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Reported.ly, il giornale “social media first”

Carta o digitale? Andy Carvin, «l'uomo che twitta le rivoluzioni», è oltre l'annosa dicotomia: vuole un media che premi i contenuti e le competenze di Twitter, Facebook e reddit. Gli abbiamo chiesto di raccontarcelo.

C’è stato un momento il 25 gennaio scorso – non ricordavo la data precisa, a dire il vero, ma Twitter di recente ha potenziato la sua funzione di ricerca – in cui ho pensato distintamente che utilizzare i social media con finalità giornalistiche sia un mestiere nel mestiere di reporter. Marina Petrillo, direttrice di Radio Popolare, dove fino a poco tempo fa conduceva Alaska, una finestra sui fatti del mondo intessuta con contenuti pescati su Twitter e gli altri principali social network, dopo una pausa aveva appena twittato «scusate, ero bloccata in Twitterjail mentre al Cairo succede di tutto». Al Cairo, in piazza Tahrir e in tutto l’Egitto quel giorno centinaia di migliaia di persone manifestavano per il terzo anniversario della rivoluzione che portò alla caduta di Mubarak. Una situazione complicata, una storia che Petrillo non vedeva l’ora di raccontare, e in quel momento a fermarla era stato soltanto un banale limite nella pubblicazione dei tweet.

Marina stava riportando ciò che succedeva nella capitale egiziana da migliaia di chilometri di distanza, con una precisione e un’attenzione oggettivamente difficili da eguagliare, e dimostrava, come spesso le capita, di sentirsi partecipe di quegli eventi. Dal 2011 per lavoro ha seguito lo svilupparsi delle Primavere arabe, costruendo su Twitter un network di relazioni, contatti e voci in grado di raccontare in tempo reale al suo pubblico ciò che accadeva. Ci è riuscita così bene che proprio tre anni fa il quotidiano Independent l’ha nominata «most influential non-celebrity users of Twitter for world news». Nelle ultime ore è tornata a far parlare di sé, come si dice, per essere una delle sei persone a cui Andy Carvin, ex social media strategist della National Public Radio e autoproclamato «real-time news DJ» (nonché definito dal Guardian «the man who tweets revolutions») per la similare attività di “crowdsourced reporting” svolta durante le Primavere, ha dato in mano le chiavi del suo Reported.ly.

Per spiegare il nuovo prodotto di First Look Media, la media company di proprietà del fondatore di eBay Pierre Omidyar, è difficile utilizzare le categorie tradizionali: Reported.ly non ha una redazione fisica né, almeno per ora, un sito proprio. I suoi sei reporter vivono letteralmente ai quattro angoli del globo e per costruire le loro storie, beh, faranno più o meno ciò per cui Andy e Marina si sono costruiti una reputazione. In un post di presentazione pubblicato su Medium, Carvin scrive: «Siamo orgogliosi di essere membri attivi e impegnati di Twitter, Facebook, reddit – non più di quanto lo sia chiunque altro li frequenti. Vogliamo raccontare le storie del mondo servendoci di queste community online come nostra piattaforma primaria di inchiesta – non un qualcosa di meno importante rispetto a un qualche sito o app. Dimenticatevi il native advertising – vogliamo produrre native journalism per le comunità dei social media, insieme ai loro utenti».

Banalizzando molto, si potrebbe dire che con Reported.ly il giornalismo odierno passa dal dipendere dai social media all’essere i social media. Ma le questioni aperte e gli spunti avanzati dal nuovo media di Carvin sono più complessi e interessanti, per cui ho pensato di chiedere a lui direttamente di spiegarci cos’ha in mente, perché l’ha proposto ora e, beh, come intende portarci nei luoghi in cui «succede di tutto».

*

Davide Piacenza: Parliamo da parecchio tempo di imprese mediatiche “digital first”, ormai, ma mi sembra che Reportedly porti il dibattito a un altro livello, in direzione di quelle che potremmo chiamare testate “social media first”. Come hai maturato l’idea di un «native journalism per i social media»? È qualcosa che hai sempre voluto fare, o credi che ci troviamo nel momento adatto a una recisione culturale nel mondo del giornalismo?

Andy Carvin: Sai, la prima volta che ho usato l’espressione «native journalism» l’avevo intesa come una specie di battuta – ero a una conferenza in cui tutti stavano parlando di native advertising. Ma la trovo ancora notevole. Gestisco community online da vent’anni ormai, e ho creato la mia prima legata alle news in tempo reale durante gli attacchi dell’11 settembre, nel 2001. Più o meno per tutta la mia carriera ho riconosciuto l’importanza di avere un rapporto robusto con le comunità online come un modo di rispondere a quesiti e risolvere problemi. E mentre ero a Npr, dal 2006 al 2013, mi sono concentrato sull’uso dei social media come uno strumento di raccolta e diffusione di news. Perciò Reported.ly a dirla tutta non è nient’altro che il passo successivo di questa evoluzione, più che una rivoluzione venuta fuori dal nulla.

Stiamo sposando una comprensione più larga di ciò che può fare un giornalista. Siamo community organizer, catalizzatori di discussioni – spesso scherziamo dicendo che siamo «dj delle news».

DP: Considerare piattaforme come Reddit e Twitter luoghi composti da «comunità vivaci di persone con competenze culturali» e trattarle di conseguenza è una dichiarazione d’intenti encomiabile. Ma è anche un assunto che cambia il ruolo del giornalista, no? Quello che stiamo per vedere con Reported.ly è un passaggio dal giornalista-gateway al reporter primus inter pares, o cos’altro?

