Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Grecia a pezzi

Non solo crisi: di cosa è fatto lo strano rapporto sentimentale che lega l'Italia alla Grecia, raccontato in sei aneddoti personali.

Da anni, da prima dell’insediamento del governo di Alexis Tsipras, di Grecia si parla per motivi economici. Si parla di default, di crisi, di uscita dall’Euro. Di disoccupazione, emigrazione, austerity, proteste, ultimatum. Come quello che in queste ore tiene il mondo col fiato sospeso. Per molti italiani, però, la Grecia è qualcosa di più. Un Paese vicino,  forse il più vicino, sentimentalmente, tra tutti i paesi europei. Abbiamo chiesto a un po’ di giornalisti, scrittori e collaboratori di Studio un aneddoto, per creare uno spettro del rapporto che ci lega, da italiani, alla Grecia.

Cristiano de Majo —
Quando sento che la Grecia è la culla dell’Occidente, più che pensare agli antichi, mi torna in mente l’estate del ’92 a Mykonos. La Grecia, prima ancora della classica Londra, è stata per me il primo spazio del turismo globalizzato: le discoteche, la musica house, i tramonti passati a ballare a Paradise Beach, i corpi pigiati nelle stradine del centro alle tre di notte: The Beach è ambientato in Thailandia, ma in fondo racconta anche quella Grecia. Poi siamo cresciuti e siamo tornati in Grecia altri cinque o dieci volte, con un altro spirito, magari in cerca delle proverbiali spiagge deserte e di quel senso selvaggio d’estate così difficile da ritrovare in Italia o, per motivi diversi, in Croazia. Non più a Mykonos, ma forse a Skópelos o a Thassos, più agevolmente a Itaca. Una vacanza in Grecia per ogni fondamentale passaggio della vita. Pensandoci mi viene da dire che forse il culto che ho per questo Paese ha anche una spiegazione sociologica: la Grecia mi sembra l’unico posto in Europa dove l’italiano corre un bassissimo rischio di fare il provinciale. È il motivo per cui il copione macchiettistico di film come Che ne sarà di noi di Giovanni Veronesi o Mediterraneo di Gabriele Salvatores – l’idea che un italiano finisca per fare l’italiano a qualunque latitudine e a qualunque costo, e anzi più è lontano dal suolo natio più accentua i caratteri nazionali – applicata in Grecia funziona male. Ed è lo stesso motivo, sono portato a pensare, per cui i Vanzina non hanno mai ambientato in Grecia nessuna delle loro vacanze. Forse è proprio l’autentica Europa.

Heraklion Harbour

 

Francesco Longo —
È una domenica di ottobre e lei già si organizza: «Quest’estate vado in Grecia con Giovanna». Nel 1991 la Grecia è ancora solo meta di vacanze, relax, luogo per tradimenti. Il tormentone estivo si chiama Rapput, lo canta Claudio Bisio e finisce primo in classifica. Racconta di due ragazze che vanno in Grecia e del fidanzato che resta a casa. Al ritorno è impossibile non pensare male. Ma lei nega: «Eravamo solamente io e Giovanna sopra un’isola deserta tipo c’hai presente due chilometri di spiaggia vuota, dormivamo in un capanno in riva al mare e alla sera i pescatori ci portavano del pesce, facevamo le grigliate sulla spiaggia e cantavamo a squarciagola le canzoni di Battisti fino all’alba, tanto l’isola è deserta». In migliaia, al rientro, restituiscono lo stesso scenario idilliaco. Lui vuole una cosa sola: «Dimmi cosa hai fatto con il greco sulla spiaggia». Caldo, libertà, grigliate sulla riva, spiagge incontaminate, innocenti avventure sotto al sole. Chi non va in Grecia è preda della gelosia. A fine anno è il singolo più venduto in Italia. Nel sequel della canzone, Sapore di pinne, il punto di vista è dei pescatori. Dopo mesi in mare si sono fiondati sulla spiaggia piena di italiane. Si affaccia anche Giovanna, la voce è di Angela Finocchiaro. Prende le difese dell’amica: l’ha vista fare solo shiatsu. L’immaginario della Grecia è completo, senza ombre. Un paradiso perduto, un altrove esotico a portata di traghetto. In Grecia tutto è lecito, ma guai a non andarci in vacanza.

 

Davide Coppo —
Tendo ad avere un immaginario banale e romantico dell’estate: le due parole che istintivamente, come in uno di quei giochini psicologici, associo all’estate sono “Grecia” e “Mondiali”. Forse la prima non è “Grecia” ma è “mare”, a pensarci bene, ma il primo mare a cui penso è quello greco, o è un mare che, come una sorta di archetipo, rappresenta il modello basilare di tutti i mari greci. Poi, i Mondiali: per questa strana parentela affettiva greco-italiana mi è capitato spesso di trovarmi davanti alla tv a tifare per la Grecia. Un po’, anche, per quell’amico che aveva lasciato l’Italia per insegnare laggiù; un po’ per le vacanze da adolescenti; un po’ per quella legacy mediterranea da ultimi della classe.

