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Il mio corpo che cambia

Conversazioni con chi considera imminente l'avvento dei cyborg, ed è cyborg in prima persona. Lepht Anonym, Kevin Warwick, Amal Graafstra spiegano cosa dovrebbe spingere a impiantarsi un chip sottopelle per aprire le porte di casa.

Dopo aver letto, a fine 2014, di un uomo in Olanda che si è fatto impiantare il proprio portafoglio Bitcoin nella mano, ho iniziato a scavare nel mondo dei nuovi cyborg: e trovato qualcuno con auricolari nelle orecchie in Utah, una molto meno sottile unità che trasmette dati biometrici nel braccio di una persona in Germania, e una game developer americana con un magnete nelle dita.

Scopro che fanno parte di una comunità sparsa di hacker, tecnicamente una sottospecie dei bio hacker – persone che sperimentano con materiale biologico ma non sono scienziati – focalizzata sullo sviluppare, impiantare, e trovare nuovi usi per piccoli congegni elettronici che possono essere installati all’interno del corpo. Si chiamano grinders, e usano gli impianti per aprire porte, pagare per i propri acquisti, estendere le proprie sensazioni. Sottopelle per la maggior parte, o metà seppelliti e metà fuori, o raramente appena affioranti, come i tatuaggi che conducono il suono.

La casistica è affascinante, e l’operazione (solitamente autoinflitta) per installare un impianto ha l’aria di essere pericolosa e dolorosa. Da persona media con quattro piercing nei lobi delle orecchie e il terrore degli esami del sangue, mi chiedo: perché lo fanno? Per scoprirlo, decido di parlare con tre esperti: una persona che riesce a percepire campi magnetici con le proprie dita, il primo cyborg della storia, e un venditore di “cose pericolose”.

 

Non sei preoccupata per il tuo wetware?

La persona conosciuta nell’internetsfera come Lepht Anonym è una celebrità nel mondo dei grinders. Vive a Berlino e si considera senza genere, né uomo né donna: quando ho chiesto quale pronome usare per questo articolo, mi ha detto che in inglese userebbe “it” (esso o essa, che non risolve il problema in italiano), ma non ha problemi con “lui” o “lei”. Dal momento che l’italiano non consente il neutro, ho deciso di utilizzare il femminile a causa del suo aspetto marcatamente femminile.

Il grinding avviene in vari gradi di assistenza professionale e anestesia (da zero a piercers e lidocaina). Lepht rappresenta il livello più vicino a zero per entrambi i parametri. Disoccupata e determinata, si sta trasformando in un cyborg attraverso l’autochirurgia praticata nella propria cucina, usando materiali sotto i 50 euro, vodka per sterilizzare e un pelapatate come bisturi.

Disoccupata e determinata, si sta trasformando in un cyborg attraverso l’autochirurgia praticata nella propria cucina, usando materiali sotto i 50 euro, vodka per sterilizzare e un pelapatate come bisturi.

Mi racconta via mail di aver fatto il suo primo esperimento nel 2008, insieme ad un’amica, usando una tag Rfid. È il tipo di impianto più comune: consiste di un chip e di un trasmettitore che comunica informazioni attraverso l’identificazione a radiofrequenza. Viene comunemente usato per tracciare le merci, e in molti paesi per gli animali domestici, ma come impianto può servire per cose come aprire porte a distanza e sbloccare il proprio computer. Mi racconta l’esperienza: «Io e un’amica abbiamo infilato dentro il chip quando non sono riuscita a trovare nessun dottore che lo facesse. L’abbiamo fatto nel suo bagno, usando un bisturi sterile e un sacco di alcol chirurgico, dopo aver bevuto entrambe un bicchiere di vino. Ho preso ispirazione da un libro di Amal Graafstra, Rfid Toys, ma ho cominciato a farlo seriamente dopo, quando ho iniziato a considerare le possibilità degli impianti magnetici, e come farli a basso costo».

Da allora Lepht si è impiantata dei magneti nelle dita che le permettono di percepire la presenza, forma ed estensione di campi magnetici; dei sensori termici; inoltre sta lavorando a un dispositivo, il Southpaw, che funziona come una bussola interna, costantemente indicante il Nord (è la variante subdermale di un congegno esterno di nome North Paw).

