Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

David Foster Wallace/2

Come orientarsi nel mondo dei racconti del controverso scrittore americano

“Viaggiare informati” è una rubrica nella rubrica ideata da Francesco Pacifico per orientarsi meglio sulla superstrada DFW; Parte seconda (qui la prima)

Seconda parte: racconti.

La ragazza dai capelli strani. 1989. DA AVERE.

Fra i tre libri di racconti è il più accessibile perché non è dedicato alla depressione di Wallace come sono invece i suoi libri di racconti successivi. In questo libro Wallace cerca di fare della non fiction con la fiction: racconta la cultura pop e televisiva come meglio può, da David Letterman a Jeopardy, e la cultura americana in genere, da Lyndon Johnson a un gruppetto di punk al concerto di Keith Jarrett. A distanza di tanti anni, dà l’idea del tipo di letteratura che avrebbe potuto fare Wallace se non fosse stato poi costretto a informare della depressione la sua narrativa, cercando di imitarne le spirali e le nebulose. Questo libro sembra un libro di narrativa vero e proprio e non assorbe come assorbono i successivi, ma diverte e racconta. Insieme a Tennis Tv Trigonometria e Tornado, il libro di saggi (raccontato nella prossima puntata), fa conoscere un Wallace più convinto di poter fare della lettura un mestiere, ossia qualcosa di non interamente personale.

Dalla titletrack “La ragazza dai capelli strani”, a pagina 81 della nuova edizione minimum fax, vedete se vi interessa il punto di vista del punk alla festa dei Giovani Repubblicani:

Alla festa di Los Angeles in onore dei Giovani Repubblicani di Los Angeles ero accompagnato dalla signorina Paisley Campbell-Greet, una ragazza in gamba che stavo cercando di convincere a farmi un pompino e successivamente a lasciarsi bruciare, ed erano diverse ore che parlavo e scambiavo arguzie con lei e diversi altri Giovani Repubblicani quando diversi punk vestiti di pelle e metallo, che erano politicamente agli antipodi dei Giovani Repubblicani su molte questioni sociali, apparvero spontaneamente dal nulla e si imbucarono alla festa e cominciarono a mangiare i costosi rinfreschi preparati dalle Ausiliarie dei Giovani Repubblicani su molte questioni sociali, ad assumere droghe e a rompere oggetti. Il padrone di casa ricevette un dito nell’occhio quando si lamentò con i più grossi dei punk, che erano Big e i suoi amici Morte e Bullone, chiedendogli di comportarsi da persone più cordiali e educate.

(…) dichiarai che la mia famiglia dal lato di mia madre è proprietaria di un’azienda che fabbrica Prodotti Farmaceutici di alta qualità, mentre dal lato di mio padre appartiene all’aristocrazia militare vera e propria. Mio padre è uno degli individui di rango più alto nel corpo dei Marine degli Stati Uniti, e io e lui e mio fratello siamo imparentati con il migliore generale combattente che la nazione abbia avuto da Ulysses S. Grant in poi. Mio fratello ha trentaquattro anni ed è tenente colonnello del Corpo dei Marine e ha l’onore di prestare servizio per il Presidente degli Stati Uniti come portatore della Scatola Nera che contiene i codici di lancio dei missili nucleari. All’inizio mio fratello svolgeva questo incarico soltanto nel turno di notte, e doveva soltanto stare seduto tutta la notte sull’attenti su una sedia con la Scatola Nera attaccata al polso fuori della camera da letto privata del Presidente della nostra nazione, ma ora si è dimostrato tanto in gamba come  portatore dei codici nucleari che riveste l’incarico durante il giorno, e quindi lo si vede spesso in televisione e sui media di ogni tipo, sempre in piedi sull’attenti a meno di tre metri dal Presidente, con in mano la Scatola Nera dei codici nucleari che sono importanti per l’equilibrio di potere del nostro paese.

Per contrasto, sfogliate “La mia apparizione”, il racconto che parla di una comparsata al Late Show di David Letterman (p.232):

Sono una donna che è apparsa in pubblico al talk show di David Letterman il 22 marzo del 1989.

Per dirla con mio marito Rudy, sono una donna la cui faccia e i cui modi sono noti a qualcosa come più della metà della popolazione misurabile degli Stati Uniti, il cui nome è su bocche copertine e schermi. E il cui profondo del cuore è invisibile, e nascosto in maniera irraggiungibile. Ed è questo che secondo Rudy mi avrebbe potuto salvare da tutto ciò che quell’apparizione comportava.

