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Se la Palestina diventa “indipendente” con decisioni europee

Francia, Spagna, Inghilterra e Svezia l'hanno già fatto, Italia e Danimarca ci stanno pensando. Che senso ha votare in Europa sul riconoscimento di uno Stato palestinese? Abbiamo sentito un po' di pareri.

Il Parlamento francese ha approvato una risoluzione per il riconoscimento della Palestina una come Stato indipendente. Si tratta in realtà di una misura puramente simbolica, che non avrebbe dichiarazioni dirette sul campo. Lo scorso 13 ottobre il Parlamento britannico ha approvato una risoluzione per riconoscere lo Stato palestinese, mentre il parlamento spagnolo ha votato, con una stragrande maggioranza, una misura simile il 18 novembre. In Svezia invece era stato lo stesso governo a riconoscere formalmente lo stato Palestinese, già lo scorso 30 ottobre.

Una votazione analoga potrebbe svolgersi anche in Italia: attualmente sono state depositate tre mozioni parlamentari, due alla Camera e una al Senato, presentate da alcuni deputati e senatori di Sel, del Movimento 5 Stelle e del Partito democratico. Inoltre anche lo stesso Parlamento Europeo sta discutendo la possibilità di tenere una votazione sullo stesso tema. E la Danimarca voterà a gennaio.

Attualmente i Territori palestinesi sono sotto il controllo di Israele, seppure i loro abitanti non godano della cittadinanza israeliana: la Cisgiordania è sotto l’occupazione militare israeliana, mentre il governo civile è gestito dall’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen, l’organo creato nel 1993 per porre le basi di uno Stato palestinese. Gaza è di fatto controllata da Hamas, gruppo estremista che ha preso il potere nel 2007, mentre i confini sono di fatto controllati da Egitto e Israele. La nascita di uno Stato palestinese è uno degli elementi cardine del processo di pace iniziato negli anni Novanta, ma che di fatto si è arenato: in cambio i palestinesi dovrebbero impegnarsi a porre fine alle violenze contro Israele.

Da tempo l’Anp cerca di ottenere l’indipendenza attraverso la diplomazia internazionale, anziché attraverso col negoziato con Israele. Per esempio richiedendo di essere riconosciuta come membro osservatore nell’Assemblea nazionale Onu – cosa che ha ottenuto due anni fa, anche con i voti favorevoli dell’Italia e della Francia. Dal canto suo Israele ribadisce che uno Stato palestinese può essere creato soltanto a partire dal negoziato diretto tra le due parti in causa… ma non sembra determinato a fare ripartire i negoziati, per lo meno con Abu Mazen.

Per quanto meramente simboliche, le votazioni europee sembrano fare il gioco di Abu Mazen, e infatti sono state duramente criticate da Benjamin Netanyahu, il premier israeliano: aggirare lo stallo del processo di pace ottenendo un riconoscimento internazionale allo Stato palestinese. Ma aiuteranno davvero la nascita di uno Stato palestinese? Le proteste israeliane sono giustificate? Insomma, questo genere di riconoscimenti simbolici sono giuste o sbagliate? Abbiamo raccolto un po’ di giudizi, assai diversi tra loro.

 

Sbagliato: così l’Europa rinnega il processo di pace – Maurizio Molinari (corrispondente de La Stampa in Medio Oriente)

La scelta di alcuni Parlamenti europei di votare a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina all’interno dei confini precedenti il giugno 1967 indica un corto circuito nell’Ue sugli accordi di Oslo del 1993. Quelle intese, siglate a Washington fra Yizhak Rabin, Shimon Peres e Yasser Arafat, portarono alla fine dello stato di guerra fra Israele e palestinesi, sostituendolo con la scelta reciproca di affidarsi a negoziati bilaterali per arrivare alla fine del conflitto. Se gli Stati Uniti di Bill Clinton furono i mediatori di quell’intesa, molto si dovette all’Europa: non solo per il ruolo scandinavo di facilitatore ma per la decisione dell’Ue di garantire le successive intese economiche con il protocollo di Parigi del 1994. A venti anni da allora il conflitto ancora non è stato superato, Israele e Autorità palestinese neanche negoziano, la sfiducia negli accordi di Oslo dilaga su entrambi i fronti, fino al punto da far balenare in entrambi i campi l’ipotesi di una “One State Solution”, e l’Europa, anziché difendere l’eredità di Oslo, la liquida con votazioni parlamentari che negano lo spirito di allora, avvalorando l’ipotesi di un cammino palestinese verso l’indipendenza senza intese con Israele. Per l’Ue garante delle intese del 1993 e del 1994 sarebbe piuttosto coerente – e forse più produttivo – impegnarsi per rigenerarle, spingendo gli interlocutori verso la soluzione dei due Stati negoziando sui perduranti nodi da sciogliere: confini, sicurezza, status di Gerusalemme e diritto dei rifugiati. La politica estera europea per avere credibilità deve anche dimostrare determinazione nel difendere quanto fatto in passato. Soprattutto se si tratta di difendere l’accordo che ha posto fine alla ricorso alle armi fra israeliani e palestinesi.

