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02:48 giovedì 24 settembre 2026
Non si sa niente del nuovo film di Gregg Araki, ma il fatto che si intitoli Il declino della fottuta civiltà occidentale ci fa sperare benissimo Il regista di Mysterious Skin starebbe dirigendo una commedia dark con Ashton Kutcher, Alison Brie e Jesse Williams.
I Meta Glasses sono talmente odiati che qualcuno si è inventato un’app che si chiama Zuckoff che ti avverte se ce n’è un paio nella vicinanze Si chiama Zuckoff, intercetta le frequenze bluetooth con cui gli smart glasses si collegano al telefono e avvisa chi l'ha installata.
All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stata la prima volta che Stati Uniti e Iran si sono incontrati per discutere al posto di lanciarsi solo razzi come prima e dopo il cessate il fuoco di giugno Trump ha parlato per quasi tutto il suo discorso di quanto stia facendo per l'America, il resto è servito a giustificare la guerra con l'Iran.
Sally Rooney è riuscita a far cancellare la costruzione di un data center in Irlanda Un data center contestato dall'autrice di Intermezzo e Persone normali si è appena visto revocare il permesso di costruire per aver violato la politica climatica nazionale irlandese.
La migliore risposta all’uscita di Tajani sulle gonne delle donne sono le immagini AI di Tajani che indossa gonne di ogni foggia, fattura, lunghezza, materiale e colore Il Ministro degli Esteri ha detto che l'affidabilità di una donna è inversamente proporzionale alla lunghezza della sua donna. La shitstorm non si è fatta attendere.
Meta ha bloccato la promozione di un adattamento teatrale di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf in quanto contenente “temi femministi” Il Teatre Raval di Barcellona ha condiviso la surreale conversazione avuta con Meta riguardo alla censura dei post sullo spettacolo: per risolvere la situazione, Meta ha consigliato di eliminare le «parole chiave», in modo che il testo non sembrasse «incoraggiare l'attivismo».
Il nuovo film di Francesco Sossai racconta la storia dei Serenissimi, gli svitati che occuparono piazza San Marco a Venezia con un carrarmato “artigianale” in nome dell’indipendentismo veneto Il film si intitola T, un omaggio al Tanko, il carro armato con cui i Serenissimi volevano liberare il Veneto, o almeno piazza San Marco, dall’invasore italiano.
Amanda Lear ha accusato Miley Cyrus di averle copiato una canzone e ha detto che sia i suoi fan che ChatGPT le stanno dando ragione Con gli hashtag #copycat e #ripoff, Lear ha spiegato su Instagram che Redlight di Miley è una scopiazzatura della sua The Sphinx.

Di cosa parliamo quando parliamo di morte

I 200 anni del New England Journal of Medicine: come cambiano le patologie negli ultimi due secoli

05 Luglio 2012

Negli ultimi duecento anni lo stile di vita dell’essere umano è cambiato in maniera sensibile. Non solo automobili, elettrodomestici, aeroplani, computer. Anche, certo. Ma servizi igienici, conservazione alimentare, potabilità dell’acqua. Il cambiamento dello stile di vita è necessariamente legato al mutamento dello “stile di morte”. Il New England Journal of Medicine, la più antica e rinomata pubblicazione medico-scientifica del mondo, vedeva la luce proprio nel 1812. In questi giorni ha festeggiato l’anniversario a modo suo, con un lungo articolo che racconta (anche) come si moriva cento e duecento anni fa. E come si muore oggi, spesso sopravvivendo a quello che ieri, e l’altroieri, uccideva.

Il “bill of mortality” della città di Boston del 1811 è un viaggio nel tempo, a ritroso, lontanissimo non soltanto dalle patologie più frequenti nel presente, ma anche dalle più letali. Su quasi 1000 decessi dell’anno, la tubercolosi (chiamata “consumption”) rappresentava ben più del venti per cento dell’intera torta. La falce del cancro mieteva soltanto 5 vittime, più o meno la stessa percentuale dell’obsoleto vaiolo, della gotta, del colera: tutte malattie oggi superate, vetuste, lontane nel tempo e perciò lontane dai sensi, e dalla paura. La febbre, in ogni sua forma, si aggiudicava la medaglia d’argento, e imprevisti (oggi) premi andavano a dissenteria (“flux”), convulsioni, debolezza (“debility”), edemi (“idropisy”). Ma negli anni, grazie alla scienza, la nomenclatura si è moltiplicata, e una morte per debolezza, duecento anni dopo, avrebbe certamente un nome più preciso, e una causa più localizzata. La stessa apoplessia (altrimenti conosciuta come ictus) era causata, secondo il parere medico del diciannovesimo secolo, da una certa “simpatia nervosa” tra lo stomaco, fonte primaria del male, e il cervello. La combustione spontanea era guardata con scetticismo ma non incredulità: pare fosse piuttosto diffusa tra i bevitori di brandy. La parola “febbre” raccoglieva una miriade di significati mai del tutto esplicitati, per cui i suoi vari travestimenti (collerica, polmonare, putrida, tifosa) andavano a coprire una fascia di decessi estremamente ampia.

