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Ma esistono ancora i giganti?

Viviamo in un'epoca in cui è difficile trovare il genio individuale, mentre la media generale possiede molti più talenti rispetto al passato. Una riflessione.

Il 30 maggio 1978 un uomo dalla statura compresa tra i 213 e i 226 centimetri (le testimonianze su questo punto sono discordanti) sfida in Giappone, nella finale dell’edizione annuale del Madison Square Garden Tournament, il campione di wrestling Antonio Inoki. Inoki è il dio che si china sulle umane creature, dotato di forza, nobiltà e di una certa bellezza. Un eroe indiscutibile, una specie di Omar Sharif del ring. Il colosso è un francese di trentadue anni, ex agricoltore e operaio, di nome André Roussimoff, meglio noto come André the Giant.

L’incontro dura venti minuti. Nei primi dieci, the Giant non fa che tentare di spezzare il braccio sinistro di Inoki eseguendo un’interminabile leva articolare. Inoki non sa come difendersi e, se il wrestling fosse vera lotta, il suo arto sarebbe già appeso a un gancio dell’infermeria. Ma il wrestling è una delle mille declinazioni dell’arte circense, e nessuno si fa male. A un certo punto l’incontro si fa più serrato. I continui ribaltamenti di fronte, il susseguirsi di leve, le prese di sottomissione, le torsioni praticate tanto dal campione giapponese quanto dallo sfidante, hanno lo scopo di far apparire equilibrato un duello che, stando alle semplici regole della natura, risulterebbe impari. Poi the Giant decide di scaraventare Inoki sui fotografi, trasformando il match in una rissa a tutto campo. È il caos. Ossia l’unica circostanza che Inoki può sfruttare per volgere la sorte a suo vantaggio. Così, mentre the Giant cerca di svitare la testa a uno degli aiutanti del campione, Inoki, quatto quatto, riguadagna il centro del ring.

A visitor looks at a giant sculpture tit

Nel wrestling l’arbitro ha la facoltà di conteggiare il tempo che uno dei lottatori trascorre fuori dal quadrato. Arrivato a dieci, può decretare la vittoria del wrestler che invece è rimasto al proprio posto. Si chiama “countout”. The Giant scavalca di nuovo le corde, con una testata getta Inoki al tappeto e si lascia precipitare su di lui a corpo morto. Il giapponese lo schiva per miracolo e corre a rifugiarsi ancora lontano dal ring. Ma ormai il match è finito. L’arbitro salta giù e proclama Inoki vincitore. The Giant resta solo sul quadrato, è attonito e ha lo sguardo perso nel vuoto. Non sa cosa sia successo, urla qualcosa verso il pubblico. Si appoggia alle corde. Solo a quel punto capisce di essere stato sconfitto.

L’incontro che ho appena descritto è la cosa che per me meglio risponde a una domanda che negli ultimi tempi mi è ronzata per la testa, e che ha a che fare con la recente assegnazione del Nobel per la letteratura a Bob Dylan. Una di quelle sulle quali è forse inutile perdere il sonno, ma che in un certo senso, una volta meditate, contribuiscono a chiarirci le idee su alcune questioni che riguardano il nostro tempo. La domanda è: nel mondo livellato, compresso, iperconnesso in cui viviamo, esistono ancora i giganti?

Quando il 13 ottobre del 2016 l’Accademia di Svezia ha insignito Dylan del massimo riconoscimento per la letteratura, il mondo si è scisso in due. Da una parte coloro che l’hanno giudicata una scelta coraggiosa ma legittima, dall’altra quanti invece rigettano l’idea che un cantautore possa essere equiparato a un letterato, anzi, che un cantautore sia addirittura ritenuto la principale autorità vivente nel campo letterario. Interpellato a tal proposito, Leonard Cohen ha espresso la sua: «Per me è come aver dato al monte Everest una medaglia per la montagna più alta del mondo».

Cohen dice sostanzialmente che ribadire che una cosa è grande, quando questa cosa è indubbiamente grande, significa affermare un’ovvietà. In pratica nel giudizio di Cohen è contenuta una stoccata all’Accademia di Svezia, o perlomeno alla sua improvvida mancanza di fantasia, dal momento che appariva a tutti, già prima della fatidica data del 13 ottobre 2016, come una cosa assodata, indiscutibile, che Bob Dylan fosse il più grande. Naturalmente Cohen, nel sottintenderlo, si è posto tra coloro che ritengono Dylan non solo il maggiore cantautore del nostro tempo, ma anche la più alta autorità vivente in campo letterario. Cohen, insomma, afferma che nell’epoca in cui viviamo esistono eccome i giganti; o, quantomeno, ne esiste certamente uno.