La settimana del 22 marzo 1989 fu anche la settimana in cui il talk show-varitetà di David Letterman presentò una serie di comiche videoriprese sulle attività e i passatempi dei dirigenti della NBC. Mio marito, il cui nome è noto più all’interno dell’industria dello spettacolo che fuori, era angosciato: conosceva e temeva Letterman; sosteneva di sapere per certo che Letterman adorava fare a pezzi le ospiti femminili, che era misogino.  Fu la domenica precedente che mi disse che secondo lui Ron e Charmian, la moglie di Ron, avrebbero dovuto prepararmi a gestire e farmi gestire da Letterman. Il 22 marzo sarebbe stato un mercoledì.

[poi, a p. 240] “In parte è proprio questo che lo rende così pericoloso”, disse mio marito, sollevandosi gli occhiali per massaggiarsi il dorso del naso. “L’intera trasmissione si nutre della ridicolaggine di tutti. È il fatto che il pubblico capisce che lui sceglie consapevolmente di rendersi ridicolo a renderlo immune dall’essere ridicolo, quel figlio di puttana non è scemo”. Il giovane autista suonò il clacson; il vagabondo sparì in lontananza.

(…) “Se te la cavi bene o meno dipende tutto da come sarà vista la tua ridicolaggine”, disse Rudy chinandosi sullo specchietto della mia trousse per raddrizzarsi il nodo della cravatta.

A mano a mano che ci avvicinavamo si riusciva a vedere una porzione sempre più piccola del grattacielo del Rockefeller Center. Chiesi mezzo Xanax. Sono una a cui non piace sentirsi confusa: mi fa arrabbiare. Dopotutto, volevo essere sia sveglia che rilassata.

Apparire”, mi corresse mio marito, “sia sveglia che rilassata”.

Verso occidente l’impero dirige il suo corso. 1989. IL GOMORRA DEI CORSI DI SCRITTURA CREATIVA.

Era contenuto in La ragazza dai capelli strani. Troppo lungo (più di 200 pp) e personale per stare da solo, in Italia è stato pubblicato a parte, sempre da minimum fax. Parla di alcuni studenti di scrittura creativa e del loro professore, ispirato a John Barth. Se hai 25 anni e vuoi fare lo scrittore devi passare per questo libro, per sapere quanto sei brutto e quanto i tuoi simili non ti reggono e tutti gli altri non ti capiscono.

Per capire se lo vuoi leggere, parti dalla descrizione di Miss Eberhardt a pagina 25. Se non ti piace, odierai il libro; se ti piace, hai già capito che lo devi leggere:

Anche perché di fatto andava in giro definendosi una scrittrice post-moderna. Cosa che Non Si Fa, a prescindere da dove ti trovi. Per convenzione, è visto come atteggiamento pomposo e sciocco. Si vantava tanto di rifiutare le convenzioni, ma c’era poco da ammirare nel suo rifiuto delle convenzioni; onestamente, ci sembrava che non fosse capace di vedere oltre l’infatuazione per la propria brillante maestria nel separare la postura dalla posa, il desiderio dalla supplica. Non era il tipo di spirito libero che uno riusciva ad amare: faceva ciò che voleva, ma non era né una persona di valore, né libera.

Ci ricordavamo tutti le parole iniziali del primo racconto che presentò al primissimo seminario: “I nomi verbizzavano via, avverbialmente aggettivali”. Vi basta? Il professor Ambrose riassunse bene il concetto quando disse al gruppo – non senza tatto – che tendenzialmente i racconti della signorina Eberhardt “erano lontani dal suo gusto personale” per quella che chiamava una certa “componente di ‘guarda, mamma, senza mani!’” sempre presente nei suoi lavori.

Brevi interviste con uomini schifosi. 1999. FONDAMENTALE, MA NON LO FINIRAI.

I due libri più wallaciani di Wallace sono questo e Oblio. Questo è un concept album di racconti in cui si trovano per lo più interviste a sessisti paranoici su temi vari. I racconti che non sono interviste sono belle sperimentazioni. L’esasperante e coinvolgente racconto “La persona depressa” è quello da aprire a caso in libreria per vedere se si vuole affrontare il volume (p 41 della nuova edizione Einaudi Stile Libero) :

La persona depressa viveva un terribile e incessante dolore emotivo, e l’impossibilità di esternare o tradurre in parole quel dolore era già una componente del dolore e un fattore che contribuiva al suo orrore di fondo.