Per le indicazioni tecniche mi sono affidata a una sua presentazione del 2011, tenuta davanti ad un pubblico di hacker. Lì la vedo per la prima volta: è una persona dall’apparenza femminile, in pantaloni larghi con i tasconi, canottiera nera con lo scollo all’americana, trucco nero e una testa spinosa di capelli corti. Non si può dire che lo faccia per narcisismo. Sale sul palco muovendosi a piccoli scatti, sorridendo, in imbarazzo, e dice: «Perdonatemi se suono strana perché non ho mai parlato a un microfono, prima. E non ho mai visto così tante persone nella stessa stanza, per cui potrei essere un po’ nervosa, e persino svenire. Sono qui per parlare di cose che faccio per divertimento, che non sono molto complesse né molto di alta tecnologia».

Parla di estensione sensoriale – aggiungere dati al normale afflusso proveniente dagli stimoli ricevuti nella vita quotidiana. Sostiene che qualsiasi cosa possa stimolare i nervi, purché ci passi della minima corrente elettrica dentro, e sia di dimensioni sufficientemente piccole da essere infilato sottopelle, «Presupponendo un po’ di dolore. Ok, molto dolore». Perché un impianto, per funzionare, deve essere posizionato nel posto più innervato – quindi, quello più doloroso. In pratica, affinché un impianto funzioni basta fare un buco e infilarlo dentro, lasciando che il sistema nervoso vi si adegui. Lepht raccomanda di andare per gradi e cercare di familiarizzarsi bene con le operazioni, perché «se ti infili cose nelle dita, fa così male che non ci vedi nemmeno», e di stare alla larga da due sole cose:  i congegni transdermici, perché le ferite aperte si infettano disgustosamente, e «le persone normali. Sono stupide».

«Non pensi al tuo wetware (termine che indica il corpo umano come antitesi a software e hardware, nda)?» le viene chiesto dal pubblico. Lei risponde secca, come un’astronauta davanti a un tizio talmente ottuso da chiederle se le mancasse il risotto durante la sua ultima missione spaziale: «Il mio corpo non ha importanza».

Il suo scopo è democratizzare gli impianti, da cui la sua disponibilità a dare tutorial passo passo, e l’uso di materiali a basso costo: «La maggior parte della tecnologia transumanista è di élite, e io questo lo odio». Le chiedo se segua la ricerca scientifica in materia: «No, troppo lavoro. Do un’occhiata ai siti delle riviste accademiche e guardo cosa mi sembra rilevante». «Se ti fosse data la possibilità di lasciare la tua cucina per un laboratorio vero, accetteresti?»  le chiedo. «Darei una gamba per farlo – sarebbe meraviglioso, farei quasi qualsiasi cosa per lavorare in un mio laboratorio».

«Non pensi al tuo wetware?» le viene chiesto dal pubblico. Lei risponde secca, come un’astronauta davanti a un tizio talmente ottuso da chiederle se le mancasse il risotto durante la sua ultima missione spaziale: «Il mio corpo non ha importanza».

Arrivando alla domanda per cui l’ho contattata – perché sottoporsi a tutto questo – la risposta è pulita e oscura: curiosità. Non la trovo una risposta soddisfacente. Si può essere curiosi su tante cose, per vari motivi, e in vari gradi di utilità: conoscere l’esatta struttura dell’universo serve per progredire scientificamente; memorizzare fatti a caso per vincere a Trivial Pursuit; ma impegnarsi per giorni a contare i peli sulla schiena del proprio cane sembra francamente una perdita di tempo. Perché, fra tutte le cose esistenti, la sua curiosità è diretta proprio a qualcosa che appare marginalmente utile, e implica accecarsi dal dolore e mettere a repentaglio la propria salute? Mi tratta come il tizio nel pubblico della conferenza: «Onestamente non lo so. Sono cresciuta con la scena cyberpunk negli anni Novanta, per cui forse è solo quello? Mi è sempre piaciuta l’idea di migliorare la forma umana con delle macchine».

Dice di ispirarsi a Nikola Tesla, Albert Einstein, la filosofia transumanista – secondo la quale dovremmo diventare esseri nuovi, superiori, aumentando la nostra intelligenza e le nostre percezioni con impianti tecnologici – e a un videogioco, System Shock. In System Shock il giocatore è nella posizione di un passeggero di una nave spaziale, la cui intelligenza artificiale sta cercando di ucciderlo. Fra le armi a disposizione, prevedibilmente, ha degli impianti subdermali.