Sulla medesima questione nel 2015 si sono interrogati alcuni studenti del Mit di Boston. “Chi sono i personaggi più influenti di tutti i tempi?”, si sono chiesti. Per fornire una risposta dotata di una certa attendibilità hanno creato una mappatura interattiva denominata Pantheon analizzando migliaia di dati dispersi nella rete. Nella classifica generale che hanno ottenuto, ai primi tre posti si sono classificati Aristotele, Platone e Gesù Cristo. Scorrendo le graduatorie per categorie si scopre che tra gli scrittori il podio è occupato da Omero, Shakespeare e Dante. Tra gli attori: Marylin Monroe, Bruce Lee e Charlie Chaplin. La particolarità che accomuna questi nomi è che sono tutti personaggi appartenenti ad altre epoche. Per trovare un personaggio che sia ancora vivo bisogna leggere la classifica dei musicisti, dove al terzo posto, dopo Jimi Hendrix e Bob Marley, compare, guarda caso, Bob Dylan.

È abbastanza ovvio sottolineare la parzialità di questo tipo di classifiche, ma ciò di cui si deve tener conto è che l’obiettivo della mappatura degli studenti del Mit non era stabilire oggettivamente i personaggi più rilevanti della storia, ma capire quali tra questi siano oggi percepiti come i principali, chiamiamoli così, influencer della civiltà contemporanea. È altrettanto ovvio che la distanza storica consente di determinare meglio l’impatto che l’operato di un personaggio ha sulla nostra contemporaneità.

A giant sculpture titled "A Girl" by Aus

Tuttavia è ragionevole immaginare che nei futuri manuali di storia nessuno tra i presidenti americani che si sono succeduti dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy in poi comparirà dentro qualcosa di più di una scarna citazione. Barack Obama sarà ricordato per essere stato il primo presidente nero degli Stati Uniti, certo, ma non perché i suoi due mandati hanno inciso così profondamente nella vita collettiva di quel Paese. Lo stesso nome di George W. Bush, che ebbe la ventura di essere il presidente in carica l’11 settembre del 2001, non verrà tramandato ai posteri soffuso dell’albore che circonda il nome, per esempio, di Abraham Lincoln o di Franklin Delano Roosevelt. Allo stesso modo mi chiedo se, in una futura storia delle scienze, a un genio come Stephen Hawking verrà riservato lo stesso spazio di Archimede, Galileo, Newton e Einstein. E che dire di artisti come Damien Hirst, Marina Abramović e Jeff Koons? La forza della loro opera è assimilabile a quella di Giotto, Michelangelo e Picasso? E ancora, l’attuale campione del mondo di scacchi, il giovane norvegese Magnus Carlsen, saprà segnare un’epoca come fecero a loro modo Bobby Fischer e Alexander Alekhine? E i pontificati di Benedetto XVI e di Francesco? Saranno annoverati tra i più significativi della storia della Chiesa?

L’impressione è che viviamo in un periodo storico tutto sommato trascurabile se paragonato ad altri periodi della storia umana. I personaggi pubblici che animano il nostro tempo non possiedono quell’energia propulsiva che sconvolge e migliora la società e che si propaga come un’onda oltre il presente e negli anni a venire. Eppure viviamo in un mondo in cui la media generale degli individui possiede talenti e saperi in misura infinitamente maggiore rispetto a quanta ne abbia posseduta la media degli esseri umani vissuti in qualsiasi altro tempo; ma in questo mondo nessuno è in grado di massimizzare, per così dire, il proprio dono. L’accesso diffuso alle risorse culturali non fa il genio. In sostanza non esistono oggi persone di così straordinarie doti intellettuali e morali, o di così enorme ingegno, che dominano incontrastati in un campo della letteratura, dell’arte, della scienza, della politica, e il cui talento verrà ricordato fra mille anni. A parte, forse, Bob Dylan…

Oggi esistono migliaia di scuole di musica in cui si può affrontare a vari livelli lo studio di uno strumento musicale; esistono altresì corsi di scrittura creativa in cui chiunque può dotarsi della cassetta degli attrezzi necessaria per ideare un romanzo o semplicemente per raccontare una storia. Le stesse scuole di musica non esistevano ai tempi in cui Elvis Presley imparava da autodidatta a suonare la chitarra e perfezionava il suo stile vocale ascoltando i cori gospel nella chiesa di Memphis, o se esistevano erano in numero assai minore rispetto a oggi. Così come non esistevano scuole di scrittura nella San Pietroburgo di Dostoevskij. C’è però oggi, rispetto ai tempi di Elvis e di Dostoevskij, un numero immensamente maggiore di musicisti professionisti e di scrittori che pubblicano con regolarità opere letterarie di grande pregio. Ma non c’è un gigante come Elvis; tantomeno un Dostoevskij.

