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È tanto bello che ho pianto

Analisi del "film ricattatorio", quel genere di cinema che non puoi che guardare e piangere, senza via di scampo. Da Io e Marley a Lars Von Trier.

Cominciamo con una piccola nota personale, necessaria a capire alcune delle cose che stiamo per scrivere. Da poco, ogni tanto, diciamo due giorni a settimana, tengo con me un piccolo cucciolo di cane. Si chiama Sabbia, ed è un Morkie, ovvero un designer dog. Non si tratta, come state probabilmente pensando, di un cane protagonista del Salone del Mobile di Milano, ma di un incrocio volontario di due razze definite. In questo caso si tratta della somma dei geni del Maltese e dello Yorkshire Terrier. È di piccola stazza, socievole con gli altri cani e soprattutto con i bambini. Sabbia è un trovatello ed è, obiettivamente (non sto per nulla esagerando) forse tra i tre cani più teneri e belli che si siano mai visto al mondo. Sono oggettivo, ve lo giuro. Ha quattro mesi, assomiglia a una versione mini di Chewbecca ed emette dei suoni da peluche. Lo vedi e ti ci affezioni. Punto. Sfortunatamente non è mio, ma mi viene affidato dai proprietari per due ragioni: da una parte loro hanno una vita decisamente impegnativa. Lavorano molto entrambi e hanno anche due bambini piuttosto piccoli da gestire, portare a scuola, a lezione di tennis, pianoforte e danza. Per cui ogni tanto, comprensibilmente, hanno dei problemi a gestire il povero Sabbia. Piccola parentesi: si chiama Sabbia, nome femminile, ma è maschio. Il nome è stato scelto da bellissimi bambini biondi (di quel biondo tipo color Stabilo Boss giallo) dei padroni, che l’hanno trovato abbandonato sulla spiaggia. Visto che il pelo dell’animale in questione ricorda proprio il colore della sabbia, non si poteva fare altrimenti. E poi Sabbio suona malissimo. La seconda motivazione per cui ogni tanto faccio il padrone in multiproprietà di Sabbia, è che non posso farne a meno. Sia io che la mia compagna ci siamo perdutamente innamorati del cane e appena possibile lo andiamo togliere con estrema crudeltà dalle braccia dei bambini biondi per viziarlo e coccolarlo a più non posso.

 

Non fate quelle facce: i bambini ce l’hanno tutti i giorni e poi, quando sono a scuola, il cane starebbe da solo a casa. Cosa dovremmo fare noi? Cosa, mi chiedo io, in nome del Signore? Lasciarlo lì da solo, in balia degli eventi? Insomma, in meno di due mesi siamo passati dalla fase “Voglio vivere così, libero e felice come un’artista, senza preoccupazione alcuna” a quella in cui guardi con rispetto di chi alla e due di note vaga disperato sotto casa per far fare la cacca a Pucci. Un processo di rincoglionimento senza precedenti: passiamo le giornate a fare le foto matte col cane, gli compriamo milioni di giocattoli, facciamo le vocine, lo portiamo a correre per tutti i giardini di Milano, organizziamo pranzi fuori porta apposta per portarci anche Sabbia e cose del genere. E Sabbia, in tutto questo, ci regala milioni di soddisfazioni: scodinzola! E ci lecca la faccia!

Vi svelerò il finale di tutti i film di cui parleremo nel pezzo. Non serve una straordinaria capacità deduttiva cinematografica per capire dove vanno a finire questi film.

