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18:18 giovedì 8 ottobre 2026
Questo influencer non esiste ma ha comunque un sacco di follower e guadagna un sacco di soldi Si chiama Jean Philanthrope, è comparso dal nulla a metà settembre, tira di boxe contro l'aria vestito sempre uguale e in tre giorni ha fatto milioni di visualizzazioni.
Al Met c'è una mostra dove vengono esposti solo quadri di nuvole Il Metropolitan Museum di New York ricostruisce, con dipinti, disegni e fotografie, come artisti e scienziati hanno rappresentato il cielo tra l'inizio dell'Ottocento e gli anni Venti del Novecento.
L'ultimo brano di Dolly Parton sarà un duetto con gli U2 disponibile nel loro nuovo album L’album contiene 12 canzoni che esplorano «i temi della spiritualità, dell'amicizia, della libertà e della resistenza di fronte a forze oscure e minacciose». Tra le collaborazioni c'è ne è anche una con Rosalia.
Un’artista ha realizzato un film su Luigi Mangione fatto solo di soli post su Luigi Mangione Si chiama «Deny, Defend, Depose», dura trenta minuti e Stanya Kahn ha cominciato a raccoglierne il materiale la mattina stessa dell'omicidio di Brian Thompson, andando avanti per più di un anno.
Abbiamo scoperto che in Avengers: Doomsday c'è anche Sandra Hüller solo grazie a Reddit Marvel non l'ha mai annunciato, ma il profilo di una stuntwoman britannica e un commento su Reddit indicano che l'attrice di «Anatomia di una caduta» è nel cast del prossimo film degli Avengers.
La Norvegia è il primo Paese a vietare l’uso degli smart glasses negli spazi pubblici Niente smart glasses in parchi, spiagge, musei, centri commerciali, scuole, asili, strutture sanitarie, palestre ed eventi pubblici, così ha deciso il governo norvegese.
Quella volta in cui chiesero alla neo Premio Nobel Anne Carson che libri nuovi stesse leggendo e lei rispose che non legge libri nuovi ma solo «libri usciti nel 500 a.C.» E non a caso ha vinto il Nobel per la Letteratura (anche) per il modo in cui è riuscita a costruire «un dialogo giocoso con la tradizione classica».
Maricarmen Abascal è morta a 87 anni in una stanza d’ospedale. Ha passato gli ultimi sei anni della sua vita a lottare per non essere sfrattata dalla sua casa Ci era entrata nel 1956, con il padre e la madre, e aveva sempre pagato l'affitto. Quando le dissero che doveva andarsene, rispose che avrebbe lottato fino alla fine.

Dal videoclip al grande schermo

Prima Gondry e Spike Jonze, ora Tarsem: chi parte da Mtv e arriva, bene o male, a Hollywood

09 Novembre 2011

Questo venerdì, sfruttando la suggestiva data 11/11/11, vedrà il buio delle sale di tutto il mondo Immortals, disponibile – per chi ancora vuole – anche in 3D. Guardando il trailer, ma soprattutto leggendo la frase di lancio “da i produttori di 300”, ci si può fare un’idea probabilmente sbagliata del film. Certo, il perché del richiamo al film dei palestrati unti è evidente, ma probabilmente la forma di Immortals sarà diversa rispetto a quella della serie tv Spartacus, per citare un altro prodotto, questo sì, figlio dell’exploitation legato alla graphic novel di Frank Miller. Vediamo perché. Immortals è un film di Tarsem. Dietro questo nome si cela Tarsem Dhandwar Singh, regista di uno dei videoclip più famosi della storia, ovvero quello di “Losing My Religion” degli ormai compianti R.E.M. Ve lo ricordate? Nel caso ripassate, anche perché è una sorta di manifesto dello stile di Tarsem. Il regista indiano intende il cinema come una serie di tableaux vivants smaccatamente ispirati a famosissimi dipinti. Pesante, barocco, ridondante, lo stile di Tarsem, piaccia o meno, è unico. Ma perché tre film in undici anni? Tarsem, dopo il video dei R.E.M. del 1991, diventa un nome su cui puntare per altri videoclip e pubblicità. Dopo essersi fatto un nome, esordisce al cinema nel 2000 con quel pasticcio che era The Cell, dove le sue pretese artistiche finivano schiacciate da una trama, a voler essere buoni, ridicola. Gli è andata meglio nel 2006 con The Fall, film pochissimo visto, ma sicuramente più personale. Il problema qui era la scarsa volontà di piegarsi al linguaggio cinematografico narrativo, cosa che ovviamente ha allontanato parte del pubblico. Forse con Immortals e con l’annunciato Mirror Mirror, rilettura di Biancaneve in uscita a marzo 2012, Tarsem riuscirà a trovare un’onesta via di mezzo tra svolazzi artistici e il vecchio adagio “damo soddisfazione ar popolo”. Ma è altro quello che ci interessa. Tarsem è esponente e padre putativo di una generazione di registi di videoclip passati poi al grande schermo. Vale la pena spendere qualche minuto sulle loro tracce.

