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Guida ai dispiaceri del corpo femminile nelle democrazie avanzate

Le memorie di una scrittrice tra yoga e pilates.

di Elena Stancanelli

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Con lo sport, come con quasi tutto, ho un rapporto puramente estetico. Non mi importa niente di arrivare prima, o buttare la palla dentro. Da ragazzina avevo una passione per il tennis, ma solo perché mi piaceva il segno che la terra rossa lasciava sulle Superga bianche, come il sale sulla chiglia delle barche. Appena sono uscita dall’influenza morale della mia famiglia, ho smesso completamente di fare attività fisica. A poco più di vent’anni sono entrata in Accademia, la scuola di teatro, dove l’insegnante di danza, facendomi vergognare moltissimo ma anche inorgoglire, aveva l’abitudine di dirmi davanti a tutti i miei compagni: con quel corpo lì puoi fare qualsiasi cosa. Ovviamente non parlava di bellezza, ma di muscoli, leve, articolazioni, snodi, giunture. Aveva ragione, sono stata fortunata, ho avuto in dono un corpo sano, che ha richiesto poca manutenzione. Mangiavo, bevevo, fumavo come un camallo e non succedeva quasi niente. Tutte quelle potenzialità che vedeva il mio insegnante di danza sono rimaste serenamente inespresse, ma sul piano estetico, l’unico che come ho già detto mi interessi, le cose sono andate abbastanza bene per lunghissimo tempo. Talmente tanto tempo che pensavo sarebbe stato per sempre.

Poi, con mia enorme sorpresa, sono invecchiata. Io non so niente di stagioni della vita, non ho figli da veder crescere, ho amato alcune persone per tempi troppo brevi da consentirmi di notare il loro corpo modificarsi, la loro intelligenza appannarsi, incattivirsi per colpa di delusioni o semplicemente perché la vita, passando, incattivisce. Vivo un tempo presente, scemo, senza progetti e con poca memoria. Come un pesce rosso. Se devo proprio farlo divido la vita in tre stagioni: infanzia adultità vecchiaia. Ma posso garantire solo su due: prima e dopo la scoperta del sesso. Quando le persone entrano nella seconda stagione, io le considero adulte, fino alla morte. Non riesco mai a capire quanti anni hanno gli altri, non ricordo mai la mia età e soprattutto non me ne importa niente. Considero l’apporto dell’esperienza completamente irrilevante e interi decenni mi sembrano essere volati in un attimo. Non mi pare che i pesci rossi invecchino, e quindi immaginavo non sarebbe successo neanche a me. Che a un certo punto sarei morta, questo mi aspettavo.

Il tempo è un bastardo

Era evidente che il seno, morbido e delicato, avrebbe ceduto in fretta. Non mi aveva stupito la sua breve e folgorante carriera. Ma le gambe, le braccia?

Poi ho iniziato a vedere che succedevano cose strane alla mia pelle. Non le rughe in faccia, di cui quasi non mi accorgo perché non ho l’abitudine di passare molto tempo davanti agli specchi. Invecchiavo in parti di me che ritenevo così perfette nella loro semplicità da non lasciare margine al deterioramento. Era evidente che il seno, morbido e delicato, avrebbe ceduto in fretta. Non mi aveva stupito la sua breve e folgorante carriera. Ma le gambe, le braccia? Prima che accadesse non riuscivo neanche a immaginare in che modo, avrebbero potuto rovinarsi. Dove sarebbe caduta la carne, in quale direzione, quali spazi avrebbe lasciato sguarniti riempiendone altri? Nei giorni in cui, con stupore, cominciavo a constatare quanto il tempo, passando, stava infierendo sui miei arti, ho deciso di fare una cena a casa mia. Cucinando io stessa – cosa che non faccio quasi mai e, come insegna quello che mi è accaduto, a ragione – ma senza rinunciare ai tacchi. Chinandomi da un’altezza non prevista per tirare fuori le lasagne, ho sentito un dolore fortissimo alla schiena, qualcosa che da allora ho preso l’abitudine di chiamare “uno strappo”. Ma è stato presto evidente che non lo fosse, e che si trattava di qualcosa di più grave. Soprattutto perché a distanza di anni non è ancora del tutto guarito. Non ha aiutato il fatto che io abbia scelto, come al solito, di non curarmi. Di non fare nessun accertamento, non rivolgermi a un medico, non occuparmene in alcun modo aspettando che cicatrizzasse da solo. Dopo mesi di sofferenze però, mettendo nello stesso conto l’aspetto deprimente che andava prendendo il mio corpo anche nelle sue zone che ritenevo meno marcescibili, ho deciso di tornare a fare attività fisica. Dati il mio suddetto totale disinteresse a rincorrere palle e segnare punti, e la mia congenita e insuperabile incapacità di correre, ho deciso che avrei fatto yoga. Ashtanga yoga. Perché lo conoscevo. Grazie alla mia strampalata formazione da attrice avevo incontrato quasi tutte le discipline fisiche di “consapevolezza del corpo”. Senza mai approfondirne nessuna, secondo il mio stile. Dello yoga sapevo quindi che faceva bene alla schiena, e che non prevedeva nessuno strumento o abbigliamento specifico. E l’imbarazzo che io provo di fronte a divise o oggetti tecnici, in conseguenza della mia goffaggine a utilizzarli, è dirimente in quasi tutto quello che faccio.