Questo mio nuovo attaccamento alla specie canina mi ha portato a visionare un film che avevo fino a ieri ignorato. Si tratta di Io & Marley, pellicola tratta dal romanzo omonimo di John Grogan e poi portato sullo schermo dal regista de Il Diavolo veste Prada, David Frenkel. I protagonisti sono i paladini della rom com Jennifer Aniston e Owen Wilson e la storia è più o meno questa: i due sono una giovane coppia di giornalisti. Come tutte le coppie di giovani giornalisti che vivono in una modesta villetta a Miami, sono molto felici ma non totalmente realizzati. Per migliorare la loro situazione, decidono di prendere Marley, il più tenero cucciolo di labrador che abbia mai messo zampa sulla Terra. Marley è bellissimo, ma è anche una totale peste: è indisciplinato, morde tutto quello che si trova davanti, non può stare da solo un secondo e crea un casino dopo l’altro. Insomma, nella mia totale demenza da spettatore ormai innamorato dei cani, volevo vedere una sorta di versione 2.0 di Beethoven. Un film con un cane simpatico combina guai, che mi facesse passare due ore altrimenti votate alla noia sul divano di un anonimo sabato pomeriggio. E invece, amici miei, non avete idea delle lacrime. Non riesco più a trovare il video in questione, ma sui cani ha detto la sua anche Louis C.K. Arriva sempre un momento nella vita di un genitore in cui un figlio chiede un cane in regalo. E dopo mille insistenze, quel genitore, sentendosi magari anche una bella persona, soddisferà il desiderio del figlio. Ecco, insieme a un bel cucciolo dal muso tenerissimo, avrà regalato al sangue del proprio sangue anche un paio di ettolitri di amare lacrime e due chili di tristezza. Quel cane così bello e vitale, un giorno morirà. C’è poco da fare. Morirà investito da un macchina lanciata a folle velocità in città. Morirà per una malattia incurabile e dolorosa, perché ha mangiato felice un chilogrammo di uranio impoverito trovato in un’aiuola, scapperà e non troverà più la strada di casa, o morirà semplicemente di vecchiaia. I cani muoiono e, 99 su 100, muoiono prima dei bambini a cui sono stati regalati. Anche Marley muore. Mi prendo questa libertà nello spoilerarvi il finale del film, perché si tratta di una pellicola del 2007 e anche perché da un certo punto del film in avanti sopra la testa del tenero cane è come se svolazzasse un perfido avvoltoio. Anzi, è meglio che lo sappiate fin da ora: di tutti i film di cui parleremo nel pezzo, al fine di quanto vogliamo dire, vi svelerò il finale. Insomma, non serve quella straordinaria capacità deduttiva cinematografica di cui parlava Luis Buñuel nel suo bellissimo libro Dei Miei Sospiri Estremi («Se nel primo tempo di un film compare una pistola, nel secondo molto probabilmente sparerà») per capire dove vanno a finire questi film. Per esempio: è chiaro a tutti coloro che riescono a passare la metà del film Io & Marley, che Marley passerà a miglior vita. Solo che la morte del povero, tenero e dolce Marley può partecipare al campionato delle sequenze più ricattatorie della Storia del Cinema. E vincere.

Avete pianto per Up, per Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo, per Un mercoledì da Leoni o per L’Uomo che Uccise Liberty Valance? Ok, è giustificato, è corretto, è cosa buona e giusta. Avete pianto per Io & Marley? Siete delle mammolette – come il sottoscritto.

Dopo la sua morte, quando ormai siete già piegati in due dal dolore sul vostro divano, vi verrà anche regalata questa delicatissima sequenza: la Aniston e Wilson hanno appena sepolto il povero cane nel giardinetto della loro villa (nel frattempo la modesta villetta è diventata un mezzo castello) e, insieme ai loro tre bellissimi bambini, gli fanno un piccolo funerale. Durante questa cerimonia pagana i bambini avranno anche il coraggio di leggere le loro furbescamente stentate lettere di commiato, sottolineate da una struggente musichina. Sui titoli di coda poi, il colpo finale: rivediamo sequenze del film in cui il cane corre(va) felice per dei bei prati, si bagna(va) nell’oceano al rallenty, si siede(va) al fianco del suo padrone in un bellissimo campo di grano reso perfetto dalla luce del tramonto. Insomma, un’istigazione alla depressione bella e buona. E allora, una volta ripresomi da questo trauma, mi sono chiesto: Io & Marley è forse il film più ricattatorio di sempre? Quali sono quegli altri film che scientemente, sadicamente portano lo spettatore alla lacrim? Perché poi di questo si tratta: dell’innegabile volontà di farci piangere. Quante volte ci siamo trovati in lagrime di fronte a un film? Ok, c’è chi è più sensibile e chi è più propenso al pianto, ma in alcuni casi ci si sente come delle cavie nelle mani di perfidi sceneggiatori e registi pagati a cottimo. “Quante lacrime hanno versato gli spettatori? Ok, eccoti la tua paga”. Avete pianto per Up, per Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo, per Un mercoledì da Leoni o per L’Uomo che Uccise Liberty Valance? Ok, è giustificato, è corretto, è cosa buona e giusta. Avete pianto per Io & Marley? Siete delle mammolette – come il sottoscritto – che si beve qualsiasi cosa gli venga spacciata per un film. Quello che a noi qui interessa è scovare quei titoli che vi hanno fatto piangere con cattiveria, solo per il gusto di farlo. Perché è anche vero che gran parte degli spettatori vanno a vedere i film perché, come si diceva in Amarcord, «è tanto bello e ho pianto tanto».

