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De Angelis e la credibilità del cinema italiano

Presentato a Venezia, esce domani nelle sale il più bel film italiano della stagione. Intervista a Edoardo De Angelis, regista di Indivisibili.

Napoli. Periferia estrema. Due gemelle siamesi si esibiscono a feste e cerimonie, repertorio neomelodico stile prima Anna Tatangelo. Il fenomeno freak piace, la famiglia lo sfrutta. Vorrebbe addirittura venderle alle folle come sante: in fondo cosa ci vuole a passare dalle comunioni alle stimmate? Desy e Viola, questi i nomi, tentano la ribellione: basta, ci vogliamo separare. Letteralmente. Detto così, questo soggetto sembra una follia. Invece a Indivisibili di Edoardo De Angelis – al cinema dal 29 settembre, ad oggi il più bel film italiano della stagione e per Paolo Sorrentino (e non solo) il titolo da candidare all’Oscar al posto di Fuocoammare – credi fin dal primo minuto.

 

ⓢ Edoardo, lo chiedo a te che sei il regista: com’è avvenuta questa magia?

Desy e Viola sono la personificazione di sentimenti universali: la separazione e il dolore che comporta, la crescita come aspirazione, la sofferenza come passaggio necessario. Era una scommessa, ma in questa storia c’è qualcosa che può essere agganciato da chiunque. E, quando un tema ci riguarda, il racconto può assumere qualunque forma – una favola, una parabola – ma noi siamo disposti a crederci. In termini più concreti, credere a questa storia è possibile anche perché è ambientata in un luogo dove una vicenda del genere è altamente plausibile, anche se non si è mai verificata. Un luogo dove la superstizione avvelena e al tempo stesso arricchisce la religione, dove le persone sono pesantemente affette dal vizio della speranza: chi vuole alimentare questa speranza trova terreno molto fertile.

 

ⓢ Da Gomorra a Elena Ferrante, Napoli è al centro dell’immaginario non solo nazionale.

Napoli è da sempre una calamita di storie, un faro per l’immaginazione. Rappresenta tutto quello che c’è di bello e di brutto al mondo, e lo contiene nello stesso metro quadrato. La compresenza di bellezza e bruttezza ti permette di realizzare una sintesi visiva che rappresenta la vita in maniera piuttosto esaustiva: c’è spazio per entrambe anche in un unico fotogramma. In più, la tradizione cinematografica e di recente anche televisiva ha permesso di far arrivare queste immagini ovunque, c’è una curiosità se vuoi un po’ superficiale che però a me non dispiace: il nostro linguaggio così specifico oggi genera emozioni in chiunque nel mondo perché appare autentico. Noi napoletani eravamo lì prima e ci saremo dopo, questa è la terra che genera le nostre storie. Non mi ha mai attratto la possibilità di girare film in regioni diverse solo perché c’è una Film Commission più ricca della mia.

 

ⓢ L’assurdità delle location del cinema italiano è dura a morire: nei film si vede ancora gente con l’accento del Pigneto che finisce senza motivo a Torino o Bisceglie.

È un’aberrazione, una mancanza di rispetto assoluta nei confronti del pubblico. Fare un film è come raccontare una storia a un amico a tavola: prima cerco di fargli capire perché ascoltarmi, poi di rispettarlo mentre parlo. Se andrò in Trentino Alto Adige, sarà solo per raccontare una storia sugli impianti sciistici. Ma l’interno di una casa napoletana non è ambientabile altrove. Siamo molto oltre l’epoca del teatro di posa, il mio teatro di posa è Castel Volturno, il Centro Direzionale, è tutta la città. Il nostro cinema ha una dimensione artigianale, non possiamo comportarci come se fossimo una grande industria, o meglio possiamo farlo ma siamo ridicoli. A Napoli i falsi li chiamiamo “pezzotti”. Ecco, io non voglio essere il pezzotto di una grande griffe, voglio essere l’originale della mia manifattura.

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ⓢ Senti, Giovane Regista Italiano: è vero che quest’anno il nostro cinema è rinato, o è sempre colpa di chi fa il mio mestiere e deve riempire i giornali?

Quello del morto e del vivo è un gioco famoso nella tradizione napoletana, si fa a tavola a Natale coi parenti. Lì il morto e il vivo si alternano in continuazione, da un turno all’altro puoi incontrare uno o l’altro. È da quando ho iniziato a fare cinema che sento parlare di morte e rinascita. Conosco colleghi che hanno una creatività molto vitale e altri che sono invece appiattiti sulle indicazioni sterili dei produttori. Oggi però c’è uno slancio evidente, arriva dagli anni bui precedenti, passati davvero a stringere la cinghia. Non dimentichiamo che nei vent’anni di governo Berlusconi il Fondo Unico per lo Spettacolo è stato decurtato del 60%. Questo ha significato da un lato la contrazione della produzione, dall’altro ha imposto una riflessione profonda. Siamo rinati in una dimensione indipendente che ha spazzato via tanti produttori che campavano facendo solo la ricotta del Ministero. Questa ricotta ha generato prodotti caseari molto scadenti, ora la fame ha reintrodotto la domanda su che cosa vuol dire veramente l’appetito del pubblico. Il paradosso successivo è stato che, da indipendenti, noi siamo diventati più solidi e in grado di garantire una ricerca affidabile e continuativa.