Durante l’estate del 2014, con l’Italia eliminata ai gironi, ho dovuto scegliere le squadre da tifare. È stato semplice: a parte la Germania, a un certo punto del torneo erano rimaste quasi soltanto Nazionali, per un motivo o per l’altro, molto simpatiche. La Colombia (perché quell’amico che andò in Grecia, poi, si trasferì in Colombia); il Cile (per una fidanzata cilena); la Costa Rica (perché, beh, è la Costa Rica: non hanno un esercito e si salutano dicendo «pura vida»); l’Argentina (perché il Mondiale era in Brasile); naturalmente la Grecia, per tutti i motivi di cui sopra.

Propylaea TouristHo visto la partita degli ottavi di finale Costa Rica – Grecia in un pub a Milano, con alcuni amici. La partita, in Italia, era trasmessa alle 23. Sorprendentemente il locale era piuttosto pieno di italiani che, in mancanza di una Nazionale davvero “nazionale” da tifare, guardavano più o meno ogni partita rimasta. C’era anche un piccolo gruppo di greci. La partita è stata sorprendente. La Grecia è, storicamente, una squadra priva di talento, piena di orgoglio difensivista, operaia nel vero senso della parola, anche un po’ sgraziata. I suoi giocatori sono il contrario della coolness di un Neymar o un Ronaldo: sono brizzolati, più che trentenni, brutti: sembrano o dei quarantenni nel calcetto del sabato, o quegli amici delle medie con il motorino truccato. Con il Costa Rica, però, la Grecia stava attaccando, creando occasioni come non mai. Poteva qualificarsi davvero per i quarti di finale. Il problema era la scarsa mira dei suoi attaccanti, e la giornata di grazia del portiere avversario. Gli italiani – me compreso – di quel pub si sono appassionati presto a una partita del genere, piena di occasioni e piena di sfortuna. Alla fine, è stato il Costa Rica ad andare in vantaggio. La Grecia non si è arresa, e ha ricominciato ad attaccare. Il colpo di scena è arrivato nei minuti di recupero, al 91°: il pareggio di Papasthatopoulos, come una liberazione. Hanno esultato i pochi greci presenti, hanno esultato tutti gli italiani. Abbiamo urlato «gol!», oppure «sì!», ci siamo abbracciati tutti, istintivamente e senza chiederci il perché di quel legame, come si stavano abbracciando i giocatori in campo, quelli davvero greci. La partita è finita ai rigori, ha vinto il Costa Rica. A quel punto eravamo abbastanza ubriachi per non essere tristi, né delusi. Questo agosto, in compenso, sarò in vacanza in Grecia.

 

Anna Momigliano —
Al primo anno di università, a Filadelfia nel 1999, ebbi una compagna di piano greca. Visto che io ero italiana e lei greca, diedi per scontato che avessimo molte cose in comune. In realtà scoprii ben presto che, per i canoni della East Coast, una faccia una razza proprio un corno. I greci erano considerati “ethnic”, godevano cioè dello statuto di persone di colore onorarie, come i messicani con gli occhi blu. Gli italiani, al pari degli irlandesi, degli slavi e degli ebrei, erano semplicemente dei bianchi più sanguigni dei Wasp. La cosa mi faceva un po’ incazzare, perché in un Paese ossessionato (e non del tutto a torto) dall’idea di «privilegio bianco», essere greco ti permetteva ad accedere a tutta una serie di rivendicazioni, mentre essere italiano no. A me sembrava una minchiata: perché lei poteva essere esonerata dal “white guilt” e io no? Qualche anno dopo è arrivato l’Undici Settembre e la mia ex compagna di piano greca ha passato qualche guaio (i suoi vivevano nel New Jersey e, sfortunatamente «sembravano arabi»), e io ovviamente no. Brutto a dirsi, ma anche quello mi ha fatto un poco rosicare. Forse è vero che i greci sono “etnici” e gli italiani (o se non altro: i milanesi borghesi e quasi biondi) no. Ora che ci penso a un decennio di distanza mi sento un po’ come quella professoressa bianca e privilegiata che s’è fatta passare per nera. Solo che io, in fondo, volevo liberarmi del mio senso di colpa bianco sentendomi greca. Che è un po’ meno grave.

 