AC: Beh, pensa al significato di “media”. Siamo sempre stati a metà strada tra la notizia in sé e il pubblico generale. Con l’avvento dei social media il ruolo di gatekeeper è cambiato sensibilmente. Le persone possono interagire in maniera diretta con i soggetti delle notizie e i testimoni degli eventi, e la gente può discutere le cronache tra sé. Per certi versi ha gli strumenti per lasciare i media mainstream in un limbo  – nella misura in cui producono ancora grande giornalismo, ma non interagiscono col pubblico al massimo della possibilità che gli offre. Perciò stiamo sposando una comprensione più larga di ciò che può fare un giornalista. Siamo community organizer, catalizzatori di discussioni – spesso scherziamo dicendo che siamo «dj delle news». Perciò sì, rappresentiamo decisamente un cambiamento che ormai è in evoluzione da un po’ di tempo.

DP: Non sei preoccupato dal rovescio della medaglia del tuo approccio? Pensa a cos’è successo su reddit dopo gli eventi della maratona di Boston, quando molti suoi utenti cercarono, fallendo, di trovare l’identità del colpevole degli attentati. Come farete a scartare il rumore di fondo? Non rappresenta un pericolo per la vostra missione?

AC: A dirla tutta il granchio preso con la maratona di Boston è una delle ragioni fondamentali per cui abbiamo deciso di fare questa cosa. Oltre al mio ruolo a Reported.ly sono ricercatore al Tow Center for Digital Journalism della Columbia. Una delle mie aree di ricerca primarie è ciò che è andato storto su reddit in quei giorni. Ho passato al setaccio migliaia di commenti della discussione principale in cui i redditors hanno provato a identificare gli attentatori – cosa che gli si è ritorta contro, come sappiamo. Ciò che ho trovato sono molte persone benintenzionate che volevano aiutare e dare suggerimenti, ma non capivano quale fosse il miglior modo di farlo, o il suo impatto potenziale.

Ho anche scoperto che nessuno in questi thread si è mai identificato come giornalista, e solo una manciata di utenti ha sollevato questioni riguardanti le fonti, la conferma delle informazioni, etc. Perciò credo che uno dei grossi insuccessi di quella settimana sia stato il fatto che i giornalisti non abbiano sentito il bisogno di unirsi a queste conversazioni, e quelli di reddit non abbiano chiesto aiuto. Perciò stiamo creando ciò che speriamo sarà un luogo sicuro su reddit in cui discutere le storie in evoluzione, ma mettendo le indiscrezioni e le informazioni non confermate nel loro contesto, così che le persone non ne siano ingannate, e lavorando invece in maniera costruttiva a separare i fatti dalle invenzioni.

Credo che uno dei grossi insuccessi della settimana post maratona di Boston su reddit sia stato il fatto che i giornalisti non abbiano sentito il bisogno di unirsi a queste conversazioni.

DP: Mathew Ingram ha scritto su Gigaom che condivide il tuo impegno a considerare «la notizia come un processo», sostenendo che ciò che una volta succedeva nel chiuso di una redazione oggi è visibile in pubblico e vedendo un «chiaro valore sociale» in questo tipo di trasparenza. A tuo modo di vedere, se tutti i media adottassero questa prospettiva ci sarebbero meno contenuti giornalisticamente errati?

AC: Non credo che mettere in pratica questo modello sia adatto a ogni media. Pensa al giornalismo d’inchiesta, o a ogni tipo di lavoro che richiede un grado elevato di riservatezza durante le ricerche. L’essere aperti potrebbe rovinare del tutto l’indagine. Parlando a livello generale, credo che essere più trasparenti nei riguardi del processo può essere utile quando c’è una breaking news o un evento in sviluppo con molti testimoni oculari o esperti del settore che possono aiutarne la comprensione. E l’ultima cosa che vorrei sarebbe sapere che i miei colleghi che lavorano in zone di guerra siano totalmente aperti nel divulgare i loro metodi di raccolta informazioni. Ci sono importanti questioni di sicurezza e incolumità che vanno prese in considerazione. Di certo non incoraggerei ogni tipo di media ad adottare questo approccio, credo soltanto che ci siano casi in cui è vantaggioso sia per il reporter che per il lettore, perciò proviamo a capire come riconoscerli.

DP: Hai assunto alcuni dei migliori esperti di rapporti con le comunità online e gestione dei flussi di dati dei social – buona parte delle attività che hai svolto tu stesso durante le rivolte della Primavera araba. Perché, secondo te, buona parte dei media mainstream pensa ancora all’utente dei social media come a qualcuno da nutrire, invece che come a un produttore di contenuti di valore?

AC: Penso che si tratti della realtà della situazione economica del settore mediatico – chi amministra i giornali si è accorto del significativo incremento di traffico catalizzato da siti come Facebook, perciò ha iniziato ad assegnare al suo personale il compito di rifornirlo con sempre più post e storie. Non ho nulla contro le testate che usano i social media per condividere il loro lavoro, ma credo fermamente che stiano anche perdendo l’opportunità di coinvolgere quelle persone e, nel farlo, idealmente produrre del giornalismo migliore.

DP: Abbiamo letto molto sulla cosiddetta «morte dell’homepage». Ora come ora Reported.ly non ha nemmeno un sito web, ma ne costruirà uno, da utilizzare come ripostiglio del vostro lavoro. Come mai questa scelta?

AC: Non ne abbiamo ancora creato uno soprattutto perché vogliamo fare le cose per bene, allo stesso tempo tenendo fede al nostro obiettivo di considerare le piattaforme social come nostro pubblico di riferimento primario. Vogliamo anche sperimentare con piattaforme di social publishing come Medium, perciò questo mi è sembrato un buon modo per dare il tono al lavoro che andremo a fare.

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