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23:14 sabato 20 giugno 2026
Meloni e Trump s’erano tanto amati ma adesso si stanno tanto insultando Lui ha detto di essersi fatto una foto con lei «perché mi ha fatto pena». Lei ha detto che lui «si è inventato tutto». Fino a ieri andavano d'amore e d'accordo.
All’improvviso Rick Rubin ha annunciato che questo fine settimana torna in Toscana per la seconda edizione del suo Festival of the Sun Anche questa volta l'annuncio è arrivato all'ultimo momento: festival gratuito, basta prenotarsi e presentarsi domenica 21 a Colle Val d’Elsa, vicino Siena.
Persino J.D. Vance si è stufato delle deliranti uscite di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sull’accordo di pace con l’Iran «Trump è l'unico capo di Stato al mondo solidale con Israele. Non attaccherei l'unico alleato che mi è rimasto», ha detto in conferenza stampa il Vicepresidente USA.
In Giappone sono tutti indignati per lo scandalo del “cartello del gelato”, cioè di un gruppo di aziende che si sono messe d’accordo per aumentare continuamente il prezzo del gelato Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
La Nazionale francese ha deciso che dopo ogni gol che segna al Mondiale nello stadio deve partire One More Time dei Daft Punk a tutto volume In questa edizione del Mondiale tutte le Nazionali hanno dovuto scegliere un "inno da gol". C'è anche una playlist ufficiale che li raccoglie tutti.
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.

Dal videoclip al grande schermo

Prima Gondry e Spike Jonze, ora Tarsem: chi parte da Mtv e arriva, bene o male, a Hollywood

09 Novembre 2011

Questo venerdì, sfruttando la suggestiva data 11/11/11, vedrà il buio delle sale di tutto il mondo Immortals, disponibile – per chi ancora vuole – anche in 3D. Guardando il trailer, ma soprattutto leggendo la frase di lancio “da i produttori di 300”, ci si può fare un’idea probabilmente sbagliata del film. Certo, il perché del richiamo al film dei palestrati unti è evidente, ma probabilmente la forma di Immortals sarà diversa rispetto a quella della serie tv Spartacus, per citare un altro prodotto, questo sì, figlio dell’exploitation legato alla graphic novel di Frank Miller. Vediamo perché. Immortals è un film di Tarsem. Dietro questo nome si cela Tarsem Dhandwar Singh, regista di uno dei videoclip più famosi della storia, ovvero quello di “Losing My Religion” degli ormai compianti R.E.M. Ve lo ricordate? Nel caso ripassate, anche perché è una sorta di manifesto dello stile di Tarsem. Il regista indiano intende il cinema come una serie di tableaux vivants smaccatamente ispirati a famosissimi dipinti. Pesante, barocco, ridondante, lo stile di Tarsem, piaccia o meno, è unico. Ma perché tre film in undici anni? Tarsem, dopo il video dei R.E.M. del 1991, diventa un nome su cui puntare per altri videoclip e pubblicità. Dopo essersi fatto un nome, esordisce al cinema nel 2000 con quel pasticcio che era The Cell, dove le sue pretese artistiche finivano schiacciate da una trama, a voler essere buoni, ridicola. Gli è andata meglio nel 2006 con The Fall, film pochissimo visto, ma sicuramente più personale. Il problema qui era la scarsa volontà di piegarsi al linguaggio cinematografico narrativo, cosa che ovviamente ha allontanato parte del pubblico. Forse con Immortals e con l’annunciato Mirror Mirror, rilettura di Biancaneve in uscita a marzo 2012, Tarsem riuscirà a trovare un’onesta via di mezzo tra svolazzi artistici e il vecchio adagio “damo soddisfazione ar popolo”. Ma è altro quello che ci interessa. Tarsem è esponente e padre putativo di una generazione di registi di videoclip passati poi al grande schermo. Vale la pena spendere qualche minuto sulle loro tracce.

Vi ricordate? Eravamo vicini al cambio di secolo, diciamo tra il 1997 e il 1999. In quel periodo pre iPod, pre download matto e disperatissimo, Mtv era enorme. Non trasmetteva solo reality su gente operata al cervello, anzi: la maggior parte della programmazione – oggi può sembrare strano – era costituita da video musicali. Mtv aveva un ruolo tutt’altro che marginale nel delineare un immaginario estetico. Il videoclip era un territorio di sperimentazione notevole: più fruibile di un cortometraggio (oggetti spesso senza distribuzione), meno impegnativo di un film, ammantato di una patina di coolness non indifferente. In quel periodo, forse proprio all’ombra del padre sperimentatore Tarsem, vengono fuori i nomi di tre registi: Chris Cunningham, Michael Gondy e Spike Jonze. Certo, di registi che sono passati dai videoclip al cinema è pieno il mondo, ma solitamente si tratta di onesti e rispettabilissimi shooters senza personalità. Qui invece si tratta di tre artisti. Cunningham, Jonze e Gondry, nei loro videoclip, davano prova di possedere una poetica. Accomunati da una predilezione per l’assurdo, i tre erano anche molto diversi l’uno dall’altro. Il freddo richiamo alla tecnologia a braccetto con il rispolvero di effetti prostetici di Cunningham, non a caso da molti identificabile con la musica di Aphex Twin. Il rifiuto del digitale in favore di un ritorno a una manualità naive di Gondry, evidente nell’epocale “Around The World” dei Daft Punk. Per finire, l’anarchia giocattolosa e citazionista di Spike Jonze, che trova la sua massima espressione in “Sabotage” dei Beastie Boys.