Disperando, dunque, di descrivere il dolore emotivo o di esprimerne l’assolutezza a chi la circondava, la persona depressa descriveva invece circostanze, passate e attuali, legate in qualche modo al dolore, la sua – per così dire – forma e struttura. I genitori della persona depressa, per esempio, che avevano divorziato quando lei era piccola, l’avevano usata come una pedina nel loro giochi morbosi. Da piccola, la persona depressa aveva necessitato di cure odontoiatriche, e ciascun genitore aveva preteso – a buon diritto, date le ambiguità medicee legali della normativa sul divorzio, aggiungeva sempre la persona depressa descrivendo la dolorosa battaglia fra i genitori riguardo alle spese per le sue cure odontoiatriche – che fosse l’altro a pagare. (…)

Per capirci, le interviste – di cui sono omesse le domande – vanno più o meno così (p. 259):

D…

– Il genere di superfiga dal bacio che sa di liquore anche quando non ha bevuto niente. Ribes, bacche, caramelle gommose, tutto sensuale e morbido. Aperte e chiuse virgolette.

D…

– Sì e allora nell’aneddoto lei è lì, a fare allegramente autostop sull’interstatale, e proprio quel giorno il tizio in macchina che si ferma quasi nel momento stesso che lei solleva il pollice guarda caso è… lei disse che capì di aver commesso uno sbaglio appena montata. In macchina. Semplicemente da quello che lei chiamava il campo di energia all’interno della macchina, disse, e quella paura le attanagliò l’anima appena montata. E neanche a dirlo, il tizio della macchina poco dopo lascia l’autostrada e prende per una specie di zona isolata, che a quanto pare è quello che i criminali sessuali psicotici fanno sempre, non fai che leggere di zone isolate in tutti i resoconti relativi a tra virgolette brutali massacri sessuali e scoperte agghiaccianti di resti non identificati da parte di squadre di scout o di botanici della domenica, eccetera, cose che sanno tutti e che di sicuro lei stava passando in rassegna, bloccata dal terrore, mentre il tizio aveva cominciato a comportarsi in modo sempre più raccapricciante e pricotico già sull’interstatale, per poi uscire poco dopo prendendo per la prima zona isolata disponibile.

D.

– La spiegazione che dava lei è che in realtà non aveva avvertito il campo di energia psicotica finché non aveva chiuso lo sportello e non erano partiti, e a quel punto era troppo tardi. Questo non lo raccontava in tono melodrammatico ma descrivere se stessa come letteralmente paralizzata dal terrore.

(…) Non ci metteva niente di melodrammatico, nell’aneddoto, raccontandomelo, né ostentava una calma innaturale come certe persone ostentano una disinvoltura innaturale raccontando un episodio che dovrebbe accentuare la drammaticità della loro storia e/o farle apparire disinvolte e sofisticate, cosa che nell’uno e nell’altro caso spesso rappresenta l’aspetto più fastidioso nell’ascoltare certi tipi di donne bellissime quando imbastiscono una storia o un aneddoto – abituate come sono a un alto livello di attenzione da parte degli altri, devono sentire che li tengono in pugno, cercando sempre di controllare il tipo e grado precisi della tua attenzione invece di limitarsi a credere che stai prestando il giusto tipo e grado di attenzione. (…)

Oblio. 2004. FONDAMENTALE, MA NON LO LEGGERAI.

Raccolta di racconti (da me) accolta con irritazione all’uscita (e il romanzo nuovo? E il romanzo nuovo? E il romanzo nuovo?), e negli anni diventata il momento chiave della sperimentazione di Wallace. È un libro impossibile, e a dire il vero sono convinto che si regga tutto su due racconti: “Caro vecchio neon” e “Un altro pioniere”. Sono le due vette della scrittura di Wallace. Nel primo caso, è il Wallace empatico a tutti i costi a parlarci, quello che ci parla di gente schifosa e disonesta chiedendoci di capire ed empatizzare. Nel secondo caso, è il Wallace che parla di cose che interessano a tre persone, tipo la storia di un giovane guru archetipico del paleolotico, che ok dovrebbe in soldoni essere la storia di Wallace, ma alla fin fine è pur sempre un racconto che parla di un guru archetipico del paleolitico, e infatti, pur essendo il mio racconto preferito di Wallace, ne ho parlato finora solamente con Cristiano De Majo (Cristiano De Majo peraltro scrive di Wallace, e di Come diventare se stessi, il libro intervista appena pubblicato da minimum fax, sul n. 5 di Studio (in questa parentesi da sola c’è più conflitto di interessi che nella vita di Berlusconi, ci tengo a precisarlo)).