Un secolo più tardi, agli albori della prima grande guerra, quella che renderà familiare la mietitrice di nero vestita dal Manzanarre al Reno, la medicina assiste al gran galà dei batteri: gonorrea, difterite, morbillo, sifilide fanno il loro debutto in società, rimpiazzando definizioni che andavano svuotandosi, rimaste vaghe e legate a un’epoca in cui la scienza ancora camminava a braccetto con la vulgata. La tubercolosi, nei primi cinque decenni, riduce la sua letalità in maniera drastica (le statistiche del Nejmsono sempre riferite agli Stati Uniti): dalle duecento vittime ogni 100.000 del 1900 si passa a ventidue nel 1950, con il successivo decennio a sancire la sua scomparsa quasi completa. Simile la carriera dell’arrugginita falce dell’influenza e della polmonite: anche qui lo score si attesta sulle duecento anime nei primi dieci anni del secolo breve, fino alla pensione degli anni presenti, con un numero oscillante tra il dieci e il venti. Svaniscono, come fossero sintomi dello spirito dell’epoca, la malaria che si portò via Anita Garibaldi, la gotta che tormentò Enrico VIII, la sifilide che uccise Paganini e fece impazzire Nietzsche. Cresce, e nel corso di cento anni passa da 64 morti (ogni 100.000) a 190/200 il cancro, lento, discreto e silenzioso killer numero uno della contemporaneità, spietato, più di chiunque democratico e privo quell’ingenuo romanticismo postumo che la letteratura ottocentesca ha lasciato altrove.

Nuove patologie sono cresciute con il passare degli anni, il morbo di Alzheimer su tutte. Apparso nella sinistra top ten nel 2000, è oggi l’ottava causa di decesso in America. O anche ciò che viene chiamato “chronic airway disease”, ovvero l’enfisema popolare, comparso nel 1970 e quaranta anni dopo già sullo speciale podio. La modernità ha portato nuove guarigioni e nuove patologie insieme. Se ne erano accorti, nel New England Journal of Medicine, già nel 1912, allorché un articolo citava un nuovo problema articolare sempre più frequente: il “ginocchio dell’automobilista”. Ancora, gli infortuni da “palla di cannone”, non poco frequenti nel 19° secolo, sono scomparsi con il trascorrere dei lustri, mentre l’avvento tecnologico può aver contribuito all’emersione di disturbi prima sconosciuti, come l’ipertensione, o più concretamente la contaminazione da radiazioni. Altri sono invece stati debellati dalla lista delle “malattie”: alcolismo, masturbazione, omosessualità le più importanti, a dimostrare che la patologia è un fatto sì intimo, ma con un rapporto biunivoco con la politica e la società.

La cura delle malattie mentali ne è una dimostrazione. Nell’ultimo numero del New York Times Magazine la giornalista Jeneen Interlandi descrive la tormentata senilità del padre, affetto da un disturbo bipolare che lo rende particolarmente paranoico e aggressivo. Riuscire a farlo ricoverare si rivela un’impresa: e a un minore controllo ospedaliero per il “malato” (e quindi maggiore “libertà”) corrispondono maggiori rischi per la sicurezza sociale, sia del futuribile paziente che di secondi e terzi individui. Gli ospedali psichiatrici statunitensi hanno infatti determinati standard per il ricovero, e spesso, racconta la giornalista, questi non vengono incontrati dal paziente, per quanto grave sia la sua condizione. Egli non viene “rinchiuso”, ma lasciato “libero”, a carico della famiglia. O peggio, in balia di se stesso. Negli Stati Uniti, nel 1955, c’era un letto in un ospedale psichiatrico ogni 300 persone; oggi ce n’è uno ogni tremila.

Polemica di altro genere, ma tangente per certi versi a quella di Interlandi (il mirino è sempre, più o meno, puntato sul sistema sanitario) è quella che Michael Wolff, il columnist di Vanity Fair America che ha affidato all’articolo “I love my mother, but it’s time for her to die”, il suo sfogo, contestando l’utilità delle cure per una malata terminale, dal sapore più di agonia che di speranza.

Già nel 1912, però, la medicina ammetteva la propria – temporanea – fallacia: la previsione di un altro articolo conteneva, più che la speranza, la tenera (simile all’attesa per le automobili volanti) certezza che in ottanta anni, ossia nel 1993, il cancro sarebbe stato debellato, e l’eugenetica sarebbe riuscita a perfezionare il naturale processo dell’evoluzione. Per fortuna o purtroppo non è ancora così.

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