Federico Bernocchi —
I momenti di Folgorazione Cinematografica sono rari e preziosi. Si tratta di trovare un regista in grado di raccontare una storia in un modo unico e nuovo, capace di sconvolgerti non solo a livello emotivo ma anche a livello estetico, formale. Qualcuno che sia in grado, con tutto quello che abbiamo visto nella nostra vita da spettatori, di dire o mostrare qualcosa come nessun altro prima di lui. Yorgos Lanthimos, nato ad Atene nel 1973, fa parte di questa ristretta cerchia. Dopo essersi fatto le ossa nella televisione greca con video musicali e pubblicità, arriva al grande schermo. Esordisce sulla lunga distanza con l’ostico Kinetta, infine riesce a farsi notare con lo splendido Kynodontas. Il film, vincitore a Cannes della sezione Un Certain Regard e successivamente candidato agli Oscar, è la storia di un padre che convince i figli della scomparsa del mondo esterno. Non solo: per fare questo, modifica la loro realtà, mutando il significato delle parole, delle lingue e delle forme. Lanthimos, pur nell’evidente ristrettezza economica, riesce a realizzare un perfido film di fantascienza in cui la Luna è il giardino di casa, la piscina, il salotto o la camera da letto. Il lavoro successivo è stato Alps, premiato con l’Osella per la Miglior Sceneggiatura a Venezia. Un gruppo di amici si presta ad impersonare i parenti o gli amici morti di coloro che non riescono a superare il lutto. Ancora un film di alieni, di morti viventi, incapaci di adeguarsi in un mondo per loro incomprensibile e ostile. Ebbi la fortuna di intervistarlo all’epoca: durante l’intervista Lanthimos mi disse che la situazione in Grecia era ormai ingestibile. Alps era stato girato nelle case di amici e collaboratori, gli stessi che avevano contribuito economicamente a girare il film. Quest’anno, con il suo ultimo The Lobster, ha vinto il Premio della Giuria a Cannes. Come prima di lui altre folgorazioni come Xavier Dolan, Park Chan-wook, Apichatpong Weerasethakul o, per tornare molto più indietro nel tempo, David Cronenberg, Ken Loach o Lars Von Trier. Il cast di The Lobster vede tra i protagonisti – oltre alle sue due muse Angeliki Papoulia e Ariane Labed, Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Ben Wishaw. Forse le cose in Grecia stanno realmente cambiando.

 

Tommaso Melilli —
Più o meno un anno fa ho incontrato a una festa un ragazzo greco che lavorava per una pasticceria di lusso. Stava però pensando di mettersi in proprio, e di aprire a Parigi un negozio di prodotti greci di altissima qualità. Ci siamo messi subito a discutere, con mediterranea complicità, di quanto sia difficile, all’estero, trovare quei cibi che ci fanno battere il cuore.

Io biasimavo le pizze orrende e la pasta Barilla, che in Francia, non si sa perché, scuoce prima. Kritonas citava prodotti a me sconosciuti, e siccome aveva una fidanzata francese un po intollerante al glutine, mi parlava di grani antichi e biscotti al sesamo ultra digeribili. Entrambi parlavamo di arance, cedri e limoni: non avevamo bisogno di definire il nostro lavoro come “autentico”, ma definivamo volentieri quello degli altri come “bullshit”.

The AgamemnonNelle settimane successive ci siamo rivisti varie volte: la preoccupazione principale di Kritonas era trovare il modo di “raccontare” ai francesi i suoi prodotti, molti dei quali del tutto ignoti e misteriosi; sembrava riporre in me una curiosa fiducia, probabilmente dovuta al fatto che sono molto verboso. Tuttavia, ogni volta che portavo gli esempi di storytelling che avevo trovato io per le cose italiane, intravedevo nei suoi occhi una strana frizione, quasi una smorfia di dolore nascosta. Quando è venuto a cena con i suoi futuri associati nel ristorante dove lavoravo gli ho fatto la pasta con la mollica: «Ma la gente paga 40 euro per mangiare della pasta con del pane secco?». «Sì», rispondevo io, «perché gli racconto che è il parmigiano dei poveri, e perché è croccante». Nei mesi successivi ci siamo un po’ persi di vista.

Il fatto è che Italia-Grecia è come il clásico dell’esotismo gastronomico-culinario. Ci si sente un po’ cugini, e non solo per via dei pomodori: al tempo stesso, c’è in ciascuno dei due una parte di identità che rimane irriducibile e inconciliabile, con buona pace delle retoriche sul Mediterraneo. Come in tutte le storiche rivalità sportive, ci sono ovviamente precedenti, vittorie schiaccianti, desideri di riscatto e sconfitte che bruciano ancora. E dal punto di vista gastronomico, le statistiche sono impietose: perché anche se l’avversario è degno e orgoglioso, i manicaretti italiani vincono quasi sempre. «Voi siete più avanti», mi dicono cuochi e gastro-hunter greci, «ma stiamo arrivando, stiamo cominciando a fare come voi».

Quando Studio mi ha chiesto cosa avessi da dire sulla Grecia e sul cibo, ho subito pensato di andare a fare un giro al negozio di Kritonas, che nel frattempo ha aperto. Stavano aspettando il camion con le arance, e mi ha accolto con grande gioia. Ho assaggiato tante cose buonissime: del pane alla farina di carrube, un loukoum al mosto d’uva e una bottarga di muggine che era quasi dolce, sapeva di ricci di mare. Ho comprato del tahini di sesamo integrale tostato col forno a legna, e un sacchetto di pastina di grano duro impastata con del latte di pecora. Quando gli ho chiesto come cucinarla, Kritonas mi ha risposto: «Beh, come un risotto».

 

Tutte le immagini sono state scattate in Grecia, tra gli anni ’50 e ’60, da Garry Hogg. Hulton Archive/Getty Images
54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg