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Care ragazze

«Cercate marito al primo anno di college». Il consiglio alle studentesse di Princeton, da un giornale universitario alla stampa internazionale.

Care ragazze, cercatevi un marito. Cercatene uno alla vostra altezza, e cercatelo presto. Preferibilmente al primo anno dell’università – che già dal secondo le cose si fanno più complicate.

Questi i consigli impartiti alle giovani studentesse di Princeton da un’ex alunna – tale Susan Patton, consulente di risorse umane, nonché madre di due studenti (maschi, tiene a precisare lei) – in una lettera aperta sul giornale dell’università. Come c’era da aspettarsi, si è alzato un polverone: «Ho due figlie, sono contento che tu non ne abbia», ha commentato un padre indignato. «E per fortuna! V’immaginate una suocera così?», ha aggiunto un altro. «Ma come? Ha solo scritto cose ovvie», l’ha difesa un commentatore anonimo.

Quello che forse non ci si sarebbe aspettati, è che una lettera pubblicata su un giornale universitario abbia creato un polverone anche sulla stampa (inter)nazionale: la polemica, partita dal Daily Princetonian, è rimbalzata sul blog del Guardian, sull’Huffington Post, su Slate, su The Atlantic (che per l’occasione ha coniato il bellissimo neologismo di womansplaining – succedaneo del mansplaining di cui vi parlavamo qui) e ha persino raggiunto la pagina degli Op-Ed del New York Times.

Che cosa c’era di tanto sconvolgente in quella lettera aperta? L’appello di Susan Patton sul Daily Princetonian riguarda più di una questione, tocca diversi temi, tutti considerabili piuttosto sensibili in tempi odierni. La sua tesi può essere riassunta come segue:

Punto primo. Care ragazze, ammettetelo: non volete soltanto una carriera, volete anche una famiglia. Nessuno ve l’ha detto forse, perché in tempi di emancipazione femminile parlare di figli e matrimonio non è chic. O forse ancora non ci pensate, giovani come siete. Ma è il caso di pensarci presto, perché altrimenti rischiate di trovarvi sole e tristi.

Si tratta, peraltro, di un tema assai discusso in questi anni, nonché oggetto di numerose storie-bomba di The Atlantic, come “Marry Him” di Lori Gottlieb “Why women still can’t have it all” di Anne-Marie Slaughter: siete sicure che la famiglia non sia più importante della carrieraIl femminismo, quell’ideologia cattiva che insegna che sposarsi e avere figli non è cool, non ci avrà fregate tutte? Al che, se dovessimo seguire un copione da macchietta, una vera-donna-emancipata dovrebbe rispondere: come osi, tu, dirmi di starmene a casa a sfornare pupi, anziché vivere la mia vita?

Per quel che mi riguarda (saranno questioni di prospettiva), trovo il dibattito incentrato sull’argomento “carriera vs famiglia” alquanto sterile. Anzi, diciamo pure: del tutto inutile. Ridicolo. Completamente scollato dalla realtà. Perché, da un lato, non vedo in giro tutti questi plotoni di femministe radicali che convincono studentesse universitari a non avere figli. E, dall’altro, non trovo affatto offensiva, di per sé, l’idea che un’anziana signora voglia ricordare alle donne più giovani l’importanza della famiglia. Dunque, passiamo oltre.

Punto secondo. Care ragazze, vi meritate un uomo alla vostra altezza. E dove potete trovare un uomo intelligente come voi, se non qui a Princeton? Ora, qui la questione si fa assai più complessa. Perché in soldoni la questione si basa su due assunti distinti. Il primo consiste nell’autocelebrazione, tipica nelle scuole della Ivy League, di una certa classe dirigente americana: non appena metti piede in un ateneo della top ten, tutti cominciano a ripeterti che sei un tipo super intelligenti, circondato da altri tipi super intelligenti, che da nessun altra parte sarai in compagnia di gente brillante come te. Patton la mette giù senza troppi giri di parole: «Esistono pochi uomini al mondo intelligenti quanto voi o più di voi – e, ve lo ripeto, mai come ora vi troverete circondate di uomini degni di voi». Ross Douthat, guest columnist del New York Times, sostiene che quella sollevata dalla lettera aperta era una questione di classe, prima ancora che di genere: Patton ha ricordato agli studenti di Princeton quello che sapevano già, e cioè che frequentare l’lvy League non serve soltanto a imparare, ma anche a costruirsi contatti e, di conseguenza, incontrare un partner del tuo stesso status sociale – insomma è anche uno strumento di preservazione dell’élite.

Scrivendo, nero su bianco, che una donna istruita ha bisogno di un uomo istruito, ma che non necessariamente è vero il contrario, Patton afferma implicitamente che l’istruzione rappresenta un handicap nella vita sentimentale di una donna.