L’Om, gli asana e il senso del ridicolo

Ho scelto dunque di fare yoga per un insieme di ragioni, nessuna delle quali riconducibile in alcun modo alla spiritualità. Piuttosto ho scelto lo yoga malgrado il fatto che nella stanza della scuola fosse appeso un quadretto con il segno dell’Om e soprattutto malgrado quell’orizzonte di saggezza previsto da tutte le discipline di origine indiana. Non volevo diventare saggia, né tantomeno aprire il terzo occhio o fare qualunque cosa con un occhio che ovviamente sapevo di non avere. Volevo rassodare le braccia e il culo: fine. Tutte le celebrity fotografate a New York con i pantacollant di cotone naturale e il tappetino arrotolato sotto il braccio, con culo e braccia tonicissimi, vanno o tornano da una classe di ashtanga. E prima o poi rilasciano un’intervista dicendo che la pratica ha cambiato la loro vita. Ed è vero: la pratica cambia la tua vita. Ma quello di cui stiamo parlando sono culo e braccia tonici. Cioè davvero un modo migliore, più consapevole e saggio, di stare nel mondo. L’ashtanga yoga è stato codificato da un indiano, K. Pattabhi Jois, la cui fotografia è appesa nelle scuole, accanto a quella dell’Om. L’unità di misura minima dell’ashtanga sono gli asana (o le asana?), posizioni da assumere una dopo l’altra e senza mai fermarsi, in accordo col respiro. Ogni asana ha un nome indiano lunghissimo e un soprannome italiano che ne evoca la forma (l’arciere, il guerriero, il bambino…). Per un mio sviluppatissimo sentimento del ridicolo ho scelto, per tutto il tempo in cui ho praticato, di non pronunciarli mai ad alta voce, né in italiano né tantomeno in sanscrito. Esponendomi a conversazioni surreali con gli insegnanti, ai quali, se avevo bisogno di aiuto, mi rivolgevo dicendo «quella cosa con le gambe su e le mani sotto le ascelle», quell’altra «all’indietro e i piedi sul pavimento».

Non c’è niente di cui vergognarsi, questo tipo di invalidità, cioè la rigidità del corpo, è una caratteristica dell’essere umano occidentale

