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La guerra come non l’avete mai letta

Fine missione di Phil Klay: un nuovo modo di raccontare la guerra in Iraq. E il ritorno dal fronte.

Che Fine missione di Phil Klay sia un grande libro è dimostrato dal fatto che avvicinandomi a questo foglio Word per scriverne ho sentito su di me gli occhi dei protagonisti pensare qualcosa come: «Questo stronzo di civile, che scrive di una guerra che non l’ha mai sfiorato». Tutta l’esperienza di lettura in realtà, dal primo al dodicesimo racconto, costringe il lettore a confrontarsi con il gap, necessario ma abissale, tra l’esperienza del soldato e quella del civile. Prima, però, una piccola introduzione al testo.

Klay_FineFine missione è una raccolta di racconti scritta da Phil Klay e pubblicata nel 2014 negli Stati Uniti. Nel maggio 2015, tradotto da Silvia Pareschi, è uscito in Italia per Einaudi. È stata premiata, lo stesso anno, con il National Book Award for Fiction. Klay ha servito in Iraq, nella provincia di Anbar, nel 2007 e nel 2008, alcuni dei mesi più caldi della guerra tra gli Stati Uniti e gli insorti sunniti. Tuttavia, lo stesso Klay non è mai stato impiegato in operazioni di combattimento: ha descritto il suo ruolo come «a very mild deployment». Era un Public Affair Officer. I racconti di Fine missione sono narrati tutti in prima persona, tutti da protagonisti diversi. Sono personaggi inventati, ma basati su esperienze reali: Klay, nei quattro anni di scrittura del libro, ha parlato con decine di veterani, ex Marines, soldati che hanno servito in Iraq e ne sono tornati più o meno sani, in termini di salute fisica, esteriore, o psichica, interiore. Un altro grande punto di riflessione su Fine missione è questo: quanto ha senso descriverlo come un libro di fiction? Con tutta la vera e deflagrante umanità che si trova in ogni dialogo, ogni pagina, beh, poco. I personaggi non parlano come personaggi, ma come vere e proprie persone. Forse sono persone che non vorresti mai incontrare, ma la loro voce è più reale della loro fittizia identità. Ecco il punto: se taglio una storia vera con un’identità inventata, che tipo di risultato ottengo?

US Marines Conduct and Iraqi Forces Conduct Sweeps Through Ramadi

 

Civili vs militari

Il titolo originale è Redeployment, cioè la fine del servizio, il ritorno a casa. Non il ritorno alla condizione civile, solo uno spostamento geografico, l’uscita da quello che viene comunemente chiamato, con un’espressione che lascia intravedere più di ogni altra il gap sentimentale tra civili e militari, “teatro di guerra”. Tutti i racconti parlano di questo: del ritorno a casa, dell’inizio di una nuova vita, una vita necessariamente diversa da quella trascorsa in Iraq (che può essere stata una vita di sette mesi, oppure di due anni), ma anche diversa da quella vissuta in America prima della partenza. Il primo racconto, la prima bomba che esplode negli occhi del lettore (o il primo cazzotto in faccia) è proprio la scena di un ritorno. È il racconto chiamato “Fine missione”, ed è stato edito, prima che nell’omonimo libro, su Granta. La posizione non è casuale: “Fine missione” colpisce sia con il linguaggio che con le immagini descritte. È il ritorno a casa di un gruppo di soldati, il loro percorso: dalla base iraqena al Kuwait, dal Kuwait sull’aereo e infine negli Stati Uniti, a casa. Appena prima, una sosta in Irlanda, per permettere al cargo di rifornirsi di carburante. È il primo contatto dei Marines con il ritrovato mondo civile, che si traduce, immediatamente e naturalmente, nel primo contatto con l’alcol. E quindi: soldati ubriachi in pochi minuti, soldati che urlano, soldati sdraiati, che vomitano, soldati con le palle fuori. Mi sono chiesto come giudicherei, se ne fossi testimone, una scena simile. Probabilmente con un certo disprezzo, mi sono risposto onestamente. Quello che Klay riesce a fare è farti domandare come potresti vivere, invece, per sette mesi senza un goccio di birra. E farti pensare, poi, in un’ipotetica testimonianza dal vivo di una scena simile, qualcosa di simile a: «Che bello vedere degli uomini finalmente ubriachi».