Vi ricordate? Eravamo vicini al cambio di secolo, diciamo tra il 1997 e il 1999. In quel periodo pre iPod, pre download matto e disperatissimo, Mtv era enorme. Non trasmetteva solo reality su gente operata al cervello, anzi: la maggior parte della programmazione – oggi può sembrare strano – era costituita da video musicali. Mtv aveva un ruolo tutt’altro che marginale nel delineare un immaginario estetico. Il videoclip era un territorio di sperimentazione notevole: più fruibile di un cortometraggio (oggetti spesso senza distribuzione), meno impegnativo di un film, ammantato di una patina di coolness non indifferente. In quel periodo, forse proprio all’ombra del padre sperimentatore Tarsem, vengono fuori i nomi di tre registi: Chris Cunningham, Michael Gondy e Spike Jonze. Certo, di registi che sono passati dai videoclip al cinema è pieno il mondo, ma solitamente si tratta di onesti e rispettabilissimi shooters senza personalità. Qui invece si tratta di tre artisti. Cunningham, Jonze e Gondry, nei loro videoclip, davano prova di possedere una poetica. Accomunati da una predilezione per l’assurdo, i tre erano anche molto diversi l’uno dall’altro. Il freddo richiamo alla tecnologia a braccetto con il rispolvero di effetti prostetici di Cunningham, non a caso da molti identificabile con la musica di Aphex Twin. Il rifiuto del digitale in favore di un ritorno a una manualità naive di Gondry, evidente nell’epocale “Around The World” dei Daft Punk. Per finire, l’anarchia giocattolosa e citazionista di Spike Jonze, che trova la sua massima espressione in “Sabotage” dei Beastie Boys.

L’unico a non aver diretto un film tutto suo è Cunningham, che però ha comunque detto la sua (anche se spesso sotto pseudonimo o non accreditato) nel cinema di fiction ufficiale: nel 1990 il nostro ha curato gli effetti speciali per due film: Cabal ma soprattutto Hardware, dimenticato esempio di horror fantascientifico robotico (giuro). Cunningham ha poi lavorato sul set di Alien 3, di Alien: la Clonazione e A.I. – Intelligenza Artificiale. Molto meno star dei suoi due colleghi, ha scelto una carriera a basso profilo. Innegabile però, soprattutto ripensando ai suoi video più riusciti, come la sua idea di effetto speciale abbia avuto una certa eco nel cinema di genere mainstream anni Novanta. Il campioncino dei tre è sicuramente Gondry il quale, dopo aver esordito al cinema con il sottovalutato Human Nature, ha convinto tutto e tutti con Eternal Sunshine of The Spotless Mind. Uscito nell’ormai lontano 2004, questo titolo rimane ancora oggi il manifesto della poetica di Gondry e risulta imbattibile nella sua capacità di inserire in un approccio narrativo larghissimo (leggi: se concentrata, anche mia nonna riesce a seguire la storia) una cura formale quasi sperimentale. Peccato che Gondry non sia più riuscito ad esprimersi a quei livelli e, dopo il poco compreso L’Arte del Sogno, abbia sbagliato in pieno un film come Be kind rewind – che sulla carta poteva essere una bomba – e sia finito poi in quello strano ibrido antipatico che è stato Green Hornet, cinecomic forse non proprio nelle sue corde. Discorso leggermente differente per Spike Jonze che sembra essere tra i tre il più trasversale. L’esordio al cinema avviene nel 1999 con il folle Essere John Malkovich, clamoroso esempio di cinema mainstream capace ancora oggi di stupire per coraggio e libertà espressiva (memorabile il flashback della scimmia). Gran parte del merito è senza dubbio dello sceneggiatore Charlie Kaufman, non a caso lo stesso di Gondry, ma Jonze dà prova di essere un regista molto furbo e capace. Nel 2002 i due si ripresentano a braccetto per Il Ladro di Orchidee che si porta a casa una satuetta e altre tre candidature agli Oscar, tra cui proprio quella per lo script. Jonze intelligentemente non rischia come Gondry mettendosi a fare lo smargiasso sullo stile, ma sembra posizionarsi volontariamente in disparte, dando maggior spazio alla storia. Il passo falso è il suo adattamento, firmato insieme allo scrittore Dave Eggers, del libro Nel Paese dei Mostri Selvaggi di Maurice Sendak. Where The Wild Things Are non accontenta quasi nessuno, annoiando sia i più piccoli attratti dalla cuteness delle Creature Selvagge, sia gli spettatori più cresciuti attratti dal nome di Eggers e dal richiamo ricattatorio del “riscopri il fanciullino”. Ma il vero punto di forza di Jonze, quello che ad oggi ce lo fa risultare il più simpatico dei tre, è la sua partecipazione al progetto Jackass, la serie di Mtv (e il cerchio si chiude) dedicata agli stunt man dementi che si fanno prendere a cornate in pancia dai tori per il nostro sollazzo. Inizialmente visto come una delle più grosse stupidate della storia della televisione, Jackass oggi ha milioni di estimatori che ne apprezzano la comicità basilare (si sprecano coloro che ci vedono addirittura dei richiami a Buster Keaton) e l’aria ribelle e anarchica. C’è del vero, ma soprattutto è l’unico prodotto che ancora riesce, a distanza di più di un decennio da quando questo trittico di registi s’è fatto conoscere, a essere ancora uguale a se stesso e all’idea di cinema del proprio creatore. Forse però oggi, data astrale 2011, l’epoca dei registi di videoclip prestati al cinema è finita. Aspettiamo l’11/11/11 per vedere come se la caverà Immortals al botteghino.


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