L’unico a non aver diretto un film tutto suo è Cunningham, che però ha comunque detto la sua (anche se spesso sotto pseudonimo o non accreditato) nel cinema di fiction ufficiale: nel 1990 il nostro ha curato gli effetti speciali per due film: Cabal ma soprattutto Hardware, dimenticato esempio di horror fantascientifico robotico (giuro). Cunningham ha poi lavorato sul set di Alien 3, di Alien: la ClonazioneA.I. – Intelligenza Artificiale. Molto meno star dei suoi due colleghi, ha scelto una carriera a basso profilo. Innegabile però, soprattutto ripensando ai suoi video più riusciti, come la sua idea di effetto speciale abbia avuto una certa eco nel cinema di genere mainstream anni Novanta. Il campioncino dei tre è sicuramente Gondry il quale, dopo aver esordito al cinema con il sottovalutato Human Nature, ha convinto tutto e tutti con Eternal Sunshine of The Spotless Mind. Uscito nell’ormai lontano 2004, questo titolo rimane ancora oggi il manifesto della poetica di Gondry e risulta imbattibile nella sua capacità di inserire in un approccio narrativo larghissimo (leggi: se concentrata, anche mia nonna riesce a seguire la storia) una cura formale quasi sperimentale. Peccato che Gondry non sia più riuscito ad esprimersi a quei livelli e, dopo il poco compreso L’Arte del Sogno, abbia sbagliato in pieno un film come Be kind rewind – che sulla carta poteva essere una bomba – e sia finito poi in quello strano ibrido antipatico che è stato Green Hornet, cinecomic forse non proprio nelle sue corde. Discorso leggermente differente per Spike Jonze che sembra essere tra i tre il più trasversale. L’esordio al cinema avviene nel 1999 con il folle Essere John Malkovich, clamoroso esempio di cinema mainstream capace ancora oggi di stupire per coraggio e libertà espressiva (memorabile il flashback della scimmia). Gran parte del merito è senza dubbio dello sceneggiatore Charlie Kaufman, non a caso lo stesso di Gondry, ma Jonze dà prova di essere un regista molto furbo e capace. Nel 2002 i due si ripresentano a braccetto per Il Ladro di Orchidee che si porta a casa una satuetta e altre tre candidature agli Oscar, tra cui proprio quella per lo script. Jonze intelligentemente non rischia come Gondry mettendosi a fare lo smargiasso sullo stile, ma sembra posizionarsi volontariamente in disparte, dando maggior spazio alla storia. Il passo falso è il suo adattamento, firmato insieme allo scrittore Dave Eggers, del libro Nel Paese dei Mostri Selvaggi di Maurice Sendak. Where The Wild Things Are non accontenta quasi nessuno, annoiando sia i più piccoli attratti dalla cuteness delle Creature Selvagge, sia gli spettatori più cresciuti attratti dal nome di Eggers e dal richiamo ricattatorio del “riscopri il fanciullino”. Ma il vero punto di forza di Jonze, quello che ad oggi ce lo fa risultare il più simpatico dei tre, è la sua partecipazione al progetto Jackass, la serie di Mtv (e il cerchio si chiude) dedicata agli stunt man dementi che si fanno prendere a cornate in pancia dai tori per il nostro sollazzo. Inizialmente visto come una delle più grosse stupidate della storia della televisione, Jackass oggi ha milioni di estimatori che ne apprezzano la comicità basilare (si sprecano coloro che ci vedono addirittura dei richiami a Buster Keaton) e l’aria ribelle e anarchica. C’è del vero, ma soprattutto è l’unico prodotto che ancora riesce, a distanza di più di un decennio da quando questo trittico di registi s’è fatto conoscere, a essere ancora uguale a se stesso e all’idea di cinema del proprio creatore. Forse però oggi, data astrale 2011, l’epoca dei registi di videoclip prestati al cinema è finita. Aspettiamo l’11/11/11 per vedere come se la caverà Immortals al botteghino.


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