Cominciamo con un chiarissimo esempio di film ricattatorio dalle alte pretese autoriali. Siamo nel 2000 e gran parte del pubblico mondiale ha già affibbiato la patente di Autore a Lars Von Trier. Dopo aver fatto (tra le altre cose, ma parliamo dei film che all’epoca erano visibili e rintracciabili) Le Onde del Destino, un film in cui la protagonista parla, come scrive il Mereghetti nel suo Dizionario dei film, «con Dio come in Don Camillo» e Idioti, pellicola che andava vista con in mano le regole del Dogma, il nostro se ne esce con Dancer in the Dark. La storia è questa: Bjork è un’immigrata cecoslovacca che lavora fianco a fianco a Catherine Deneuve in fabbrica. E hai voglia a dirmi che Fast & Furious 5 è un film irreale perché c’è una macchina che salta giù da un ponte ai 300 hm/h e Vin Diesel non si fa nulla. Catherine Deneuve in fabbrica. E abbiamo detto tutto. La povera Bjork sta diventando cieca e, a causa di questa orrida malattia ereditaria, suo figlio è destinato alla stessa fine. Per preservare il suo pargolo da questo buio destino, Bjork si ammazza di lavoro e straordinari, al fine di poter pagare al figlio una costosa operazione. Ma un bel giorno un poliziotto, brutto e cattivo, le ruba tutti i soldi. E quando già le cose non puntano proprio in direzione della spensieratezza, Bjork finisce pure in prigione (mi sembra di ricordare per un’accusa di omicidio) e viene infine impiccata. A questa storia così, leggermente deprimente, c’è da aggiungere un importante elemento: quando l’operaia cecoslovacca è molto molto triste, sogna. Sogna di vivere dentro un musical, dove canta e balla come solo Bjork sa fare. E tu, ma proprio tu, piangi. Dannato Lars!

Il tema della fantasia come scappatoia a un mondo fatto di orribili amarezze è al centro di un altro dei film più ricattatori del secolo: Un ponte per Terabithia di Gábor Csupó. Tratto dal romanzo del 1976 di Katherine Paterson, racconta la storia di una povera famiglia piena di problemi economici e bambini. Uno di questi, il povero Jess – bullizzato da chiunque e solitario come solo i bambini incredibilmente fantasiosi e poetici e belli possono essere – trova però una nuova amica con cui passare i suoi altrimenti amari pomeriggi. Insieme a Leslie si perde volentieri nel bosco ed è così che si inventano il regno di Terabhitia, un luogo fantastico popolato da misteriosi creature e magici oggetti. Terabhitia diventa il luogo in cui i due possono trovare finalmente una propria dimensione, fondare la loro amicizia e dimenticare le tristezze della vita reale. Jess e Leslie sono felici, troppo felici. E arriva la mazzata: un giorno il piccolo Jess va con la sua professoressa preferita (Zoey Deschanel) a visitare un museo. Innamorato dell’insegnante non dice nulla a Leslie di questa sua gita e lascia la ragazza a giocare da sola. Quando torna a casa lo informano che Leslie è ovviamente morta. Jess si dispera: si sente colpevole della morte della sua migliore e unica amica e il mondo torna ad essere per lui un luogo triste e privo di fantasia. Come si può reagire a una cosa del genere? Semplice: costruendo un ponte vero per un luogo della mente. Una volta finita l’opera dedicata alla sua amica morta, Jess permetterà alla sua piccola sorellina di entrare a Terabhitia e addirittura la farà incoronare Principessa del regno. Un Ponte per Terhabitia è tutt’altro che un brutto film, ma capite anche voi che far morire bambini a una media di uno ogni mezz’ora è leggermente scorretto. Un po’ la stessa cosa che si può rinfacciare a un film come Papà, Ho Trovato Un Amico in cui una ragazzina solitaria e ossessionata dalla morte stringe finalmente amicizia con un bambino (Macaulay Culkin) terribilmente allergico a qualsiasi cosa. Ma allergico in maniera grave, soprattutto alle punture di ape, sia chiaro. Come andrà a finire secondo voi questa bella amicizia?

Ma passiamo a un altro filone dove sceneggiatori e registi hanno dato il peggio di loro: la malattia. Spesso il cinema statunitense ha voluto raccontare orribili storie di malattie che portano sempre ed inevitabilmente i protagonisti a schiattare male una volta che hanno trovato l’amore della loro vita. Gli esempi non mancano: Scelta d’Amore con Julia Roberts innamorata di Campbell Scott con il tumore al sangue. My Life con Michael Keaton malato terminale che prepara delle videocassette al figlio che non conoscerà. Philadelphia con Tom Hanks malato terminale di Aids che canta la lirica virato in rosso. Autumn in New York con l’impenitente playboy Richard Gere che trova il vero amore in Wynona Rider, malata terminale. Alla categoria fa parte (ma al confronto degli altri appena citati appare come un capolavoro) anche Dietro la Maschera, pellicola diretta dal grande Peter Bogdanovich che racconta la storia di un ragazzo, Rocky Dennis (Eric Stoltz), affetto da una rarissima malattia, la leontiasi. Si tratta di una deformazione del teschio che lo rende simile a un leone. Bogdanovich vince la sfida raccontando una storia adolescenziale senza concentrasi principalmente sul fattore malattia, ma interessandosi di più al proprio protagonista. Ottimi anche i comprimari Cher e Sam Elliot.

Mare Dentro è basato su una storia vera e tratta di temi importanti come l’eutansia. Ok, saremo rispettosissimi. Peccato però che lo stile adottato dal regista spagnolo sia quanto di più melenso e falso si possa immaginare.

Ma ci tengo particolarmente a ricordarvi di un film incredibilmente ricattatorio poi giustamente caduto nel dimenticatoio. Si tratta di Qualcuno da Amare del 1993, diretto da Tony Bill e interpretato da Christian Slater e da Marisa Tomei. Su IMDb la trama viene così riassunta: «Girl meets boy. They fall in love. Tragedy strikes». Non male, ma vediamo di essere un po’ più precisi. La cameriera Caroline, sfortunatissima in amore, lavora nello stessa tavola calda del timidissimo Adam. Un brutto giorno, Adam salva Caroline da un tentativo di stupro e i due cominciano ad avvicinarsi. Quando sembra ormai che i due siano destinati ad amarsi per la vita tutta, si rifanno vivi gli stupratori che accoltellano al cuore Adam. Il ragazzo sembra essere destinato a morte certa, ma gli viene sostituito il suo malandato cuore con quello di un babbuino. Lo riscrivo perché è quasi troppo bello per essere vero. Un babbuino. Ovviamente dopo un po’ Adam, mentre passeggia sul lungomare al tramonto a braccetto con l’amore della sua vita, si sederà su una panchina per poi dire: «Sono stanco, amore mio. Molto stanco. Chiudo un attimo gli occhi. Un po’ mi dispiace perché non potrò vedere il tuo bellissimo viso con gli occhi chiusi, ma sono tanto stanco…»; e poi muore a soli 27 anni. Non male, no? Ma c’è chi ha fatto di peggio ed ha pure convinto tutti di essere un grande regista e non un pazzo sadico. Parlo della vecchia sensazione dell’horror spagnolo Alejandro Amenábar che, dopo aver diretto Nicole Kidman in The Others decide di tornare in patria per il terribile Mare Dentro. Il film racconta la vera storia di Ramón Sampedro (Javier Bardem), un meccanico che a causa di un tuffo finito male diventa tetraplegico. Costretto a letto, il povero Sampedro si batte per 29 lunghissimi anni a favore dell’eutanasia e per poter scegliere della sua vita. Mettiamo le mani avanti: qui le cose si fanno serie. Mare Dentro è basato su una storia vera e tratta di temi importanti come l’eutansia. Ok, saremo rispettosissimi. Peccato però che lo stile adottato dal regista spagnolo sia quanto di più melenso e falso si possa immaginare. In una sequenza di rara cattiveria si inquadra in primo piano Bardem costretto a letto mentre ascolta la romanza “Nessun Dorma” della Turandot. Vediamo la commozione sul volto di Bardem per qualcosa di troppo bello da sostenere, per l’amore nei confronto di una vita che lui non riesce più a vivere come vorrebbe. E allora la camera gira su se stessa, punta verso la finestra e – in piano sequenza – comincia a volare sugli alberi, sul bosco, proprio nel momento in cui la musica si fa imponente e drammatica. E quando fai una cosa del genere, sai di essere dalla parte del torto. Cosa che ha evitato per esempio (e me ne stupisco) Julian Schnabel quando ha voluto affrontare più o meno lo stesso tema nel suo Lo Scafandro e La Farfalla, film che rischia moltissimo che ma riesce a non farsi tentare dalla trappola del pietismo per raccontare la vera storia di Jean-Dominique Bauby, giornalista francese che dopo un ictus si risveglia dal coma con tutto il corpo paralizzato tranne il suo occhio sinistro. Queste storie esistono, è giusto che il cinema le voglia raccontare, ma non c’è sempre bisogno di inserire forzatamente Nessun Dorma nella colonna sonora per commuovere tutto il pubblico.

