parli"...

31 Gennaio 2012

Twitter si sta rivelando oltre che un’irresistibile perdita di tempo per tutti noi, anche uno straordinario laboratorio di one line. Ad esempio l’altro giorno ho trovato un retweet che recitava così “Ogni volta che esce una locandina del PD, un grafico muore”. L’autore è tal @masinutoscana che evidentemente – anche lui – non apprezza molto i tentativi goffi e maldestri del Partito Democratico di essere minimamente contemporaneo ed esteticamente sostenibile.

Ma non voglio qui parlare della comunicazione di Bersani & Co, è un lavoro che lascio volentieri fare ad altri. Però mi serve ancora per uno spunto.

La campagna di tesseramento 2012 del PD era iniziata con una serie di manifesti sparsi nelle principali città italiane, che domandavano misteriosamente al passante se per caso conoscesse Eva, Serena o Faruk. La firma era data solo dal logo di Facebook e da un url del social network e, considerando che il logo era l’unico elemento di riconoscimento del manifesto, molti pensavano fosse una nuova campagna di Facebook (come se poi ne avesse bisogno). L’indirizzo rimandava ad un gruppo di FB dal nome I miei, con pochi aderenti, molti dei quali con profili tipicamente fake, e che avevano come denominatore comune simpatie politiche in area PD. Vabbè, poi si è capito che era un fallitissimo teaser pseudo giovanilistico per il tesseramento, criticato dagli stessi dirigenti del Partito Democratico anche per il fatto che – come da tradizione e pratica del guerrilla marketing – i manifesti affissi erano totalmente abusivi.

Questo è solo uno dei tanti casi di associazioni, aziende e brand che hanno vissuto in tutti questi anni con la convinzione, spesso alimentata da gruppi di facinorosi riuniti sotto il nome di spie del Giappone feudale, che lo spot virale, il guerrilla marketing e le altre diavolerie ascritte sotto la categoria del “non convenzionale” fossero la soluzione per il successo di un brand.

Un errore questo che in molti hanno commesso e stanno ancora commettendo. Quello cioè di confondere la tecnica con la sostanza, la modalità di comunicazione che privilegia l’ “effetto WOW” con l’identità di un brand. Quello del “questo video facciamolo girare” o de “l’importante è che se ne parli”.

A maggior ragione quando si unisce a queste tecniche anche la dimensione sociale del web: oggi chi emette una comunicazione non può più permettersi di non fare i conti con chi la riceve. Il coinvolgimento non può più essere manipolato e guidato dall’alto: chi ci prova rischia sonori fallimenti. Caso recentissimo è quello americano di McDonald’s legato proprio a Twitter. Per rendere la loro comunicazione più cool e simpatica, quelli della ‘grande M’ hanno lanciato una campagna basata sul passaparola (uh, il passaparola) in cui invitavano le persone a condividere in 140 caratteri le loro “storie di McDonald’s” utilizzando l’hashtag  #McDStories . Storie costruttive e positive, era il messaggio tra le righe della multinazionale.

In poche ore invece il profilo di Mcdonald’s è stato sommerso da critiche sulle condizioni igieniche dei ristoranti, sui problemi digestivi e cardiologici provocati dai BigMac, e vomitevoli menù fatti di prodotti del fast food più altre sostanze organiche o chimiche. Risultato: ritiro dell’attività promozionale e chiusura temporanea dell’account Twitter. Forse se ascoltavano prima gli umori e il sentiment delle persone, non sarebbero arrivati a fare questa campagna boomerang.

Poi, per carità, esistono un sacco di casi positivi e di successo di aziende che hanno utilizzato modalità di comunicazione virali o comunque non convenzionali in modo intelligente ed efficace, ma questo forse dipendeva più dal brand, dall’azienda, dalla sua storia e anche dai suoi prodotti, piuttosto che dalla tecnica comunicativa.

Al solito, la discriminante è la credibilità, e quindi il valore sia commerciale che culturale che un brand è riuscito a costruire fino ad allora e che quindi può raccontare e condividere. Dare meno peso alla comunicazione e un po’ più alla sostanza, a volte aiuta.

E questo vale non solo per i brand.

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