Nei racconti di Fine missione, il Marine diventa veramente Marine soltanto dopo il ritorno a casa. Non in missione, non in pattugliamento, non saltando in aria su uno IED. Lì è con altri Marines, non ha bisogno di definirsi, le sue caratteristiche sono quelle della maggioranza, appartiene alla norma. A casa è l’eccezione. Lo è con la moglie con cui non riesce più a scopare, ma lo è anche con le ragazze con cui scopa proprio in quanto reduce; lo è con «le hippy di Billyburg», che credono che molti veterani diventati vegetariani siano «come loro», e non sanno che il motivo per il quale non mangiano più carne è che l’odore ricorda quello dei compagni che bruciavano vivi dopo un attentato esplosivo. Lo è con tutti i civili, a favore della guerra o contro la guerra: uno dei personaggi ammette di non riuscire mai a essere d’accordo con nessuno, di condannare la guerra se si trova a parlare con chi la appoggia, di esaltarla se si trova con chi vi si oppone. È quello che lo stesso Phil Klay ha descritto come «the gap between public mythology and lived experience». È la reazione di una nazione in cui la guerra – o le guerre, che sotto varie forme e in vari territori vanno avanti da decenni – sono percepite come eventi esterni, con protagonisti “altri” dalla popolazione “normale”. Un po’, mi viene da pensare, come degli Hunger games. Secondo le parole di Klay: «mostly what people feel very keenly is a kind of apathy: a disconnect from the fact that we’re a nation at war».

US Marines Conduct and Iraqi Forces Conduct Sweeps Through Ramadi

 

Le parole per descrivere una guerra

C’è una cosa che temevo, durante il primo approccio a Fine missione: lo chiamerei “effetto Bukowski”. Ovvero la scrittura violenta, grezza, orgogliosamente inesperta e anti-intellettuale di chi interpreta la letteratura provenendo da un mondo violento e grezzo. Come Bukowski, appunto, o come Gregory Corso, o come, temevo, Phil Klay. La paura si è rivelata infondata. Non perché la scrittura di Klay non sia violenta: tutt’altro. La sua scrittura è trucida e, come ha scritto bene Brian Castner sul Daily Beast, profana. È piena di «cazzo», «stronzi», «frocetti», soprattutto di «hajji», un modo un po’ razzista per chiamare un iraqeno, o per estensione un musulmano. È piena di sigle, perché è il linguaggio di un soldato, che non vuole metterti a tuo agio (dico a te, lettore) né spiegarti concetti che si possono dire in breve con un acronimo. MRAP, O4, ASP, COIN, CASEVAC, DPICM, JSS, SVBIED: il glossario, in coda al testo, è lungo cinque pagine e contiene, se non ho sbagliato a contarle, 126 voci. Gli hajji sono sempre «fottuti hajji», «quello stronzo di hajji», «figli di puttana hajji». Eppure i Marines non sono i cattivi. Non sono nemmeno i buoni. Non c’è il bene e non c’è il male. C’è il male della guerra, il male che è morire e uccidere, ammazzare cani randagi per divertimento, ammazzare famiglie innocenti che non si fermano all’alt del checkpoint in tempo, ammazzare soldati americani piazzando IED dentro orsi di peluche a bordo strada. Non ci sono nemmeno parti buone e parti cattive, e forse per questo tutto risulta più vero: è più incomprensibile.

Con dodici personaggi di età, ruoli, cultura ed estrazioni diverse, le voci sono varie. Anche gli stili di scrittura sono vari: considerata la prospettiva in prima persona che attraversa tutti i racconti, il modo di vedere il mondo del parrocchiano sarà molto lontano da quello del sopravvissuto a un’esplosione con il migliore amico rimasto sfigurato («la fessura senza labbra che ha al posto della bocca si tende verso il punto dove dovrebbe esserci l’orecchio»), così come la visione della guerra del volenteroso ingegnere sarà diversa da quella del diciannovenne alla sua prima uccisione. In fondo, Fine missione è un grande libro di guerra perché della guerra non si capisce niente. Dico questo in quanto civile. E l’ho letto già due volte per tentare di capirlo di più. Seguendo le indicazioni di Phil Klay, che ha detto al New York Times: «You don’t honor someone by telling them, “I can never imagine what you’ve been through”. Instead, listen to their story and try to imagine being in it, no matter how hard or uncomfortable that feels». È un libro contro la guerra o per la guerra? «Non esistono film contro la guerra», dice un personaggio del racconto “Storie di guerra”.

