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Che cos’è la cartografia letteraria

Dove ci troviamo mentre leggiamo? Indagine su un luogo mentale che sta a metà strada tra le pagine di un libro e gli occhi.

Mi capita sempre più spesso di domandarmi “dove mi trovo?”, mentre sto leggendo. Non intendo tanto il luogo fisico. Lì la risposta è semplice: a letto, in autobus, poltrona in soggiorno. Intendo un luogo mentale, emotivo, diciamo a metà strada tra le pagine e i miei occhi. La risposta che ho trovato è la cartografia letteraria. Creare mappe partendo da romanzi è un’attività con una vasta tradizione. Alcuni, specialmente d’avventura o fantasy – da L’isola del tesoro al Signore degli anelli a Narnia – vengono già immaginati con mappe a supporto. Altri hanno ricevuto l’omaggio di una mappa in seguito, dal loro editore.

Da alcuni anni si sono affacciati sul mercato editoriale atlanti e collezioni di mappe particolarmente suggestivi, di luoghi remoti o vicinissimi, inventati o reali. Libri come Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò di Judith Schalansky o Atlante dei luoghi insoliti e curiosi di Alan Horsfield, sono vere cornucopie che avrebbero riempito le giornate anche di un tuttologo delle immagini come John Berger. I suoi Questione di sguardi e Modi di vedere hanno insegnato a legioni di fotografi e critici cosa guardare in una foto o in un dipinto, e come spostare di molti metri in avanti il confine del consumo culturale di massa. Atro esempio, recentissimo, è Atlante delle emozioni umane. 156 emozioni che hai provato, che non sai di aver provato, che non proverai mai, di Tiffany Watt Smith, anche se qui “Atlante” è più una strizzatina d’occhio, perché nel libro non ci sono tavole illustrate.

Esempi diversissimi tra loro sono invece Atlante del romanzo europeo (1800-1900) di Franco Moretti e Le mappe dei miei sogni di Reif Larsen. Il primo è un saggio sterminato che mette in rapporto geografia e letteratura realizzando una vera carta geografica dei più importanti romanzi degli ultimi due secoli. Nel romanzo di Larsen, invece, il protagonista è un genio dodicenne che disegna mappe. Travolto da un’esistenza problematica cerca di dare un ordine alle cose disegnando mappe bellissime e meticolose. Mappe di tutto: del comportamento della famiglia, di animali, di piante, di posti, di cose. Le illustrazioni di Ben Gibson e Reif Larsen accompagnano e arricchiscono tutta la storia.

New Scotland Yard Map Room

Nel primo capitolo di Maps of the imagination: the writer as cartographer, Peter Turchi racconta che scrivere è la successione di due attività distinte. La prima assomiglia all’esplorazione: l’autore si avventura in un territorio inesplorato, prende appunti, osserva, si muove a fatica in zone che lo costringono a inciampi e false partenze. Il secondo momento è l’esposizione, la traduzione dell’esperienza: chi scrive smette i panni dell’esploratore e diventa la guida di chi lo vorrà seguire. Descrive cosa ha visto, stende mappe del territorio che ha esplorato, produce racconto. Ecco, i romanzi sono questo: una geografia, una guida illustrata, una serie di mappe dei territori esplorati fino a quel momento da una sola persona, a uso e consumo di tutti gli altri.

Non solo nella stesura di romanzi, ma anche nella creazione di miti o nella spiegazione di fenomeni naturali, chi racconta storie cerca di far entrare gli altri nel mistero del non esplorato. E ciò che facciamo per avvicinare gli altri al mistero, personale o collettivo, è dare una mappa, una cartografia lungo la quale muoversi. I narratori, quindi, sono cartografi.