L’insegnante di yoga, ne ho avuti diversi, è di solito un individuo, maschio o femmina, parecchio sorridente, che ti dà risposte simili ai responsi dei Ching, e quindi totalmente inintelligibili nonostante si stia parlando di quadricipiti e nervo sciatico. Che ti spiega con infinita pazienza che non si tratta di una gara, che non c’è nessuna sfida in corso né tra te e il tuo vicino di tappetino, che si sta contorcendo come tu sai che non riuscirai mai a contorcerti, né con te stesso. Non devi riuscire a fare una cosa, devi semplicemente provare a farla ogni giorno. Come se avessi davanti a te l’eternità e l’unica cosa importante fosse respirare e metterti in una posizione bizzarra. Una sequenza di asana si chiama Serie, e ne esistono tre. La prima Serie, che io non sono mai riuscita a completare (chiudere, come si dice in gergo) è riservata ai praticanti normali. Le altre due sono per i maestri o per chi fa yoga tutti i giorni. Uno dei precetti dell’ashtanga è infatti la necessità di una pratica quotidiana. Ogni mattina dovresti alzarti e fare, almeno, cinque saluti al sole A e cinque saluti al sole B. Non una sola mattina della mia vita ho fatto i saluti al sole appena sveglia. Perché appena sveglia fatico anche a sollevare la tazzina del caffè e soprattutto mi assale un senso di morte misto alla certezza che non riuscirò ad arrivare incolume alla sera. L’unica cosa che riesco a fare la mattina appena sveglia è aspettare. Far passare qualche ora e a quel punto dirmi che forse, anche per quel giorno, l’ho sfangata, ho messo il dolore alle spalle e posso iniziare a scrivere. Sono sicura che se, come dicono gli insegnanti di yoga, prendessi l’abitudine di fare ogni mattina i saluti al sole i miei risvegli diventerebbero migliori. Lo farei, davvero, se prendere un’abitudine fosse come prendere un’aspirina. Invece si tratta di smuovere montagne che poi diventano grandi massi e poi sassi e sabbia… La sequenza di asana che compongono il saluto al sole si trova su internet, digitando “saluto al sole”. Se iniziate a farlo da soli, sappiate che, a meno che non abbiate quattro anni, la prima volta che proverete a poggiare i palmi delle mani a terra senza piegare le gambe (che è il movimento di partenza) arriverete più o meno all’altezza delle ginocchia. Non c’è niente di cui vergognarsi, questo tipo di invalidità, cioè la rigidità del corpo, è una caratteristica dell’essere umano occidentale. Nati e cresciuti in una democrazia avanzata, non abbiamo mai avuto bisogno di fare cose come poggiare le mani a terra senza piegare le gambe, e quella che noi chiamiamo attività fisica, che consiste nel gonfiare a dismisura i muscoli senza alcuno scopo, contrasta l’elasticità.

Lo yoga non prevede competizione

Noi che abitiamo la parte del mondo attualmente privilegiata siamo in grado di sollevare pesi, tirare palle in porta, correre o nuotare veloce, ma quasi nessun adulto è in grado, per esempio, di fare il ponte. Che è quella cosa che si fa sdraiandosi sulla schiena e poggiando le mani a terra al contrario, per poi sollevare la schiena. Una cosa che quasi tutti i bambini sanno fare e, probabilmente, tutti gli indiani. Questo è quello che finisci per credere dopo un po’ che fai ashtanga: che esista una naturalezza, in quella serie di posizioni. E che quella naturalezza non ci appartenga più, perché la nostra civiltà è andata nella direzione opposta, nella direzione cioè della cervicale e della lombosciatalgia. Commettendo un errore fatale, un errore che l’ashtanga yoga è in grado di correggere, attraverso la ripetizione di alcuni movimenti e una nuova organizzazione e riprogrammazione del respiro. Il respiro dello yoga si chiama “respiro di tigre”. Si acquisisce l’aria col naso e la si fa uscire dalla bocca facendo un leggero ruggito, leggerissimo, quasi impercettibile, attraverso un piccolo scatto della laringe. Detto così sembra complicato, ma il respiro di tigre è la cosa più semplice dell’ashtanga yoga. Basta impararlo e poi viene automatico. A me per esempio, adesso capita di fare il respiro di tigre anche in situazioni che non lo richiedono, a volte anche inopportunamente, come quando sono in fila al supermercato, per esempio. E la gente intorno a me mi guarda fin quando non capisco che, per distrazione, sto facendo il respiro di tigre e allora smetto. Tutti imparano il respiro di tigre in una o due lezioni. Ma io che col mio corpo posso fare qualsiasi cosa, come diceva il mio insegnante di danza, ho iniziato lo yoga con la spavalderia di chi poggia le mani a terra con le gambe tese senza nessuna difficoltà e prende la posizione del loto con la stessa disinvoltura con cui accavalla le gambe sul divano. Per questa ragione alle mie prima lezioni mi sembrava inaccettabile che l’insegnante non mi facesse i complimenti davanti a tutti. Che cazzo voleva dire che lo yoga non prevede competizione? Tutto prevede competizione e io ero decisamente la più brava di tutti a mettere le mani a terra con le gambe tese, qualunque sia il nome di quell’asana, e mi era insopportabile che non fosse gridato davanti a tutta quella classe di uomini e donne occidentali e capitalisti, coi muscoli incriccati e il crociato malconcio per colpa di sport ridicoli come lo sci o il calcio.