La cosa che spiega forse questa apparente contraddizione è l’assenza, oggi, di un complesso di condizioni culturali, storiche e sociali ideale a far fermentare i talenti. È quindi la temperie la vera fucina dei giganti? O forse, più semplicemente, l’affermazione statistica che il genio nasce ogni cent’anni ci pone di fronte alla realtà banale e sconfortante che non viviamo nell’intervallo di tempo giusto per assistere all’agognato prodigio? E se poi il genio fosse in fondo come la pianta che fiorisce una sola volta nell’arco di un secolo, e quando fiorisce emana un odore che somiglia a quello della morte? E – ancora – se ammettessimo invece che i giganti esistono, ma sono sopraffatti dall’aurea mediocritas generale? Se il loro destino di esseri solitari, in un tempo magmatico come il nostro, fosse quello di soccombere penosamente nella folla indifferenziata?

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Eric McLuhan, esperto in comunicazione ed ecologia dei media, nonché figlio di Marshall McLuhan, chiama la moltitudine raziocinante che orienta gli odierni dibatti sociali “folla elettronica”, e la definisce come una sorta di intelligenza collettiva senza corpi. Siamo tutti noi, o perlomeno quanti riversano quotidianamente informazioni nella rete. In uno scenario di questo tipo il genio solitario, ossia il condensato purissimo di talento, estro e immaginazione, viene stemperato, e tutto il suo potenziale disciolto come un confetto effervescente in un bicchier d’acqua. Il genio produce degli effetti sulla civilizzazione, ma si tratta di effetti senza paternità. Il paradosso è che nell’era dell’individualismo trionfa il genio impersonale.

Il gigante, quindi, è da solo sul ring della contemporaneità, attonito, e con lo sguardo perso nel vuoto, urla al pubblico ma nessuno lo ascolta, si appoggia alle corde, è sconfitto. Jonathan Swift fa pronunciare a Gulliver, una volta risvegliatosi nel paese di Lilluput, la frase: «Non cessavo di stupirmi per l’intrepidezza di quei minuscoli mortali, che s’avventuravano a scalare e percorrere il mio corpo mentre avevo una mano libera, senza tremare alla vista d’una creatura prodigiosa come dovevo io apparire ai loro occhi».

Si dice che André the Giant, quando si trovava in Giappone, fosse costretto a evacuare su un foglio di giornale, poiché per lui le toilette di quel Paese erano troppo piccole. Non riesco a concepire qualcosa di più triste dell’immagine di un gigante in una suite a cinque stelle che, a causa della propria natura, si trova obbligato ad accucciarsi su una pagina di giornale per espletare le proprie funzioni corporali. È la fotografia grottesca di una solitudine senza fine. Ma è anche qualcosa che – paradossalmente – ce lo restituisce in una dimensione umana. Ci fa tenerezza, perché in quella posizione il gigante è tale e quale a un bambino. Non ci spaventa più, non proviamo più soggezione per la sua mostruosa prestanza, arriviamo perfino a sentire dell’affetto per lui.

Dopo la sconfitta subìta contro Antonio Inoki molte cose cambiarono nella vita di the Giant. Alla fine degli anni Ottanta Shepard Fairey ne fece addirittura un’icona della street art. Vent’anni prima del celebre volto stilizzato di Barack Obama in quadricromia, decine di migliaia di adesivi con la faccia di André e la scritta “Obbedisci al gigante” vennero fotocopiati, serigrafati a mano ed esposti in luoghi pubblici di tutto il mondo. Quando morì d’infarto, il 27 gennaio 1993, in un hotel di Parigi, André the Giant era ormai il lottatore più amato della storia del wrestling. La cosa non stupisce. In fondo, tra le qualità di cui i giganti possono vantarsi, ce n’è una che è ontologica: è la capacità di essere immensi.

 

Immagini tratte da una mostra di Ron Mueck al Brooklyn Museum nel 2007 (Timothy A. Clary/AFP/Getty Images).
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