US Marines Conduct and Iraqi Forces Conduct Sweeps Through Ramadi

 

Cos’è l’Iraq

Nel racconto “Storie di guerra” il protagonista e Jenks, due reduci, parlano di cosa vuol dire parlare di guerra. La scena fa così:

– Anche le tipe contrarie alla guerra, e questa città ne è piena, vogliono sentire che sei stato nella merda.
Jenks si indica la faccia. – Ecco la merda.
– Giusto. Non devi dire niente. Cominceranno a immaginare chissà cosa.
– Black Hawk Down.
– The Hurt Locker.

Beccato. Il riferimento immaginifico più vicino, mentre leggevo Fine missione, era proprio The Hurt Locker. C’è un motivo: l’Iraq che Klay descrive è ben poco descritto, in realtà. È tratteggiato appena. Quello che si avverte è un paesaggio spoglio e devastato, un paesaggio ocra, sabbioso. Di dettagli nemmeno l’ombra. È fatto di esplosioni improvvise e feriti, come in The Hurt Locker. Di IED e corpi mutilati, rientri a casa, PTSD (Post Traumatic Stress Disorder), famiglie distrutte e pazzia. È silenzioso e poco affascinante, come credo sia ogni guerra.

Mi sono chiesto: cos’è la guerra in Iraq per la mia generazione? Iconicamente, è (stata?) una guerra tra le più nascoste. Penso al Napalm delle fotografie, alle palme in fiamme e alle tigri di Apocalypse Now, oppure a Robert Capa e alla Seconda Guerra Mondiale. Nella narrazione della guerra in Iraq mancano le icone, mancano i simboli immediatamente riconoscibili. La statua di Saddam Hussein abbattuta c’entra poco: quello fu soltanto l’inizio della guerra. Dopo la caduta di Hussein iniziò un altro tipo di guerra, fatta di attentati ed esplosioni, che prosegue da più di dieci anni. Non è mai stata narrata nemmeno la follia poetica di un Kurtz, mutuato da Conrad da Francis Ford Coppola. Eppure in Klay Conrad c’è: non il Conrad di Cuore di tenebra, bensì quello più spietato di Un avamposto del progresso. Nel racconto “Il denaro come sistema di armamento” un ingegnere cerca, prima di desistere di fronte all’impossibilità di muovere l’assurda burocrazia bellica, di riattivare un (potenzialmente) utilissimo sistema di filtraggio idrico in disuso. Il maggiore Zima, veterano che lo accoglie in Iraq, gli spiega che le cose stanno migliorando, anche se sono ancora per buona parte imperscrutabili. Due anni prima, spiega Zima, «era una situazione folle. Le cose stanno migliorando. Quello che devi affrontare adesso non è folle». La pazzia non è solo nello shock post-esplosioni: è dietro l’angolo, è in ogni decisione, anche in quella di spedire in Iraq scatoloni di divise da baseball per i bambini iraqeni, per iniziarli al baseball, senza mazze, senza diamanti.

Il modo migliore per provare, procedendo per tentativi approssimativi, di capire cos’è la guerra in Iraq (ma poi: è finita? Quando finirà? Quando finisce una guerra fatta di IED e cinture esplosive?), è YouTube. Lì ci sono le immagini, le GoPro attaccate alle divise dei soldati caduti in imboscate, o saltati su bombe artigianali: lo stesso The Hurt Locker sembra girato, a tratti, come un videogame, come un GoPro. Ci sono perfino le compilation di attacchi hajji, come fossero compilation di blowjobs. È straniante, come il libro di Klay. Hard e uncomfortable, esattamente.

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