Ho fatto alcuni anni di yoga ashtanga che hanno giovato alla mia schiena, sempre mantenendo la mia ostinazione asinina a evitare qualsiasi coinvolgimento spirituale.

Forse per questo ho smesso. E ho ripreso soltanto quando mi è successa quella cosa che continuo a chiamare “strappo” ma che sicuramente è qualcosa di molto più grave. Da molto tempo non provavo a chinarmi e poggiare le mani accanto ai piedi senza piegare le gambe, ed è stata davvero una brutta sorpresa scoprire che non riuscivo più a farlo. Neanche lontanamente. Per colpa del dolore alla schiena, adesso mi chinavo anche io soltanto fino alle ginocchia, proprio come il mio vicino di tappetino con la pancia. Riuscivo ancora a mettermi nella posizione del loto, ma la sera mi faceva male il crociato, e quanto al ponte ero così lontana dalla possibilità di ottenerlo che mi sembrava incredibile esserci mai riuscita. Avevo cambiato scuola, rispetto a quella che frequentavo ai tempi dell’Accademia, e alla fine delle lezioni mi rivolgevo alla mia insegnante dicendole che lei non poteva neanche immaginare che cosa era in grado di fare il mio corpo fino a qualche anno prima, e che questa mia inedita mancanza di flessibilità mi sgomentava. La mia insegnante non sembrava per niente colpita, né tentava in alcun modo di spronarmi o rassicurarmi. Non intendeva assecondarmi in questa mia ridicola sfida con me stessa, il suo obiettivo era che assumessi la posizione dell’arciere o quella del cane o quella del cadavere (c’è una posizione che si chiama così) con un’approssimazione il più possibile minore rispetto a quella giusta, raffigurata nei disegnini che si trovano su internet. Che io non riuscissi a poggiare le mani a terra, le importava molto meno rispetto alla necessità di farmi abbandonare quel mio occidentale e volgarissimo modo di avvicinarmi alla pratica. Per un lungo periodo ho creduto di essersi riuscita. Andavo a lezione con un’inedita umiltà, mi sottoponevo a tentativi fallimentari di assumere posture semplici, ascoltavo i consigli della mia insegnante – compresi certi rimedi naturali alla cui evocazione in circostanze normali mi butto in terra schiumando – arrotolavo il mio tappetino, lo mettevo sotto il braccio e tornavo a casa a scrivere. Sedendomi nella consueta posizione innaturale per ore, bevendo e fumando come il solito camallo, non perseguendo nessuna saggezza neanche come danno collaterale. Ho fatto alcuni anni di yoga ashtanga che hanno giovato alla mia schiena, sempre mantenendo la mia ostinazione asinina a evitare qualsiasi coinvolgimento spirituale. Non guardavo mai il simbolo dell’Om e tenevo la bocca chiusa, come i calciatori della Nazionale durante l’inno, quando all’inizio l’insegnante ripete le formule in sanscrito (sanscrito?) che dovrebbero propiziare una buona pratica. Fin quando un giorno mi sono accorta che sotto casa mia avevano aperto una palestra di pilates.