 

Se non puoi batterli, unisciti a loro

Fra i grinders d’élite esiste una dinastia di dottorandi di cibernetica dell’università di Reading che hanno sviluppato e sperimentato impianti su sé stessi. Il loro mentore è Kevin Warwick, soprannominato “Professor Cyborg” e considerato il primo vero cyborg realmente esistito. Nel 1998 si è fatto impiantare nel braccio una tag Rfid, progenitrice di quella di Lepht ma ovviamente di dimensioni maggiori (erano pur sempre gli anni Novanta), con cui apriva a distanza le porte del proprio laboratorio, che lo salutavano per nome. Nel 2002 ha collegato il proprio sistema nervoso con quello di sua moglie, per poter sentire cosa lei sentiva. Ha sperimentato un sesto senso, che gli permetteva di percepire la distanza degli oggetti, e costruito robot con cellule cerebrali umane. Afferma pubblicamente di volersi trasformare completamente in un cyborg, e ha opinioni forti sui motivi. Vado a prendermi un tè a casa sua.

Warwick abita in un villaggio collinare di casette con giardino vicino a Reading, nella campagna a ovest di Londra. La maggior parte dei treni transita soltanto alla stazione locale, dove non c’è nemmeno la biglietteria, un paesaggio decisamente pre-cibernetico. La casa è una casa come le altre, con un’utilitaria blu parcheggiata sul davanti e le scarpe allineate in veranda. Non possiede nemmeno un microonde. Gli chiedo perché no. «Non mi fido della tecnologia», mi dice. Scoppiamo entrambi a ridere. «Se non l’ho testata su di me, non mi fido».

Un Ted Talk di Kevin Warwick.

Warwick un signore di sessant’anni in pullover azzurro e camicia, con un gioviale senso dell’umorismo. Ci sediamo in una saletta da pranzo rosa, dove i premi accademici sono in vista su una vetrinetta con il servizio buono; sullo scaffale vecchi libri di elettronica e al muro una copia originale dello Scientific American del 1898, con un trafiletto su Edison.

Al momento il suo corpo non nasconde nessun impianto, solo alcuni cavi nel braccio. La sua prima operazione era stata condotta dal suo medico curante. Gli chiedo come abbia fatto a convincere il medico locale di un paesino ad infilare pezzi di computer nel braccio di un paziente, quindici anni fa. Ride, e mi risponde: «Non lo so, sono andato, gliel’ho chiesto, mi ha detto ok!». Avere il dottor George Boulous nel gruppo di ricerca di Project Cyborg (nome ufficiale) aiutò a risolvere questioni pratiche come la possibilità che il dispositivo iniziasse a muoversi in giro per il suo corpo, e la sterilizzazione. «Eravamo solo quattro tizi in un laboratorio.

Prima avevamo tentato di bollire i dispositivi – alcuni sono letteralmente esplosi!», mi dice divertito, e questa è l’unica volta in cui usa la parola «pericoloso» per l’intera durata della  nostra conversazione. Poi, «l’abbiamo scaldato in forno, tenuto fermo con dei punti, non ci siamo preoccupati dell’approvazione del comitato etico, è stato magnifico». Essendo il primo esperimento del genere mai tentato, c’era tanto entusiasmo ufficioso quanto contenimento ufficiale. Boulous iniziò ad apparire nei giornali, in particolare riviste di medicina – un cambiamento importante, per un semplice medico della mutua. «A un certo punto è arrivato da me con due lettere scritte a mano, entrambe dal General Medical Council. Una ufficiale, una informale». Quella ufficiale lo invitava rigidamente a richiedere previa autorizzazione prima di procedere con operazioni simili. Quella ufficiosa, invece conteneva entusiastiche congratulazioni.

Da allora, i suoi esperimenti si sono divisi fra la pubblica utilità, sulla cura del Parkinson e la stimolazione spinale di persone paralizzate, e il miglioramento di persone perfettamente normali, passo a cui, secondo lui, non siamo ancora pronti. Il fronte ufficiale resta scettico, e si riflette anche nei media. «Tre settimane prima che annunciassimo che avevo una tag Rfid nel corpo, il Telegraph [che non aveva dato la notizia] aveva coperto una storia su un topo in cui era stato impiantato un microchip. Quello gli andava bene, eppure io no… era bizzarro. Troppo fuori dal normale. Quello che vorrei fare ora è un impianto nel cervello, io ne ho uno, tu ne hai uno, e iniziamo a scambiarci pensieri. Penso sarebbe scientificamente meraviglioso, ma il resto del mondo probabilmente ci metterebbe  in una scatola e ci butterebbe nell’oceano. Questi due matti!».

