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Fight Club, meglio dimenticare

Il 6 ottobre esce Fight Club 2, che dopo vent'anni riprende la storia di Tyler Durden. Ma quello di Palahniuk è sempre stato qualunquismo letterario.

Nel 2016 per spiegare chi è Chuck Palahniuk si ripete ancora che è l’autore del romanzo da cui è stato tratto il film Fight Club con Brad Pitt ed Edward Norton. Il film culto diretto da David Fincher rese un successo anche il libro del 1996. Dopo il film Palahniuk ha venduto oltre cinque milioni di copie, raggiungendo anche una fascia di pubblico che di solito non legge letteratura. Perché? Ha scritto poi una quindicina di libri, e a venti anni di distanza esce in Italia il 6 ottobre la graphic novel Fight Club 2. Palahniuk lo ha sceneggiato, i disegni sono del canadese Cameron Stewart (Bao Publishing, pp 280, euro 25). Anche Palahniuk forse si considera ancora l’autore di Fight Club.

Il Fight Club è un circolo segreto di persone che pensano di rigenerare le loro vite depresse grazie alla violenza. Gli adepti sono mostri generati dalla società americana, uomini alienati per colpa del capitalismo. La retorica di Palahniuk fu notata subito, già alcune recensioni al film del 1999 evidenziavano: «La ribellione contro il logorio della vita moderna è fatta di sostanza qualunquista e inclina alla violenza rigeneratrice di marca fascista», scriveva la Repubblica.

Strand Book Store Hosts A Reading With Chuck Palahniuk & Amy Hempel

Palahniuk è un autore tormentato ma facile da leggere. Per lui la vita è una noia borghese, se ne esce solo con gli occhi pestati e le pistole in gola. In Fight Club la morale è esplicitata presto: «Compri mobili. Dici a te stesso, questo è il divano della mia vita. Compri il divano, poi per un paio d’anni sei soddisfatto al pensiero che, dovesse andare tutto storto, almeno hai risolto il problema divano. Poi il giusto servizio di piatti. Poi il letto perfetto. Le tende. Il tappeto. Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, ora possiedono te». Alla pagina successiva si chiede al protagonista: «Voglio che mi tiri un cazzotto più forte che puoi». Il mondo che disegna è schematico, manicheo, chiaro nelle contrapposizioni che mette in scena. Da una parte c’è chi fa una vita mediocre – divani, tappeti, tende – dall’altra chi vive pienamente affrontando la vita senza protezioni. Eccolo, il qualunquismo letterario.

Come scrittore, Palahniuk si è distinto soprattutto per lo stile. È stato considerato adrenalinico, sperimentale, dopato, pirotecnico, virtuosistico, capace di tenere un ritmo narrativo sfrenato per centinaia di pagine. I suoi accordi preferiti, che accompagnano ogni testo, sono sesso, violenza e disperazione, conditi da droghe varie. Lo scopo è provocare disgusto nel lettore. Il protagonista del romanzo Soffocare è uno studente malato di sesso che finge di rimanere soffocato dal cibo nei ristoranti sperando che chi correrà a salvarlo continuerà poi a mantenerlo. Si disse che tra il pubblico, durante le letture di Ninna nanna, ci furono decine di svenimenti.

Palahniuk non ritiene la letteratura uno strumento per fare l’esperienza della complessità del mondo, la intende come puro intrattenimento: «Io voglio produrre libri che tengono il lettore attaccato alla pagina, che lo facciano divertire da pazzi. Non sono mica un saggista. E a questo scopo sono pronto a tutto: a fare esplodere bombe, a inventare i personaggi più pazzeschi». Sta qui la differenza con scrittori che sono stati accostati alla sua poetica di violenza e sangue. Nei romanzi di Bret Easton Ellis, per esempio, una grande ambiguità ammanta il mondo. Gli ambienti sono insieme glamour e infernali, i personaggi sono affascinanti e deviati. Il lettore non sa con chi identificarsi, e si sente risucchiato da un mondo in cui il bene e il male sono mescolati uno nell’altro. Così è il cinema di Quentin Tarantino, che spiazza sempre lo spettatore rinnovando in ogni film l’uso e il senso della violenza.

fcLa retorica di Palahniuk non è isolata. Nel 1993, tre anni prima del romanzo Fight Club, era uscito Trainspotting di Irvine Welsh. Nella scena finale del film – anche in quel caso il film aiutò il romanzo – tra personaggi buttati per terra con vestiti spruzzati di sangue si ascolta un manifesto di quella visione del mondo: «Metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto. Scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora. Diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxi-televisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico. Buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai-da-te, telequiz, schifezze nella pancia, figli a spasso nel parco, orario di ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natali in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai».

Palahniuk e Welsh tracciano una dicotomia seducente che illude il pubblico di trovarsi davanti a dei ribelli. Sono invece libri accessibili proprio perché disegnano un mondo elementare in cui esiste il conformismo delle vite mediocri (lavatrici, abitudini, burocrazia) e dall’altra un mondo autentico, una vita spericolata che palpita fuori dal circuito del capitalismo (dare pugni, bucarsi le vene, rubare). L’illusione di essere contro il “sistema”, autorappresentarsi come sassi negli ingranaggi dell’industria culturale è una retorica infinita (le band di gansta rap giravano con manager bianchi di grandi etichette discografiche). La retorica funziona bene anche in Italia dove lo schivo eremita Mauro Corona promuove ad agosto i suoi bestseller a Cortina. 

Quando nel 2005 Palahniuk uscì con Cavie tutti si accorsero che la struttura del romanzo era debolissima, sembravano racconti diventati romanzo. La giustificazione di Palahniuk suonò sinistra: «L’editore sosteneva che i racconti non hanno mercato». Le incertezze sul successo avevano dunque convinto il trasgressivo scrittore a mutare il progetto. «Fermi tutti – scrisse Gabriele Romagnoli davanti a quella ammissione – un’affermazione del genere in bocca al demone di Fight Club? Allo scrittore che sganciava bombe contro la mercificazione della vita in America?».

Dopo molti romanzi mediocri ha fatto bene a scrivere Fight Club 2. Ritorna in vita Tyler. Ritorna la violenza e anche la retorica della mediocrità: «puoi falciare il prato prima di cena?», chiede Marla al marito. Lei implora Tyler: «Tyler salvami da questa vita opaca e insipida». I padri non hanno nulla da offrire ai figli: «Tu cos’hai da offrirgli? Una tragica laurea in arti applicate?». Fight Club 2 è ancora manicheo ma non manca di ironia. Nelle tavole compare Palahaniuk stesso, che si lamenta con i fan che sanno le battute a memoria di Fight Club: «non potete usare le mie banalità contro di me», dice. Eccola, la banalità della letteratura.

I personaggi di Palahniuk ormai sono simboli, mentre il suo stile suona un po’ datato. Saggia la scelta di approdare alle tavole di un fumetto (anche qui nei cinema proiettano Fight Club con Brad Pitt). Quando non si riesce ad uscire dal personaggio che ci si è cucito addosso da soli – o dai propri personaggi – tanto vale replicarli, senza farsi troppa violenza.

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