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Berlinale numero 64: una panoramica

Uno sguardo ampio sul Festival in corso nella capitale tedesca. Una kermesse democratica che permette a tutti (o quasi) di godere delle proiezioni. E spazia dai grandi nomi come Anderson e Von Trier a documentari e registi minori.

Lo scorso 6 febbraio si è inaugurata la 64esima edizione del Festival del Cinema di Berlino, e, sorprendentemente, non nevicava. In questi giorni, anzi, splende una specie di sole e non c’è traccia di ghiaccio sulle strade vicino al Marlene Dietrich Platz, su cui lentamente avanzano le Audi nero metallizzato – fino all’altro ieri compito di BMW, quest’anno scansato dall’altro marchio automobilistico tedesco – un po’ come le Maserati che rotolavano lungo il Lido durante la Mostra del Cinema di Venezia a settembre.

Il lusso e il famigerato “glamour” da tappeto rosso – tanto esibiti a Venezia come a Cannes – si fermano qui. La Berlinale è infatti uno dei festival più “democratici” del circuito cinematografico internazionale e da sempre è proprio questo il suo vanto. E a ragione. Memore delle discriminazioni professionali vissute a Venezia – in cui vige una rigidissima gerarchia cromatica dei badge degli accreditati, dallo sfigatissimo arancione della stampa online fino al “gold” che nessuno ha mai capito cosa rappresenti – e terrorizzata dai racconti di chi, lavoratore a Cannes, affogava nello champagne il peccato di non appartenere alla categoria degli “industry”, vivo la mia terza partecipazione alla Berlinale con il sollievo e la fiducia nel futuro di chi, finalmente, si vede riconosciuto il diritto più sacrosanto dei festival del cinema: vedere film. Escluse le anteprime dei film in concorso, tutte le proiezioni sono accessibili al pubblico. In questo senso è davvero una manifestazione democratica, anche se il concetto di democrazia forse non si presta perfettamente a descrivere i frequentatori delle mille sale del festival, affollate anche la mattina presto da personaggi di tutti i tipi: tra i più assidui, pensionati dall’aria radical (ma alla tedesca), studenti col club mate alla mano, hipster un po’ in là con gli anni e metrosexual con gigantesche borse messenger da cui, timorosamente, estraggono mele biologiche (ma col bollino) salvo venire prontamente bloccati dalle integerrime maschere, forse l’unico volto veramente ostile del festival. Anche a voler fare un po’ gli snob metropolitani, è innegabile che la Berlinale sia il campione dell’accessibilità: permette a tutti, per dieci giorni, di vedere film sia di notorietà colossale sia di estrema nicchia, ma non per questo meno rilevanti.

La Berlinale è infatti uno dei festival più “democratici” del circuito cinematografico internazionale e da sempre è proprio questo il suo vanto. E a ragione.

La democrazia vera si applica infatti non solo a chi guarda ma anche e soprattutto a cosa si guarda. Infatti, mentre gli squali della distribuzione si rinchiudono a seguire proiezioni private in suite d’hotel o al Martin Gropius Bau (siamo pur sempre in terra ex-sovietica!), allo spettatore puro di cuore (quest’anno se ne stimano 500mila) si apre poi la vera sfida: sapersi districare tra le ben 10 sezioni è impresa ardua ma il più delle volte ricompensata da sorprese inaspettate. Se due sezioni – in concorso e Special – sono quelle ufficialmente dedicate agli autori celebri o in via d’esserlo, non è difficile imbattersi in vecchie e nuove conoscenze anche nelle sezioni Forum e Panorama. Laddove Forum è volta solitamente a presentare registi emergenti e/o produzioni art house vicine all’arte contemporanea (che ha infatti una parte tutta sua, quella di Forum expanded), Panorama è più sfacciatamente rivolta al cinema indie e documentario. Le rimanenti sezioni, come Perspektive Deutsches Kino, Generation o Retrospektive hanno una direzione un po’ più precisa – cinema tedesco, dedicato ai ragazzi o la retrospettiva, quest’anno dedicata a Ken Loach -eppure perdersi è facile. Ma non sempre male.

Anche se quest’anno i flash di stelle “massime” sono stati più parchi del solito, The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson ha inaugurato il festival, confermandolo come uno dei più rilevanti anche per il cinema hollywoodiano. Oltre al gonfissimo film di Anderson (presenti: Bill Murray, Adrien Brody, Owen Wilson, Tilda Swinton, Jude Law, Léa Seydoux, Harvey Keitel, Edward Norton…) che, veramente “opulento” per i primi due terzi, ha deluso verso il finale, altri nomi importanti hanno sfruttato la piattaforma berlinese.

Anche se quest’anno i flash di stelle “massime” sono stati più parchi del solito, The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson ha inaugurato il festival, confermandolo come uno dei più rilevanti anche per il cinema hollywoodiano.

Da menzionare solo per dovere di cronaca perché piuttosto piatto nonché eccessivamente “americano” nel tentativo di una rappresentazione storica corale (leggi: oltremodo patriottico, idealizzazione della Storia e della povera Europa, invasione di colonna sonora, cromature fotografiche pulitissime, dialoghi a tratti scoraggianti) è stato Monuments Men di George Clooney, fuori concorso insieme a Nymphomaniac Vol. 1 di Lars Von Trier, che ha invece risollevato il festival col botto durante il fine settimana. I siparietti un po’ incresciosi ci sono stati: LaBeouf che arriva sul tappeto rosso con sacchetto di carta in testa più messaggio a pennarello e Von Trier che non si presenta in conferenza stampa e indossa al photo call maglietta con scritta deliziosissima di “Persona non grata – Festival di Cannes” hanno offerto una performance vagamente autoreferenziale e suscitato il solito skandal piuttosto noiosetto e peraltro innecessario, dato il tema già forte. Eppure in un film sulla ninfomania c’è stato ben poco di increscioso e anzi, la varietà e la fantasia con cui è stato trattato l’argomento dovrebbero far dimenticare le scenette da galà irriverente. Presentato in versione integrale, il primo episodio è strutturato come un lungo racconto dell’esperienza di Joe (Gainsbourg) a Seligman (Skarsgård) dall’infanzia ad oggi ed è suddiviso in capitoli che sviluppano in modo sorprendentemente originale gli episodi chiave della vita ninfomane di Joe. Dalla pesca alla matematica, dalla musica classica alla scienza delle foglie, con una consapevolezza disarmante e una limpidissima gestione della questione morale, la vicenda non è confusa ma liberamente organizzata e anzi tenuta insieme dal dialogo tra Joe e Seligman, che, narratrice e interlocutore, modulano il tono della storia, a volte nel nome della commedia, a volte nel nome del puro dramma. Ma è proprio l’equilibrio tra i due che rende Nymphomaniac vol. 1 un film dove “si ride” anche e spesso, e dove l’orrore e l’esplicito (state prontissimi a primi piani molto a fuoco, anche se più pornografici che ginecologici—che è sempre meglio) non sono elementi gratuiti o ingiustificati.

Superando il godimento di Von Trier, sono senz’altro da ricordare due autori francesi, il primo un vecchio mostro sacro, l’altro più giovane ma sempre dedito ai mostri, quelli veri: Alain Resnais, con Aimer, Boire et Chanter e Christophe Gans (Silent Hill), con il fuori concorso La belle et La bête.

La sempre maggiore accoglienza del cinema asiatico (il tenero ma un po’ lungo Blind Massage di Lou Ye; Black Coal, Thin Ice di Diao Yinan e No Man’s Land di Ning Hao che verranno presentati nei prossimi giorni) è stata quest’anno controbilanciata da una nuova apertura verso autori latinoamericani, forse in seguito al successo di Gloria dello scorso anno. Historia del miedo del giovanissimo Benjamin Naishtat è però un finto thriller un po’ sconclusionato e non inquietante come vorrebbe, a cui si accodano La tercera orilla di Celina Murga, migliore ma altrettanto debole vicenda-climax, e Praia do futuro del brasiliano ma residente a Neükolln Karim Aïnouz. Sempre “ispanico” ma di produzione internazionale è Aloft di Claudia Llosa, film fantascientifico-etico bizzarro ma superficiale, nonostante la presenza del radioso Cillian Murphy. Peccato anche perché Llosa aveva vinto nel 2009 l’orso d’Oro con La teta asustada. Anche Richard Linklater (genio inventore della trilogia amorosa July Delpy-Ethan Hawke nonché di Slacker) è un affezionato e presenterà l’ultimo, lunghissimo lavoro, Boyhood, nuovamente con Hawke nel cast.

Al netto di una settimana di festival, come si sarà notato, le sorprese sono state purtroppo poche e nessuna, per ora, in concorso. Sono infatti stati soprattutto i documentari che hanno risollevato un po’ le sorti della 64esima edizione.