Ma cosa si intende per mappa? La traduzione visiva di un mondo, non necessariamente reale, in cui vengono messe in evidenza relazioni tra elementi. Per i precisini: c’è una certa differenza tra mappa e carta geografica, sì, ma qui per praticità sorvoliamo. La seconda regola della cartografia afferma che “in una mappa, ciò che non appare non esiste”. Infatti se quest’ultima viene cancellata in una o più parti diventa incompleta o addirittura illeggibile. Le elisioni e le assenze non sono sempre deducibili dal contesto della mappa e ciò che viene cancellato – il nome di una via, l’angolo tra due strade, la forma ondulata e incerta di un giardino pubblico – risulta perduto per sempre. Ecco, se la mappa è una cornice chiusa che non prevede altro, in un’opera letteraria esiste soprattutto ciò che viene eliso, riferito, immaginato. La letteratura è più forte quanto più allude, indica, mostra invece di dire. Un’opera letteraria più che alla mappa di una città assomiglia a un’illusione ottica come il triangolo di Kanizsa (in cui dai ritagli di altre figure ci sembra emergere un triangolo che non esiste).

Ciò che invece la mappa ha in comune con un testo narrativo è la familiarità con la distorsione. Una carta geografica è la rappresentazione su un piano di uno spazio tridimensionale. Distorsione, proiezione e un certo margine di deformazione sono aspetti ineliminabili quando si passa da tre a due dimensioni. Quando scrive, un romanziere fa lo stesso attraverso il punto di vista: decide chi narra gli eventi e per chi parteggiare. Decide su chi focalizzare la vicenda, così come il cartografo decide dove si troverà il fuoco di proiezione della mappa.

FRANCE-PARIS-TOURISM

Quindi, se è vero che organizziamo le informazioni in mappe per rendere più evidente il nostro pensiero sulle cose, e che stendiamo la realtà su un piano per chiarirla (plan in inglese significa anche mappa), dobbiamo anche ammettere che una mappa ci serve per elaborare nuove domande. Chiedere una mappa a qualcuno, in un certo senso, significa anche dirgli: “Raccontami una storia”.

Iniziamo allora a tirare un po’ di somme. Gli elementi comuni tra mappe e narrazione sono la deformazione e un certo grado di invenzione. Se la carta geografica ha un’inevitabile componente di falsificazione del reale data dal fatto di essere a tutti gli effetti una simulazione, una ricostruzione in scala, la mappa cartografica sarà un oggetto transizionale, un oggetto che vuole restituire l’esperienza che abbiamo attraversato leggendo.

Cosa significa però disegnare la cartografia di un testo narrativo? Non solo dare forma agli spazi in cui si muovono i protagonisti, organizzare graficamente le informazioni che abbiamo raccolto leggendo, o esplicitare i rapporti di forza in atto. Costruire la cartografia di una narrazione significa soprattutto dare forma a quello di cui abbiamo fatto esperienza leggendo. Ecco allora che per uno la mappa de Il processo di Kafka assomiglia a un reticolato buio nel quale ci si muove a stento, quella di 2666 di Bolaño è una distesa di dune spazzate dal vento che si accavallano come onde, o a un maelström norvegese pronto a inghiottire il lettore.

A chi si occupa di narrazione come critico, docente o lettore, la “cartografia letteraria” servirà per entrare nel testo con più audacia, per aprirlo alla contaminazione della grafica e studiarne i movimenti, le strutture sottese e implicite, i rimandi meno evidenti. Di uno stesso testo possiamo mappare l’evoluzione e i rapporti tra i personaggi, valutare dove si muove la temperatura, il colore, la grana, lo spessore delle emozioni in gioco, possiamo decidere di monitorare come l’ampiezza dei vari capitoli incide sul loro ricordo. D’altro canto può essere un efficace metodo di analisi del testo per gli autori. Chi non riesce a proseguire nella stesura potrà vedere dove il testo si incaglia, chi ha terminato potrà essere guidato a vedere dove i personaggi si perdono, se una linea narrativa ne sovrasta un’altra. Se la mappa è una metafora del desiderio di mettere ordine nel mondo, l’obiettivo per chi lavora con la narrazione è che sia strumento che rende possibile lo scambio di energia da un punto del reale all’altro, e che rende visibile il territorio interiore.

 

Foto Getty.
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