Antarctica, un film praticamente muto: interminabili sequenze di bellissimi cani che ululano al cielo sotto l’aurora boreale, si accoccolano uno vicino all’altro per poi morire di freddo. Un esempio di orribile sadismo che la Disney non s’è fatta sfuggire.

Concludiamo come abbiamo iniziato, ovvero citando altri due film con protagonisti dei cani. Il primo è Antarctica, diretto nel 1983 dal giappones e Koreyoshi Kurahara. Qui si racconta la vera storia dei 15 cani da slitta più famosi del Sol Levante. I poveri animali in questione furono abbandonati da una spedizione nel bel mezzo del Polo Sud, a causa di avverse condizioni atmosferiche. Dopo un anno nel quale i cani rimasero legati alle loro catene e con pochissimo cibo a disposizione, qualcuno tornò alla base per seppellire i poveri cani. Ma incredibilmente se ne salvarono due: i fratelli Taro e Jiro. Un film praticamente muto: interminabili sequenze di bellissimi cani che ululano al cielo sotto l’aurora boreale, si accoccolano uno vicino all’altro per poi morire di freddo. Un esempio di orribile sadismo che la Disney non s’è fatta sfuggire visto che ha curato la distribuzione dell’originale e ne ha anche fatto un orrido remake con Paul Walker nel 2006. L ’ultimo che citiamo è il famigerato Hachiko – Il tuo Migliore Amico di uno dei peggiori registi in attività: quel Lasse Hallstrom già responsabile di pellicole come Chocolat o del recente Il Pescatore di Sogni. Anche qui si racconta la vera storia di un cane giapponese, il famoso Hachiko. La storia racconta del rapporto tra un professore di musica, interpretato da Richard Gere, e un cucciolo di Akita. I due diventano amici per la pelle: ogni giorno il cane accompagna il suo padrone alla stazione dei treni e lì si fa ritrovare alla sera. Ma un brutto giorno il professore viene colto da un infarto a lezione e muore. Hachiko però non lo sa e quindi passerà i suoi tristi nove rimanenti anni di vita in stazione, in attesa del ritorno del suo amico. Un film che non ha nessun timore di fronte alla lacrima facile e che non esita addirittura a realizzare intere sequenze sfruttando l’improbabile soggettiva in bianco e e nero del cane. Forse il punto più basso del genere ricattatorio.

Ovviamente ci sono molto altri titoli che non citiamo qui per problemi di spazio, ma il film ricattatorio è uno dei generi che va più forte negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo. Come abbiamo detto a inizio di questo lungo scritto, il problema sta nel sapere dividere le pellicole che fanno piangere perché raccontano bene una storia triste o emozionante, da quelli che invece utilizzano mezzucci pur di farci versare una lacrima. Un consiglio: dubitate di qualsiasi film abbia nella locandina un cane. A meno che sia Sabbia, è chiaro. Sabbia sarà infatti il prossimo protagonista di un film di sci-fi in cui sconfiggerà un’armata di robot provenienti dallo Spazio Profondo.

 

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