 

ⓢ Per questo un film apparentemente piccolo come Indivisibili è distribuito da Medusa?

Medusa ci ha intercettati in un momento storico totalmente diverso da cinque-sei anni fa, allora non sarebbe probabilmente successo. Hanno avuto coraggio… anzi no, basta con questa retorica del coraggio. Ecco: sono stati intellettualmente onesti. All’inizio, di fronte a un soggetto come questo, hanno sgranato gli occhi, poi hanno capito che chiunque, dal più ignorante al più colto, avrebbe potuto emozionarsi: chi nella vita non ha sperimentato questo tipo di lacerazione? Non esiste l’arte solo per chi è laureato, ma nemmeno i film solo per chi è ignorante. Io tendo a una forma che metta insieme tutti. A lungo mi hanno guardato con l’occhio storto, io nel frattempo la forma l’ho affinata, i miei film sono – credo – diventati più belli, e spero che i prossimi lo saranno ancora di più. Dall’altra parte, produttori e distributori hanno cominciato ad abituarsi all’idea che non esiste una forma di sicuro successo. Così come è odiosa la formula dei film cosiddetti autoriali, che spesso rimestano nella comodità del manierismo. L’unica forma possibile è la costruzione di un senso attraverso l’emozione. Perché neanche l’emozione da sola basta, dev’essere uno strumento, altrimenti è sensazionalismo. Ci vuole un po’ di dimensione percettiva e un po’ di dimensione narrativa, devono stare così, in bilico. E più l’equilibrio è fuori tempo, imperfetto, più somiglia alla vita. Non c’è un algoritmo, o forse l’hanno già inventato ma non serve a niente. Esiste la tecnica, certo, ci sono fior di manuali sulla messinscena, ma nessuna equazione matematica può garantire quella magia, quella parte di imponderabile che è minima rispetto alla costruzione di un film: eppure tutto il nostro lavoro si compie affinché quella piccolissima parte si verifichi.

 

ⓢ Dicono Angela e Marianna Fontana, le tue favolose protagoniste, che hanno fatto un primo provino con te a quindici anni, ora ne hanno diciotto. Indivisibili l’hai scritto pensando a loro?

È successo tutto insieme. Lo sceneggiatore Nicola Guaglianone mi raccontò la suggestione di due gemelle siamesi cantanti a Napoli che danno da vivere alla loro famiglia, eccetera. Io conoscevo già Angela e Marianna. La realizzazione di questo film non poteva che andare di pari passo con la possibilità di trovare interpreti adeguate, perciò loro sono entrate subito, fin dal soggetto. Hanno dentro un fuoco, una fame autentica, comunicavano immediatamente le loro emozioni con i personaggi, i loro desideri e le loro paure non sono lontani da quelli di Desy e Viola. Oggi c’è un’ossessione compulsiva per la propria immagine, chiunque tende a moltiplicarla, a proporla ovunque. Angela e Marianna – esattamente come Desy e Viola – vogliono fuggire da questo selfie perenne, vogliono spegnere la luce, essere libere. Succede anche nel film: il padre non sbaglia quando dice guardatevi attorno, qui la gente è disperata. La famiglia vive a un passo dalle prostitute nigeriane, il business che le gemelle producono è una fortuna. Però le ragazze capiscono che non basta, che non devono accontentarsi del meno peggio che ti può dare la vita. È la dimensione politica del film, per chi la vuole cogliere.

 

ⓢ Quali sono i tuoi riferimenti?

Non sono un cinefilo, vedo pochi film molte volte, e non necessariamente film che farei. Mi smuove sempre Lars von Trier, nel bene e nel male. E sono cresciuto con Emir Kusturica, che è stato anche il produttore esecutivo del mio primo film, Mozzarella Stories. Negli anni ’90, quando vedevo i suoi film, mi sembrava stranamente l’interprete più giusto ed efficace della commedia all’italiana. Adesso quello che mi emoziona lo trovo dove capita: in una telenovela sudamericana, in una cartolina attaccata al muro, in una scritta sulla metropolitana. Soprattutto in quello che vedo per strada.

 

ⓢ Come sarà il tuo prossimo film?

Vorrei continuare ad indagare le relazioni famigliari, m’interessano molto. E m’interessa ragionare sull’identità, sempre più smarrita. C’è una ricerca ossessiva e a volte pericolosa di un sistema di regole che ci definiscano, nelle sue forme più estreme diventa fondamentalismo politico o religioso. Mi affascina e mi inquieta. Forse per questo mi piacciono Desy e Viola, che vogliono solo essere delle brave persone.

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