 

Giusto: è una scelta etica che premia i “palestinesi buoni” – Ugo Tramballi (corrispondente de Il Sole24Ore in Medio Oriente)

Il governo italiano, raramente coraggioso sulle vicende mediorientali, resta sul vago. Ma è solo questione di tempo: Paese dopo Paese, tutti gli europei stanno prendendo posizione sul riconoscimento dello Stato palestinese. E’ ineluttabile e anche la Ue nel suo insieme dovrà farlo. A dispetto delle proteste e degli insulti di Bibi Netanyahu, non è sotto nessun aspetto un fatto rivoluzionario né una scelta di campo a favore o contro una delle parti in causa. L’Europa non è antisemita come sostiene l’attuale governo di destra-centro a Gerusalemme: semmai razzisti sono alcuni ministri di quell’esecutivo. Per tutti gli europei è chiaro che la Palestina indipendente può nascere solo attraverso un negoziato diretto con Israele, secondo la formula dei “due Stati per due popoli, uno accanto all’altro in pace e sicurezza”. Il problema è che Israele agisce contro questo obiettivo. Non solo combatte Hamas che continua a fare la sua stolta guerra. Netanyahu continua a delegittimare l’Autorità palestinese di Ramallah che invece ha scelto la strada del dialogo. Era appena arrivata la notizia del massacro alla sinagoga di Gerusalemme che già Bibi, Lieberman, Naftali Bennett accusavano Abu Mazen di esserne il mandante. Poche ore dopo li ha smentiti il capo dello Shin Bet, i servizi segreti interni israeliani. In questo momento di grandi tensioni regionali, con al Qaida alle soglie del Golan a Nord e nel Sinai a Sud, nessuno chiede a Israele di compere sforzi particolari per raggiungere la pace con i palestinesi. Ma Israele sta approfittando della situazione: nuove case nei Territori occupati, progetti di altri insediamenti, ebraicizzazione forzata di Gerusalemme. Diversamente da Netanyahu, la Ue e ogni singolo governo europeo distinguono Hamas dall’Autorità palestinese, riconoscendo la scelta di dialogo e di pace fatta da Abu Mazen. La decisione di riconoscerne lo Stato è un premio ai “palestinesi buoni”; è una scelta etica perché nonostante i molti errori commessi dai palestinesi, in questa storia da 47 anni esiste un occupante e un occupato; e una pressione politica su Israele. Niente di più e niente di meno. Per questo è tempo che anche il governo italiano si decida.

 

Sbagliato: meglio fare pressioni su Israele – Lisa Goldman (direttrice della Israel-Palestine initiative, New America Foundation)

Non amo particolarmente i gesti simbolici: tendono a distogliere l’attenzioni dalle questioni e dai problemi reali, peraltro dando la percezione (artificiale) di avere ottenuto qualcosa. Riconoscere lo Stato della Palestina servirà forse a fare sentire meglio gli europei, e forse potrà persino dare ad alcuni palestinesi l’impressione di avere conquistato un po’ di dignità, ma non porterà alla fine dei checkpoint e della barriera difensiva. Non darà ai palestinesi la libertà di movimento, né il controllo delle loro risorse, per non parlare dei loro confini. Riconoscere la Palestina come uno Stato indipendente non spingerà l’esercito israeliano ad arrestare e incarcerare ragazzini accusati di lanciare pietre. Non cambierà nulla. Mi piacerebbe piuttosto che l’Europa prendesse una posizione diplomatica contro le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi, contro l’occupazione militare della Cisgiordania, che va avanti da 47 anni, e per la chiusura [dei confini] di Gaza. Vorrei vedere un’Europa che mette in atto politiche tali da dimostrare al governo israeliano che esistono conseguenze diplomatiche ed economiche reali per queste azioni. Il problema, adesso, non è che l’Europa rifiuti il diritto di esistere della Palestina. Il problema è che l’Europa rifiuta di esercitare il potere e l’influenza di cui gode per porre fine all’occupazione israeliana della Palestina. Il punto non è “punire” Israele per il solo fatto di esistere. Sarebbe vendetta, non giustizia. Il punto è creare le circostanze che portino alla creazione di uno Stato palestinese veramente indipendente.