La Berlinale non è infatti schizzinosa in termini di durata: oltre Nymphomaniac e Boyhood, di infiniti minuti (180) è stato anche The Turning, tentativo di adattare 18 racconti di noti scrittori australiani per il grande schermo. Registi e attori diversi per ogni episodio hanno però messo insieme una cosa abbastanza impossibile, anche se ci sono eccezioni (l’episodio con Rose Byrne in veste della poveraccia tossica vale per l’inaspettata ma ottima interpretazione e l’assurda scena finale). Ai lunghissimi si aggiunge anche il nuovo documentario 3D di Wim Wenders, Cathedrals of Culture, 156 minuti presentati nella sezione Special, in cui, venerdì, farà anche una comparsata Martin Scorsese con un documentario sulla New York Review of Books, ancora in progress ma già di 90 minuti. Sempre negli Special è stato inserito il primo film da regista di Hossein Amini (lo sceneggiatore di Drive, per intenderci), il piuttosto abominevole The Two Faces of January (presenti: Viggo Mortensen, Kirsten Dunst).

Al netto di una settimana di festival, come si sarà notato, le sorprese sono state purtroppo poche e nessuna, per ora, in concorso. Sono infatti stati soprattutto i documentari che hanno risollevato un po’ le sorti della 64esima edizione—e non lo dico perché di parte. Con il cosiddetto “documentary form” ben 64 film documentari sono stati sparsi in tutte le sezioni, nel nome di una tradizione che è sempre stata molto vivace al festival e, soprattutto, approfonditamente esplorata in tutte le varietà di forme e contenuti. Innanzitutto ha fatto il giro da Venezia a Berlino The Unkown known di Errol Morris, una visione assolutamente obbligatoria per tutti coloro che si interessano di politica americana e ars retorica (protagonista unico: Donald Rumsfeld). Anche se quasi offesa da Gianni Amelio (che era a Venezia 2013 con L’intrepido, proprio sbagliatissimo), sono molto curiosa di vedere il suo studio sulla condizione degli omosessuali dal fascismo ad oggi, Felice chi è diverso, anche perché uno dei pochi film italiani presenti quest’anno (altra presenza italiana però è Valeria Golino, nella giuria del First Feature Award).

Come i documentari, anche i cosiddetti “film queer”—dedicati alle tematiche LGBT—sono molti ed equamente distribuiti un po’ ovunque nel Festival. In parte vi appartiene anche il documentario The Dog, sul controverso newyorchese che ha ispirato Un pomeriggio di un giorno da cani ma che è stato soprattuto uno dei primi attivisti per i diritti degli omosessuali all’inizio degli anni Settanta. Documentario forse a volte un po’ ridondante ma molto divertente, The Dog ci fa ricordare come siano importanti – anche se molto classici – i lavori dedicati a personalità che hanno a loro modo fatto la storia, sia all’ombra della notorietà come il John Wojtowicz di The Dog e Vivian Maier di Finding Vivian Maier, che nel pieno degli eventi mondiali, come il Noam Chomsky del nuovo Gondry, Is the man who is tall happy?, o il Heinrich Himmler di Der Anständige. La biografia impietosa del capo delle SS e poi ministro degli Interni del Terzo Reich è costruita grazie ai diari confiscati dopo la resa e riportati in vita dalle lettere del generale nazista. Vi emerge un lessico familiare che sostiene la vicenda e, allo stesso tempo, lascia il tempo di guardare le fotografie d’archivio con la giusta prospettiva. Archivistica e riprese d’epoca (ciononostante, meravigliose, dagli anni 1966-1984) sono al centro dell’eccezionale Concerning Violence di Göran Hugo Olsson – autore del già noto The Black Power Mixtape 1967-1975 – che ha questa volta messo insieme un documentario-saggio sul significato di “decolonizzazione”, concetto complessissimo che riguarda sì perlopiù il continente africano, ma che in realtà coinvolge tutti coloro che desiderano costruirsi una coscienza e una consapevolezza del mondo contemporaneo. Il voice-over di Lauryn Hill che legge estratti da The Wretched of the Earth di Franz Fanon, assegna infine al documentario una struttura che sorprende per bellezza e potenza critica.

Ancora due giorni di Festival e poi si potranno tirare le somme, anche se temo ci sarà bisogno di “qualcosa di grande” per risollevare questa 64esima edizione, debole in concorso e forte soprattutto tra gli emergenti e nelle nicchie indipendenti. Nel frattempo ci rimettiamo speranzosi in fila, già però ben contenti di poter vedere così tante storie.

 

Nell’immagine,  Potsdamer Platz e la Movie Stars Lounge. Athanasios Gioumpasis/Getty Image for Movie Stars

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