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20:48 venerdì 11 settembre 2026
Da gennaio la Svezia dà un “sussidio di rimpatrio” alle persone immigrate per andarsene via dal Paese, ma finora non lo ha richiesto praticamente nessuno Il programma è partito a inizio 2026. Finora ci hanno aderito soltanto 171 persone in tutta la Svezia. I cittadini stranieri sono più di due milioni, un quinto della popolazione totale.
C’è un videogioco in cui vivi le poche gioie e i tanti dolori di un dipendente di una piccola casa editrice indipendente Si chiama Small Press Tycoon, tutte le cose che si dicono e si vedono nel gioco fanno molto ridere perché, chi lavora nell'editoria indipendente può confermare, sono molto vere.
Secondo uno dei capi della sicurezza di Anthropic, «c’è il 10 per centro di probabilità che l’AI ci uccida tutti entro questo decennio» L'ennesimo dirigente di un'azienda AI che dice che le aziende AI stanno per far succedere qualcosa di grave. Senza che nessuno intervenga per fermarle.
Da oggi è disponibile in streaming La Superviviente, un incredibile documentario sulla donna che si inventò di essere una sopravvissuta all’11 settembre Diretto da Kike Maíllo, racconta la storia Alicia Esteve, che per sei anni finse di essere la sopravvissuta Tania Head. Finse tanto bene da diventare la presidente dell'Associazione dei sopravvissuti del World Trade Center.
Queste parole pronunciate nel 1979 da Emma Bonino sull’ipocrisia degli antiabortisti non sono mai state così attuali e così vere «Sono contro l'aborto, dicono. Però contro l'aborto clandestino nessuno faceva assolutamente niente», disse, in una storica puntata di Acquario di Maurizio Costanzo, andata in onda nel 1979 e disponibile su RaiPlay.
Che siano un record o meno poco importa, i 25 minuti di applausi per NAZA sono il momento più importante di questa Mostra del Cinema È l'unico documentario in concorso, il titolo è un acronimo militare israeliano che indica i civili che si prevede moriranno in un attacco e lo hanno realizzato due dei registi di No Other Land.
I Muse hanno dovuto cambiare nome utente su Instagram perché Muse ora è il nome del nuovo assistente AI di Meta La band è stata costretta ad abbandonare @Muse e accontentarsi di @Musetheband, perché l'AI, evidentemente, conta più della band.
Un’inchiesta di Haaretz sul 7 ottobre 2023 è valsa al giornale una querela di Benjamin Netanyahu in persona Il giornale sostiene che Netanyahu non prese alcuna iniziativa nonostante fosse stato avvertito di un imminente attentato di Hamas pochi giorni prima del 7 ottobre.

Guerra di cervelli

Come e perché il cervello umano potrebbe diventare il più feroce campo di battaglia del prossimo futuro.

11 Gennaio 2013

Già alla seconda pagina di Von Kriege, il generale prussiano Carl Von Clausewitz definisce con efficacia la guerra in questo modo: «Un atto di violenza per piegare un nemico a soddisfare il nostro volere». Era il 1820. Centoquaranta anni più tardi, uno psichiatra elevato al rango di Colonnello dell’Esercito Statunitense di nome James S. Ketchum si ingegnò tutta la vita per cancellare la parola “violenza” (almeno quella strettamente fisica) dalla definizione di Clausewitz. Come ha scritto Raffi Katchadourian in uno strepitoso e dettagliatissimo articolo pubblicato a metà dicembre sul New Yorker, «Ketchum sognava una guerra senza morti» e per raggiungere il suo scopo spese venti anni (1952 – 1974) nella base militare di Edgewood, nel cuore di un controverso progetto segreto della CIA noto come Project 112. Ketchum passò questo tempo osservando gli effetti di ogni genere di sostanza psicoattiva sul cervelli di cavie militari inconsapevoli, sperimentando combinazioni di LSD e benzilato, miscugli di THC e anfetamine, agenti chimici allo stato gassoso, composti naturali dalle proprietà allucinogene. Quarant’anni dopo la chiusura di Edgewood è “impossibile” ricostruire con precisione gli effetti a lungo termine di questi cocktail sulle menti delle cavie. Ormai in pensione da civile, Ketchum – nel frattempo rripudiato dai suoi stessi “datori di lavoro” come uno dei tanti Frankenstein della CIA anni ’50 e ’60 – pur riconoscendo oggi l’ambiguità del suo operato, si difende utilizzando il classico argomento del “bene più grande”. Cosa sono dopotutto una manciata di danni collaterali rispetto alla possibilità di vincere una guerra senza sparare un colpo, senza il rischio di uccidere innocenti o distruggere abitazioni, semplicemente inabilitando psichicamente i soldati del nemico? Si era in piena Guerra Fredda e Ketchum immaginava, in un futuro non lontano, un battaglione americano fare il suo ingresso a Mosca tra schiere di soldati dell’Armata Rossa completamente collaborativi perché in preda a un potente attacco pischico. Oggi tutto ciò può sembrare una fantasia da b-movie anni ’50. Roba, diciamo, superata con la fine del kitsch para-bellico che si portava dietro quel periodo di tensione tra i due blocchi. Niente affatto.