Con l’esperimento del 2002, Warwick e sua moglie sono arrivati più vicini alla telepatia di chiunque altro al mondo: sono riusciti a percepire direttamente cosa accadeva all’interno del corpo dell’altro. Gli chiedo di raccontarmi cos’ha provato. Si intenerisce, sorride. «Innanzitutto, visto che lo stavo facendo con mia moglie, è stato estremamente intimo. Molto di più di quanto mi fossi aspettato». Dopo averla coinvolta nel processo di creazione dell’esperimento, e avuta in sala operatoria con lui durante l’installazione della sua parte di impianto, si trovarono negli angoli opposti di un ampio laboratorio,  entrambi con degli elettrodi e dei cavi nel braccio, connessi fisicamente al proprio sistema nervoso, e l’uno all’altro via Internet. «Eravamo accompagnati da gente di Discover Magazine, giornalisti, e l’intera squadra a mettere insieme tutto quanto. Lei aveva un mucchio di persone intorno a sé, e io avevo un mucchio di persone intorno a me. Quando lei stringeva il pugno, il mio cervello riceveva una pulsazione. A quel punto gli impianti erano stati nel mio braccio per due mesi e mezzo, quindi il mio cervello era sincronizzato con quei segnali, e li riconosceva. Ma io sapevo che mia moglie era connessa con me, quindi erano riconosciuti come una pulsazione da… mia moglie». Lei, forse per la scarsa abitudine all’impianto, lo descrive come un fulmine nel palmo della mano. L’accuratezza del riconoscimento è stata misurata al cento per cento, senza errori.

Con l’esperimento del 2002, Warwick e sua moglie sono arrivati più vicini alla telepatia di chiunque altro al mondo: sono riusciti a percepire direttamente cosa accadeva all’interno del corpo dell’altro. Gli chiedo di raccontarmi cos’ha provato.

Liquida i discorsi sul dolore come Lepht, con leggero fastidio, come un dettaglio meschino.  Mi mostra una cicatrice molto irregolare, lunga tre dita, sul braccio sinistro, e racconta che ha intrapreso l’esperimento nonostante fosse consapevole di rischiare la paralisi del braccio sinistro. Gli chiedo cosa lo spinga a mettersi in pericolo in quel modo. «Sono uno scienziato, e volevo scoprire, e in quel momento c’era la possibilità di usare quella tecnologia. In parte era per aiutare persone con delle disabilità. Ma la vera ragione, per me, era fare esperimenti scientifici veramente audaci. Che nessuno aveva mai fatto prima». Mi spiega, con qualche amarezza: «Io arrivo dalle telecomunicazioni. Lavoravo per British Telecom, letteralmente nelle centraline telefoniche. Se potessi viaggiare nel tempo e tornare indietro a qualunque punto della storia, tornerei a quando Graham Bell fece la prima telefonata. Lui ha inventato il telefono, io come mandare segnali da sistema nervoso a sistema nervoso. È una cosa enorme. Immagineresti che il mondo cambi, dopo un esperimento come quello. Invece non è accaduto niente».

Gli chiedo di immaginare nuove applicazioni. «Oltre alla comunicazione, possiamo delegare alle macchine un sacco di roba che facciamo con i nostri cervelli. I computer sono molto più bravi di noi a memorizzare, ad esempio – lasciamo fare a loro. Anche la matematica – il cervello umano non è molto adatto, e non può pensare in più di tre dimensioni, quattro se includiamo il tempo. Qualsiasi cosa che possiamo prendere in considerazione, può essere percepita in quante dimensioni vuoi, sta a te. E per pura potenza computazionale, un computer può arrivare a risolvere un problema in trenta dimensioni».

Percepire in molteplici dimensioni potrebbe aiutarci a risolvere problemi finora insolubili, come lunghi viaggi nello spazio, perché a quel punto non saremmo limitati dal problema del tempo e potremmo trovare soluzioni in un’altra dimensione. Con una percezione a infrarossi potremmo localizzare il calore a distanza, anche nel corpo degli altri, che equivarrebbe a percepirne lo stato emotivo. «Cambierebbe la natura delle relazioni. Potremmo sentire se qualcuno si sta arrabbiando con noi. O se qualcuno è in uno stato di eccitazione. Quando ero ragazzino avrei adorato qualcosa del genere».

Verso la fine, la nostra conversazione si sposta sull’intelligenza artificiale. Nel 1997, nel suo libro La marcia delle macchine: Perché la nuova generazione di robot governerà il mondo, Warwick metteva in guardia sui rischi di una tecnologia futura che potrebbe diventare superiore agli umani e prendere il sopravvento. Sostanzialmente Matrix, senza la cortesia di un mondo inventato. Non è più considerata un’idea assurda, in campo scientifico: in questi giorni, un documento firmato fra gli altri da Stephen Hawking vuole prendere coscienza del problema e invita a studiare l’Ai con cautela. La soluzione di Warwick va in direzione diametralmente opposta: sviluppiamo selvaggiamente, espandiamo le nostre percezioni e la nostra intelligenza con la tecnologia, così da non dover temere i robot. «Quindi, pensi che il transumanesimo sia un modo per sconfiggere le macchine?», gli chiedo. Mi risponde serio: «Decisamente. Anzi, ancora meglio: se non puoi batterli, unisciti a loro».