C’è un altro aspetto tuttavia nella tesi di Patton, che trovo assai più inquietante, ma non per questo da ignorare: nella sua lettera aperta, dà per assodato che una donna debba per forza aspirare a trovare un partner intelligente quanto lei o più di lei. Mentre, nella medesima missiva, tiene a ricordare che lo stesso principio non vale per gli uomini: «Il maggiore dei miei figli ha avuto il buon gusto e la fortuna di sposare una sua compagna di classe, ma avrebbe potuto sposare chiunque altro. Gli uomini sposano regolarmente donne che sono più giovani, meno intelligenti, meno istruite. È sorprendente quanto indulgente possa essere un uomo davanti alla mancanza di erudizione di una donna, se lei è bella. Invece le donne intelligenti non possono, né dovrebbero, sposare uomini che non sono almeno loro pari intellettualmente» (il corsivo è mio).
Ed è qui, secondo me, che sta il vero punto della lettera aperta. Scrivendo, nero su bianco, che una donna istruita ha bisogno di un uomo istruito, ma che non necessariamente è vero il contrario, Patton afferma implicitamente che l’istruzione rappresenta un handicap nella vita sentimentale di una donna. Questioni di numeri: se loro, gli uomini istruiti, sono un numero finito e possono scegliere chi più gli aggrada; voi, donne istruite che avete bisogno di loro, siete in una posizione di svantaggio.

Patton, che non è certo una nemica della modernità, non sta mica dicendo che frequentare l’Ivy League sia una scelta sbagliata per una donna, non sta suggerendo alle ragazze di rinunciare alla laurea o fingersi tonte per acchiappare un uomo. Sta dicendo che essere a Princeton, per una donna intelligente, è un’ottima occasione di trovare un uomo giusto per lei. Ma ricorda anche, che in questa interazione tra lui e lei princetoniani, il balance of power va a favore di lui. È lì che va a parare, quando afferma, con un compiacimento materno neppure troppo celato: «Mio figlio ha sposato una sua compagna di classe, ma avrebbe potuto sposare chiunque altro». Sempre di balance of power tra i sessi, e di compiacimento mammesco, che partiamo nel prossimo e ultimo punto.

Punto terzo. Care ragazze, il tempo stringe. Ogni anno che passa, dai 18 in poi, è un anno perso. Ricordare alle donne in carriera il loro orologio biologico è faccenda delicata ma, talvolta, non del tutto fuori luogo. Per esempio, a un’amica intima (ma molto intima) che ci ha confidato di desiderare un figlio, che ha passato una certa età (appunto: una certa età) ma che preferirebbe post-porre ulteriormente una gravidanza per qualche ragione non insormontabile, in alcuni casi si potrebbe ricordare con il massimo tatto (ma proprio tanto tatto) che avere figli molto tardi è più rischioso. Patton però porta il discorso all’estremo. Non tanto perché lei il consiglio lo dà a perfette sconosciute. Quanto perché il suo ragionamento è che, a conti fatti, l’anno migliore per acchiappare marito è il primo anno dell’università.

Un uomo può trovarsi partner più giovani, una ragazza non può uscire con giovanotti più giovani di lei, fosse anche di uno o due anni. «Non era il caso di essere più gentili con quei ragazzo quando eravate matricole? Mio figlio, al quarto anno, può uscire con chi vuole.»

Anche qui, si parte dal presupposto che per uomini e donne valgono criteri diversi. Un uomo può trovarsi partner più giovani, una ragazza non può uscire con giovanotti più giovani di lei, fosse anche di uno o due anni. «Come donne freshman (studenti del primo anno, NdT), avete quattro annate di uomini da cui scegliere. Ogni anno, perdete gli uomini che si sono laureati, mentre siete più vecchie dei nuovi arrivati. Dunque, quando diventate senior (studenti del quarto e ultimo anno, NdT), in pratica avete solo i vostri compagni tra cui scegliere, mentre loro, francamente, hanno ben quattro annate di donne tra cui scegliere» (il corsivo è mio).
Ancora una volta, Patton descrive un rapporto di potere tutto a favore degli studenti maschi, e stavolta lo fa senza troppi giri di parole: «Non era il caso di essere più gentili con quei ragazzo quando eravate freshmen?». E ancora una volta tira in ballo, non senza soddisfazione, la sua prole-di-fallo-munita: «Il minore dei miei figli è un junior (studente del terzo anno, NdT) e per lui il numero di donne che potrebbe sposare è infinito». Sottotesto: mica come voi,  junior femmine, che dovevate pensarci prima. Pappappero.

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Mentre rileggo la lettera aperta di Susan Patton, mi chiedo se il ragazzo con cui una certa studentessa avrebbe fatto meglio a essere gentile, non fosse suo figlio. E, mentre rileggo queste righe che ho scritto, mi domando se il suo discorso sui rapporti di potere tra uomini e donne non mi abbia infastidito, più di altre questioni, perché sotto sotto qualcosa di vero c’è. Mi chiedo se non sia vero, dopotutto, che sono gli uomini ad avere il coltello dalla parte del manico. Infine, mi chiedo se – ammesso e non concesso che questo sia vero – non dovrebbe essere Patton la prima a sentirsi un po’ arrabbiata: non è forse una donna anche lei?

Se ben ricordo, da qualche parte Freud – o, più probabilmente, un imitatore di Freud che si aggirava in un wiki-articolo di dubbia qualità, che devo avere letto chissà quando e che ora torna a frullarmi nella testa – diceva che le donne soffrono di un’invidia del pene e che avere un figlio maschio offre una sorta di compensazione: il bimbo-maschio diventa un sostituto del fallo, o qualcosa del genere.

Ecco, se devo dire una cosa, a me tutta questa storia della lettera di Susan Patton un po’ ricorda quello sketch della Bbc in cui due nonnine di origine indo-pachistana litigano su chi ha il figlio più prestante a letto. Non pare una tirata anti-femminista, mi pare un giocare a chi ce l’ha più lungo – solo, per procura.

 

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