 

Giusto: È l’unica strategia percorribile – Giovanni Fontana (blogger e collaboratore di Limes)

Il conflitto arabo-israeliano è sempre stato più militare che diplomatico, incardinato sulla deterrenza e sulle prove di forza. L’assunto è che il nemico non farà mai concessioni, se non sarà costretto a farle: l’Egitto non avrebbe mai accettato l’esistenza di Israele, senza quattro guerre combattute e perse; Israele non si sarebbe mai occupato della causa palestinese, senza lo scoppio della prima intifada. La migliore azione è quella che rende il nemico impaurito, perché arrabbiato lo sarà comunque, e la paura lo costringerà a indocilirsi. Il modo più efficace per prevenire ritorsioni è prometterne di peggiori. È facile immaginare perché ciò crei un circolo vizioso. Per questo, in ogni momento storico, la parte più forte si è disinteressata alla pace, mentre quella più debole è stata costretta a tendere la mano. In questo momento la parte più forte è nettamente Israele. Dalla fine della seconda intifada, e dalla costruzione del Muro, ai palestinesi è venuto meno anche il principale valore di scambio in questo gioco cinico: la fine degli attentati suicidi. Hamas ha provato a riformulare la strategia con razzi e azioni di guerriglia, Fatah ha rinunciato al terrorismo e scelto la via diplomatica, ma è nella classica posizione di debolezza, dove è costretto a tendere la mano e Israele può permettersi di ritrarre la propria. C’è solo un modo per rompere questo meccanismo perpetuo: costringere il più forte a tendere la propria. Premiare la via diplomatica scelta da Fatah con il riconoscimento è esattamente questo, il tentativo di dare forza al braccio palestinese. Naturalmente qualunque riconoscimento da parte di uno Stato europeo, come quello alle Nazioni Unite di due anni fa, è solamente un piccolo passo di questa strategia di ingerenza. Ma, appunto, è l’unica strategia percorribile: quella di accreditare il mondo come parte lesa di quella pace mancata. L’alternativa è quella di lasciare che se la sbrighino loro. Ci hanno provato: non sembra funzionare molto bene.

 

Sbagliato: prima Hamas deve deporre le armi – Nathania Zevi (giornalista)

In nessuna tradizione più che in quella ebraica contano i simboli e le parole, cui viene conferito il potere creativo, lo stesso attraverso il quale Dio da forma al mondo, come raccontano le Scritture. Nel quadro della discussione sull’ opportunità del riconoscimento dello stato Palestinese, dunque, potremmo opinare da una parte che in politica alcune parole contano quasi più dei contenuti, e che quindi riconoscere unilateralmente uno stato cui i negoziati non sono ancora riusciti a dar vita abbia un senso. Ad alcuni paesi europei si chiede, infatti, dopo il recente voto favorevole della Svezia, di valutare il riconoscimento unilaterale dello stato Palestinese. Una simile mossa contiene forse un opportunità, ma insieme il rischio concreto che tale riconoscimento rimanga lettera morta – e con esso l’effettiva esistenza di uno stato Palestinese – se non avviene nella direzione del ripristino di un dialogo costruttivo tra le due popolazioni, dialogo che in questo momento appare più che mai lontano. La possibilità di un riconoscimento dello stato Palestinese non può e non deve rimanere gesto simbolico ma deve necessariamente succedere la fondazione di un vero e proprio stato Palestinese. Tale fondazione non può pero’ a sua volta che essere legata alla ripresa del dialogo e dei negoziati, quindi all’ interruzione dell’ escalation di violenza messa in atto da parte di Hamas – con la terza intifada, o intifada dei coltelli – ai danni della popolazione civile israeliana, violenza che ciclicamente costringe il governo israeliano a reazioni militari quasi sempre considerate eccessive dall’opinione pubblica.

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