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Fenomenologia dell’inviato molesto

Da Striscia la Notizia alle Iene, storia del format populista dell'incursione dell'uomo col microfono, appena usato dal M5s contro il direttore del Tg1 Mario Orfeo.

Un qualche giorno del 1996 una persona trafelata dev’essere arrivata sgommando nel parcheggio del Palazzo dei Cigni di Segrate, aver preso l’ascensore fino agli uffici che contano e aver detto qualcosa di assimilabile a: “Ho visto un programma argentino fenomenale, si chiama Caiga quien caiga, dobbiamo assolutamente portarlo in Italia”. In Caiga quien caiga, trasmesso a partire dall’anno precedente su una tv di Buenos Aires, América TV, e guidato da un trio di conduttori, l’attualità argentina veniva affrontata con un tono scanzonato, i politici e i personaggi della vita pubblica erano sbeffeggiati su base regolare, e i grandi temi sezionati in brevi servizi sferzanti, dichiaratamente a misura di grande pubblico. Riguardando una puntata delle prime stagioni del programma, che pure si riferiscono all’Argentina di metà anni Novanta, ci si sente a casa: tre uomini in completo nero scherzano introducendo brevi sketch a metà tra l’intervista e la satira, ci sono le riconoscibili inquadrature sbilenche da finte riprese amatoriali in movimento, e il filo conduttore dei video è l’incursione dell’inviato in spazi e occasioni inopportune, dove molesta personaggi famosi con un’insistenza sfinente: “Caiga quien caiga”, cioè “cada chi deve cadere”, a significare lo spirito iconoclasta della trasmissione. In Italia conosciamo il prodotto come Le Iene, ma il resto è rimasto tutto sommato uguale.

Ignacio, trentatreenne di Buenos Aires che oggi vive all’estero, sottolinea una seconda grande consonanza che prova il successo del format: «Lo ammiravo, le domande spesso facevano dire ai politici cose che non avrebbero detto se avessero avuto più tempo per pensare alle risposte. Era un buon modo per portare la politica a chi di solito non guarda talk show politici. Di certo ha alzato l’asticella della programmazione popolare argentina». E, chiaramente, nei suoi sedici anni di programmazione (non va più in onda dal 2013) ha fatto anche vittime illustri, come quando la ministra dell’Educazione Susana Decibe non ha saputo indicare la capitare dello Sri Lanka, o cosa fosse il teorema di Pitagora. L’alter ego italiano è giunto alla ventesima edizione, e non accenna a dirci addio: i suoi ascolti sono scesi sensibilmente, l’influente autore delle sue fortune, Davide Parenti, l’anno scorso aveva annunciato un clamoroso addio, ma per ora nulla è davvero cambiato, e Le Iene rimane uno dei centri della vita pubblica mediatica del Paese.

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In queste ore il direttore del Tg1 Mario Orfeo ha subito ripetuti episodi di stalking da parte di due persone che, «imitando lo stile delle Iene», scrive Repubblica, si sono finte giornalisti per chiedergli insistentemente conto di sedicenti disparità di trattamento del suo telegiornale ai danni del Movimento 5 stelle. I due si sono poi rivelati essere membri stipendiati del gruppo 5 stelle al Senato, ma intanto il loro “servizio” è diventato virale, dopo essere stato rilanciato anche da Di Maio e altri alti prelati del grillismo. Come nasce l’egemonia culturale dell’inseguimento à le Iene? Cosa porta tutte quelle persone – spesso anche esponenti a vario titolo della cosiddetta borghesia – a gioire per un tizio con un microfono che rincorre una persona spaesata o irritata? Naturalmente in Italia, già prima degli input sudamericani, avevamo un prodotto autarchico che ha contribuito enormemente alla grandeur del modello: il «tg satirico» di Antonio Ricci, Striscia la Notizia, è quasi giunto alla sua trentesima stagione consecutiva. «Il modello inseguimento con microfono lo farei risalire a Chiambretti», dice Massimo Scaglioni, docente in Storia dei media all’Università Cattolica di Milano. Prima ancora che Striscia le adottasse, le incursioni di Piero Chiambretti avevano segnato le prime serate di Rai3 negli anni a cavallo di Tangentopoli, in produzioni come Il portalettere e Telegiornale Zero.