Cominciamo da “Caro vecchio neon”, a p. 208 della finora unica edizione Einaudi Stile Libero (per “in quelle ultime ore” si intendono le ore prima del suicidio del narratore):

(…) Questo è alla lettera un trilionesimo dei pensieri e delle esperienze interiori che ho avuto in quelle ultime ore, e risparmio a tutti e due di continuare con l’elenco, che in ultima analisi risulterà sempre carente in qualche misura, me ne rendo conto. Mentre di fatto non lo era, anche se con questo non voglio dire che fosse del tutto autentico o sincero. Una parte di me seguitava a calcolare, a recitare – e questo rientrava nella natura cerimoniale di quell’ultimo pomeriggio. Anche quando scrivevo il biglietto a Fern, per esempio, esprimendo sentimenti e rimorsi reali, una parte di me notava come fosse bello e sincero quel biglietto, pregustando l’effetto su Fern di questa o quella frase accorata, mentre un’altra parte ancora osservava la scena di un uomo in camicia elegante e senza cravatta seduto nell’angolo della colazione a scrivere una nota accorata nell’ultimo pomeriggio che gli restava da vivere, la superficie del tavolo di legno chiaro tremolante sotto i riflessi del sole e la mano dell’uomo ferma e il viso segnato dal rimorso e nobilitato dalla decisione, questa parte che per così dire aleggiava su di me un po’ a sinistra, che valutava la scena, e pensava che a teatro ne sarebbe risultato uno spettacolo bello e sincero se tutti quanti non ci fossimo già sciroppati un’infinità di scene teatrali analoghe sin dalla prima volta che abbiamo visto un film o letto un libro, il che implicava in qualche modo che scene reali come quella del biglietto da me scritto prima del suicidio ormai erano avvincenti e sincere solo per i diretti interessati, mentre per chiunque altro risultavano banali per non dire squallide o stucchevoli, il che è in un certo senso paradossale se consideri – come ho fatto io, seduto nell’angolo della colazione – che la ragione per cui ne abbiamo viste troppe a teatro è che le scene in questione sono davvero teatrali e avvincenti e permettono di comunicare realtà emotive complesse e molto profonde che è quasi impossibile esprimere in altri modi (…)

A p.161, un brano significativo di “Un altro pioniere”, storia, ripeto, di un “racconto archetipico” avente per oggetto un guru bambino.

La cosa che più conta è che, dalla prospettiva culturale degli esarchi e degli sciamani guaritori del villaggio paleolitico, il bambino aveva già cominciato a rispondere alle domande non fornendo più la consueta risposta corretta bensì limitandosi a chiacchierare a vanvera, e senza dubbio a questo punto dell’azione discendente dell’exemplum il bambino avrebbe potuto semplicemente essere screditato e/o congedato perché impazzito o posseduto da uno spirito pazzo a seguito della domanda che gli aveva sussurrato lo sciamano del villaggio dominante di —- e a quel punto poteva – il bambino – essere semplicemente deposto, rimosso dalla sua predella ombelicale e privato del suo singolare status legale e restituito alla custodia dei genitori e non essere mai più preso sul serio come fenomeno ierofantico… laddove, però, se non fosse per il fatto che queste così dette chiacchiere a vanvera più euristiche e meno meccaniche che il bambino infligge ai suoi interlocutori esercitano un effetto così incredibilmente profondo e molesto su di loro – sugli abitanti del villaggio che avevano continuato pazientemente a mettersi in fila ogni ciclo lunare come da tradizione, sperando unicamente di ricevere una risposta chiara ed esauriente a una domanda pertinente sul piano dello sviluppo – che ormai spesso dopo quei dialoghi e quegli scambi chi ha posto la domanda se ne torna barcollando alla sua capanna e si stende su un fianco in posizione fetale con gli occhi strabuzzati e la febbre alta mentre l’unità centrale del loro processore primitivo cerca disperatamente di riconfigurarsi.

(Questi in posizione fetale siamo noi mentre ascoltatiamo Wallace.)

Prima parte

Terza parte

 

 

 

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg