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L’uomo che ha spiegato il mondo con i romanzi

Perché René Girard, morto mercoledì, è stato uno dei pensatori più importanti e decisivi del nostro tempo e cosa c'entra con Mark Zuckerberg.

XVMdeab851e-5311-11e4-8391-86f086f28814Ogni volta che l’usura del quotidiano – o, peggio ancora, il fare un giro tra i banconi delle novità in una libreria di catena – fa vacillare la mia fiducia nel libro e nella lettura, ripenso a come, tutto sommato, alcuni dei momenti di più intensa, felice, quasi violenta, scoperta nella mia vita siano legati proprio a dei libri. Sono quegli istanti che non so definire se non maldestramente come epifanie, illuminazioni, in cui il mondo smette di essere un opaco affastellarsi di cose e persone, e diventa un sensato sistema di relazioni, di rapporti, di differenze.

Ieri è morto l’autore che più di tutti collegherei a questi momenti. René Girard è stato uno dei pensatori più importanti e decisivi del Novecento. Dico pensatore perché nella sua lunga ricerca è stato molte cose, tanto che è difficile ricondurlo a una sola specializzazione: antropologo, filosofo, ma soprattutto critico letterario.

Nato a Avignone nel 1923, dopo gli studi a Parigi, si trasferisce nel ’47 negli Stati Uniti: vi rimarrà, prima nell’Indiana, poi a Stanford, dove ha insegnato Letteratura comparata, fino a metà degli anni Novanta. Il libro con cui si impose, nel 1961, fu Menzogna romantica e verità romanzesca (Bompiani, traduzione di L. Verdi Vighetti): è qui che pone le basi della sua teoria, in particolare l’idea di desiderio mimetico.

Ora, si può ben immaginare il fascino romantico che in dei giovani avviati agli studi letterari poteva ispirare l’idea che una delle più efficaci e seducenti teorie di “spiegazione del mondo” avesse le sue basi nei romanzi. «Quindi alla fine non siamo così marginali!», mi rivedo mentre, insieme ad alcuni compagni di corso, attraversavo in diagonale una deserta Piazza Castello, nella notte torinese, incuranti della pioggerellina gelida, tutti immersi nelle discussioni su Girard che in quei giorni avevamo scoperto a un seminario su Educazione sentimentale. Ci sentivamo dei “posseduti” dostoevskiani, o dei bolañiani “perros romanticos”… se solo avessimo letto Bolaño, certo. Eravamo soltanto giovani.

Non si tratta del desiderio di avere qualcosa ma del desiderio di essere qualcuno

L’idea di Menzogna romantica e verità romanzesca è che la letteratura occidentale, almeno quella moderna, da Cervantes in poi, è il luogo di un disinganno, la messa in scena di uno svelamento. Prendiamo proprio Cervantes: Girard sottolinea come – del tutto controintuitivamente – Don Chisciotte non vuole nessuno dei suoi presunti oggetti del desiderio, da Dulcinea all’elmo di Mambrino: quello che desidera davvero è essere un tutt’uno col suo modello, Amadigi di Gaula, il cavaliere errante eroe dei suoi amati romanzi cavallereschi. Chisciotte “si inventa” Dulcinea, trasfigurando la ben reale Aldolza (una contadinella dalla moralità tutt’altro che integerrima), solo perché Amadigi, nei romanzi, deve amare una bella dama che ispiri le sue eroiche imprese. Quello che desidero, quindi, è il desiderio dell’altro: lungi dall’essere il risultato di un percorso lineare, una freccia che unisce il soggetto all’oggetto bramato, il desiderio ha una struttura triangolare. C’è sempre una figura che “media” tra me e l’oggetto, un mediatore appunto che, in un certo senso, mi dice cosa volere. Non si tratta quindi del desiderio di avere qualcosa ma del desiderio di essere qualcuno.

Nel Chisciotte il mediatore è esterno, Amadigi appunto, il personaggio inesistente di un romanzo. In Madame Bovary è un po’ meno esterno, sono i romanzetti rosa che arrivano in provincia e le fanno desiderare la vita luccicante e eccitante di Parigi. Julien Sorel invece dei romanzi legge il Memoriale di Sant’Elena e i bollettini della Grande Armée per diventare come Napoleone, sognando il desiderio di un’epoca che non ha mai vissuto. Ma altrove questo mediatore può essere “interno” cioè più vicino al soggetto che lo imita: appartiene alla stessa realtà, allo stesso mondo. Gli esempi preferiti da Girard sono i due grandi campioni di questo tema: Dostoevskij e, soprattutto, Proust. Tutta la teoria del desiderio mimetico, in fondo, si potrebbe leggere come una lunga e complessa meditazione sulla Recherche. Quando il mediatore è vicino a noi e desidera o possiede quello che pensiamo di desiderare anche noi, scatta la gelosia, l’invidia, l’amore si ribalta nell’odio. Si pensi a tutte le figure del doppio nella letteratura dell’Ottocento, o allo studio precisissimo ed estenuante dei salotti da parte di Proust. E dato che il desiderio mimetico è qualcosa di contagioso, si creano dei legami d’acciaio tra i soggetti che desiderano le stesse cose e quindi odiano gli stessi soggetti o comunità che non sanno di prendere a modello.

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Esplorando questa dimensione sociale e antropologica del desiderio mimetico, Girard uscirà – per quanto mai completamente – dall’ambito della letteratura per addentrarsi nello studio delle comunità e delle religioni, fino a scoprirne il fondamento violento, legato al sacrificio di un capro espiatorio, quale unico modo per sfuggire alla spirale distruttiva del desiderio mimetico. Lo farà in testi importanti e controversi come La violenza e il sacro e Il capro espiatorio (in Italia pubblicati entrambi da Adelphi, traduzioni rispettivamente di O. Fatica/E. Czerkl, e F. Bovoli/C. Leverd).

Ma torniamo al libro del ’61. Quello che Girard ci sta dicendo è che proprio là dove ci crediamo più originali, più autentici, più naturali e istintivi, più “noi”, nel desiderio, ecco, proprio lì lo siamo meno, proprio lì siamo riempiti dall’altro, da ciò che è fuori di noi. Dove ci crediamo più pieni siamo in realtà riempiti dal vuoto dell’altro. E così via, all’infinito, perché anche il desiderio dell’altro è altrettanto imitativo. Il romanzo moderno è quello in cui questa «menzogna romantica», questa illusione di originalità e pienezza, viene svelata dalla «verità romanzesca» del desiderio mimetico e messa alla berlina nella sua tragica ridicolaggine. Il tempo ritrovato, a pensarci, è proprio questa presa di coscienza di Marcel alla fine dell’opera: «Ritrovare il tempo – scrive Girard – equivale ad accogliere una verità, a fuggire la quale la maggior parte degli uomini dedica l’intera esistenza; equivale a riconoscere di aver sempre copiato gli altri per apparire originali ai loro occhi così come ai nostri. Ritrovare il tempo significa sopprimere un po’ del nostro orgoglio». A differenza dei romanzetti rosa che legge Emma, in cui c’è solo «la menzogna romantica» (che poi è ciò che si può vendere), in cui cioè la fascinazione non può mai venire meno, le «grandi creazioni romanzesche sono sempre frutto di un fascino superato. L’eroe si riconosce nell’aborrito rivale; rinuncia alle differenze suggerite dall’odio».

Girard mi ha dato gli strumenti, gli “occhiali” per vedere un po’ più chiaramente

La storia sta dimostrando una curiosa tendenza nel presentarsi due volte: la prima come tragedia, la seconda come status di Facebook. Però è evidente anche da questi pochi accenni come il genio di Zuckerberg risieda nell’aver capito come monetizzare quest’ansia di apparire originali, come trasformare il desiderio mimetico in stock options. Se questo meccanismo è abbastanza evidente, ormai, nel discorso pubblicitario – io non voglio quella cialda di caffè ma voglio il carisma e il distratto erotismo di Clooney quando sorseggia il caffè sul lago di Como – lo è un po’ meno quando ci affrettiamo a instagrammare l’ultimo libro acquistato o a strapparne qualche citazione da mettere in bacheca. O quando si cantano le lodi dei bei tempi andati in cui gli scrittori erano grandi e impegnati (e magari chi lo fa non era neanche nato). O quando si parla di purezza. O quando qualcuno tenta di venderci un voto attraverso l’odio per qualcun altro.

Girard mi ha dato gli strumenti, gli “occhiali” per vedere un po’ più chiaramente quando questo succede. Anche quando ci siamo dentro noi, quando ci crediamo eroici e romantici paladini della letteratura che attraversano la notte parlando di Girard, e invece stiamo solo perpetrando un dolce, malinconico cliché.

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