Striscia e Le Iene, legati da «un reciproco scambio di ispirazioni e legami» secondo Luca Barra, ricercatore sulla televisione all’Università di Bologna e firma di Link, raggiungono il loro picco agli inizi dei Duemila, «e da lì in avanti quella forma di “giornalismo” attecchisce ovunque, dal talk politico di Santoro alla domenica pomeriggio e ai programmi di daytime». I due baluardi dell’infotainment contemporaneo di Mediaset da tempo hanno iniziato da tempo a pestarsi i piedi. Nel 2013, quando sembrava che Antonio Ricci avesse voluto e ottenuto lo stop della promozione del programma di Parenti al palinsesto domenicale di Canale5, data per già decisa a Segrate, Striscia aveva firmato un comunicato stampa colmo di sprezzatura: «È chiaro a tutti che non c’è stato nessun blocco […]. Facciamo presente che Striscia la domenica, pur trasmettendo repliche di servizi andati in onda in settimana, otteneva nella scorsa stagione risultati comunque superiori a quelli de Le Iene, pure in onda alla domenica». L’anno seguente, Ricci aveva parlato genericamente di «programmi succedanei di Striscia la notizia». In ogni caso, che propendiate più per le avventure di Capitan Ventosa o per quelle Giulio Golia, è innegabile che la televisione d’inchiesta italiana del 2017 è il diretto risultato del diktat stilistico di due trasmissioni.

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Nei giorni in cui La casta di Rizzo e Stella compie dieci anni, va ricordato che quel libro ha trovato un terreno reso fertile da una serie di prodotti culturali già radicati nella cultura nazionale da tempo, un sostrato di giustizialismo latente di cui Le Iene possono essere indicate come le più degne rappresentanti. Enrico Brignano, comico e celebre conduttore del programma, è stato per lungo tempo autore di monologhi di denuncia politico sociale – noti per essere condivisi freneticamente su YouTube con titoli in caps lock à la «CENSURATO OVUNQUE FATE GIRARE» e risultare, ciononostante, pressoché onnipresenti – e in uno di questi momenti, nel 2012, è intervenuto in difesa della protesta dei Forconi, lo stesso movimento che alla fine dell’anno scorso ha “arrestato” l’ex deputato Osvaldo Napoli appena uscito da Montecitorio, con modalità e prossemiche non diverse da quelle del recente caso Orfeo. Tout se tient, nell’Italia che sembra uscita da un’idea di Davide Parenti.

Quel che ci ha trascinato nel baratro del gentismo d’inchiesta, probabilmente, è il concetto stesso di infotainment: col passare del tempo, l’aggiunta della nota «irriverente» (citando la pagina Wikipedia delle Iene) è passata da vezzo stilistico a stratagemma con cui imporre un determinato messaggio in maniera obliqua, ponendosi al di sopra dell’informazione ufficiale e intersecando fatalmente l’era del boom del sospetto complottista. Davide Vannoni e il suo truffaldino metodo Stamina, i vaccini che causano l’autismo e le presunte correlazioni tra vegetarianismo e cura dei tumori sono tra i temi che hanno trovato spazio nel programma di Italia 1. L’entertainment si è affievolito, o è diventato di maniera, e l’information è diventata una clava sempre più pesante con cui colpire potenti e corrotti di turno, o presunti tali. Non a caso molti degli inviati-vendicatori, dismesse le giacche nere dello show, si sono affermati anche come maître à penser moralisti sui social network, e in quest’aura inscalfibile e acuta in cui si presenta come una voce non allineata, scomoda e alla portata di tutti, vent’anni dopo Le Iene continua a essere uno degli elementi primari del ciclo del qualunquismo nazionale, inseguimento dopo inseguimento.

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