 

Ha più senso che mettersi un orecchino

Quando Warwick ha iniziato a sviluppare il suo primo impianto Rfid, aveva ottenuto i materiali dalla Texas Instruments, che, interessata ai risultati delle sue ricerche, gliene aveva mandati in abbondanza e gratis, purché non ne divulgasse la provenienza. Poi la Nissan ha iniziato a finanziare i suoi progetti, nel caso uscisse fuori qualche applicazione interessante per le automobili. Oggi esiste una minuscola economia specializzata in impianti, il cui rappresentante più di successo è Amal Graafstra, l’autore di Rfid Toys, l’accurato manuale per principianti usato da Lepht all’inizio. Vi si spiega dove trovare i materiali, come montarli, come applicarli alla sicurezza della casa o all’utilizzo del computer, e come tenerli in ordine.

Il suo sito, dangerousthings.com, apre con un disclaimer piuttosto aggressivo: «Stai comprando, ricevendo e usando gli oggetti che hai acquistato qui a tuo rischio. Sei un bimbo/bimba grande ora, puoi prendere decisioni su come usare gli oggetti che hai acquistato. Se ti mette a disagio, o non sei in grado di prenderti personalmente la responsabilità delle tue azioni, non ordinare!». Fra i dipendenti, un piercer che si occupa anche di performance basate su modelle e modelli sospesi ad uncini infilati sottopelle. Non terribilmente confortante.

A sorpresa, la mia telefonata con Amal è stata estremamente serena: parla con calma, in frasi compiute e adeguandosi al livello di conoscenza dell’ascoltatore, come qualsiasi imprenditore che descrive la propria startup. Ha iniziato nel 2005 comprando un kit per installare tag Rfid di quelle che si usano per gli animali domestici. «Non era esattamente né facile né economico, o la miglior soluzione, perché l’industria dei chip per animali non si preoccupa particolarmente di produrre aghi affilati. L’intera esperienza non è stata molto buona», commenta piano, sottintendendo, ma glissando su, dettagli che a questo punto ho motivo fondato di immaginare piuttosto cruenti, «e non era sicuro, perché manipolando materiali sterili c’era il rischio di contaminazione. Era una questione di sicurezza e comodità».

Inizialmente faceva soltanto da tramite per trovare materiali adatti, ora sta sviluppando una propria linea di impianti, finanziata attraverso il crowdsourcing. La sua missione è aprire il settore alle persone che non sanno molto di elettronica; per non alimentare scenari da segrete medievali offre assistenza pre e post vendita e ha una rete di piercer convenzionati che possono impiantarli professionalmente. Su circa 2-3 mila vendite finora, hanno avuto un solo reclamo. «C’è stata una persona che si è lamentata abbastanza rumorosamente, ed era perché sosteneva che la tag non funzionasse». Così si sono sentiti al telefono, è stato chiaro che il cliente si aspettava una potenza maggiore del dispositivo e non aveva capito molto bene cosa avesse comprato. Nessun’altra conseguenza. Nessuna causa in tribunale.

Incredula, e indurita dai crudi aneddoti dei grinders, insisto: «Non hai avuto problemi nemmeno durante i primi esperimenti?». Mi risponde stupito: «Non lo chiamerei un esperimento, perché avevo guardato come li mettevano a cani e gatti. È tecnologia testata. Semmai l’esperimento era: posso usare questi chip anche nel mio corpo?». Ridacchia. Poi mi spiega, cristallino: «La gente ha difficoltà a capire. Questo è effettivamente più sicuro e ha più senso di mettersi un orecchino. Quando ti fai un piercing hai un pezzo di metallo che fuoriesce dalla ferita per settimane, perché la ferita deve guarirci intorno. Quando ti installi qualcosa del genere, se fatto bene ed è sterile, il tuo rischio di infezione è forse di cinque minuti. Perché dopo la ferita è guarita, o quantomeno ci si è chiusa sopra, ed è a posto, hai finito». Le mie domande sul perché mi sembrano istantaneamente drammatiche,  obsolete e borghesi. «Fai sembrare tutto così semplice». «Certo. Perché è semplice».
 

Nell’immagine in evidenza: Una scena del film Terminator (1984).

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