Mai come ora infatti, l’alterazione mentale, l’annullamento o il plagio della volontà altrui, sembrano prossimi a diventare la “nuova frontiera” su cui si combatterà un diverso tipo di  “guerra”. A differenza di quel che Ketchum credeva ai suoi tempi però, la manipolazione non passerà attraverso sintesi chimiche di sostanze psicoattive sempre più potenti ma da una più stretta interazione tra uomo e macchina, hardware biologico e software biotecnologico. Come sostiene il Bio-ingegnere Andrew Hessel, da una “Internet of Things”, la rete è pronta a trasformarsi in una “Internet of Living Things“. Non è lontano il tempo in cui sul Web, grazie alla biologia sintetica, sarà possibile condividere: «Vaccini biologici e pezzi di DNA che ci assicurino immunità da certe malattie esattamente come oggi scarichiamo una app su Smartphone». Dopodiché “tutto” quello che ci occorrerà non sarà altro che una stampante di DNA a portata di mano ed ecco una cura pronta da ingerire. Fantascienza da quattro soldi? Hessel, e gran parte della comunità biotecnologica con lui, sono convinti di no, poiché: «La biologia sintetica è una biologia parallela che si muove alla velocità di 100 milioni di anni di evoluzione della specie per ogni anno solare. Si tratta di un ritmo decisamente superiore a quello di molte tecnologie informatiche» che apre a scenari enormemente controversi. Nel momento in cui in rete iniziassero infatti a circolare «pezzi di genoma», cosa impedirà che essi, proprio come altri tipi di file, cadano nelle mani sbagliate. Cosa succederebbe, si chiedono Hessel e altri suoi colleghi, se ad esempio una cura di largo consumo per l’influenza stagionale venisse “crackata” per inserirvi un batterio biologico in grado di entrare in azione a tempo debito lasciandoci però all’apparenza sani fintanto che è nell’interesse di chi ha programmato il “crack”, esattamente come operano molti virus informatici all’interno dei nostri computer.

In un’intervista con il Washington Post, Marc Goodman, fondatore di Future Crimes e consulente di crimini tecnologici per Interpol e ONU ha offerto una previsione del rischio e delle dimensioni che assumerà il problema: «Queste minacce biologiche potrebbero essere quasi impossibile da rilevare in quanto personalizzate sul genoma di una persona o di un gruppo di individui. Il bio-crimine è come il crimine informatico a inizio anni ’80. Pochi all’inizio riconobbero il problema e guardate cosa è diventato nel corso del tempo».

È evidente che in questo scenario il nostro organo più ambito ed esposto alla manipolazione di agenti esterni sarà il cervello. Non solo perché in fondo ci sono e ci saranno sempre modi più semplici e diretti per far cessare semplicemente una persona di esistere rispetto a quelli offerti dal bio-hacking, mentre ce ne sono molto pochi per controllarne la volontà, ma anche e soprattutto perché il cervello è sicuramente la parte del nostro corpo che in futuro entrerà di più in relazione con la tecnologia. BCI (Brain Computer Interface) è il nome di una classe di tecnologie che già oggi in molti campi connette il cervello umano a device tecnologici. È utilizzata per permettere a persone paralizzate di usare direttamente i loro segnali cerebrali per “scrivere” su un computer o a persone amputate di controllare meglio i loro arti bionici. Ma, come ha dimostrato recentemente Barnaby Jack, un esperto di sicurezza biomedica, così come un pacemaker è estremamente vulnerabile a un attacco hacker, allo stesso modo lo è qualunque altra tecnologia che leghi in una più stretta relazione “organico” e “tecnologico”.

Immaginate ora un mondo in cui tramite interazione BCI, la guerra viene condotta “neuralmente” da una serie di cervelli collegati a flotte di droni o a esoscheletri mobili di fanti sul terreno di battaglia e il controllo/hackeraggio di quei cervelli può determinare il buono o cattivo esito di una battaglia. Ancora una volta… può sembrare roba da Starship Troopers, ma potrebbe non esserlo più a breve. Nel 2009, l’Air Force americana ha dato infatti avvio a un progetto di ricerca che dovrebbe andare esattamente in due direzioni: aumentare le capacità cognitive delle menti dei soldati tramite innesti biotecnologici, ottimizzare la loro capacità neurali per migliorare l’integrazione “uomo-macchina” con la strumentazione bellica (droni ed esoscheletri, appunto) e infine quella vecchia, ed è proprio questo il caso di dirlo, pazza idea di fare impazzire il nemico.

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