Una specie di festa di bambini 

Anche il pilates l’avevo già fatto, sempre per un tempo brevissimo e sempre in modo superficiale. Ma in questo caso c’era una ragione, anzi due: costava molto, e allora non avevo soldi neanche per fare la spesa, e le lezioni erano frequentate da signore di mezza età, ben tenute e di evidente estrazione borghese. E quindi disgustose. Avevo poco più di vent’anni, giravo mezza nuda per strada, leggevo solo Schnitzler e Proust, ascoltavo De André e Jacques Brel, volevo fare l’attrice di avanguardia e il mio idolo era Eugenio Barba. Sognavo di vivere in un kibbutz, o eventualmente a Holstebro, con gli attori dell’Odin Teatret che si svegliavano la mattina all’alba per fare riscaldamento nella natura e indossavano sandali tutto l’anno. Quelle donne, le donne che facevano pilates, erano il mio nemico. Com’è stato, alla mia prima lezione di pilates nella scuola sotto casa mia, scoprire di essere diventata una di quelle donne? Non bello, ve l’assicuro. Avrei voluto mettermi a piangere quando mi sono resa conto che l’insegnante mi guardava proprio come io guardavo quelle donne molti anni prima. Ma se c’è una cosa che il pilates insegna, ed è la ragione per cui ho abbandonato lo yoga per abbracciarlo senza esitazione, è la laicità. Non solo non devi buttare la palla in rete, o correre più veloce degli altri, ma non devi neanche imparare a fare degli asana, o praticare ogni giorno. E non c’è nessuna saggezza all’orizzonte, o terzi occhi, o consapevolezza. L’unico obiettivo che il pilates ti mette davanti è quello di diventare più fica. Riorganizzare il tuo corpo perché i vestiti ti stiano meglio, la schiena sia più dritta e quindi più sexy, la pancia più piatta. E basta. Perché il pilates, a differenza dello yoga, lo sa che non c’è altro oltre a quello. Nessuna metafisica, e soprattutto nessun chakra. O bandha, come l’ashtanga ha ribattezzato i maledetti chakra per farteli accettare. Ci sono solo muscoli addominali, interni ed esterni, c’è la spina dorsale, e, al massimo, l’ileopsoas che, incautamente, qualcuno chiama “muscolo dell’anima”. Qualcuno, ma non gli insegnanti di pilates ai quali – con quanta felicità me ne sarei resa conto! – dell’anima non importa proprio niente.

Il pilates, proprio come una visita dal ginecologo, si occupa moltissimo dei tuoi genitali ma in una prospettiva completamente asessuata.

Il pilates è una specie di fisioterapia, mirata a rinforzare i muscoli che servono a non farti sentire dolore: quelli che evitano la cervicale, la sciatica, la lordosi o la scoliosi. Con una speciale predilezione per la zona intorno ai genitali, che deve servire a sorreggere tutto il corpo. Durante le lezioni di pilates si allude spesso a quella parte del corpo, viene misurato l’arco della parte finale della schiena, sollecitata la vagina (appellata con una serie di vezzeggiativi idioti, cosa che nessun insegnante di yoga si sognerebbe di fare) a occupare la giusta angolazione rispetto all’ombelico. Si fanno battute sull’attività sessuale che ne trarrebbe giovamento e sull’anchilosi che tutte quelle donne, me compresa a questo punto, dimostrerebbero. Il pilates, proprio come una visita dal ginecologo, si occupa moltissimo dei tuoi genitali ma in una prospettiva completamente asessuata. È una specie di festa di bambini, al tempo in cui dicevamo patatina e pisellino. Con l’insegnante di pilates, un individuo che si pone all’incrocio morale tra il joker e Bill Sikes, lo scassinatore psicopatico di Oliver Twist, si rinsalda quindi uno di quei rapporti sadomasochistici che noi occidentali conosciamo assai meglio della saggezza e probabilmente prediligiamo. O almeno: io prediligo. Mi sento a mio agio in quella stanza dove sudo incastrata dentro macchine di metallo, dove sorrido a battute sceme, mi lascio dire che per migliorare le prestazioni dei miei addominali interni dovrei smettere con i gin tonic, e non abbracciare qualche diversa Weltanschauung. Sono felice quando, tornando a sedermi davanti al computer per scrivere, sento la mia farfallina (topina, patatina…) sistemarsi in modo leggermente diverso in relazione al cuscino, diminuendo miracolosamente il dolore sulle vertebre cervicali.

Mi riconosco parte di un tutto disgustoso e demente, il meraviglioso Occidente sull’orlo del precipizio che tanto amo. Penso che, se anche tutto dovesse andare male, se il pilates non riuscisse a farmi passare il mal di schiena e ogni mattina, sedendomi a scrivere, sentissi un bruciore insopportabile nella zona lombare tale da impedirmi di concentrarmi, potrei sempre continuare a fare quello che ho fatto per anni, prima di ricominciare lo yoga e di scoprire che sotto casa mia avevano aperto una palestra di pilates: imbottirmi di antidolorifici. Quanto alle braccia e le gambe, non escludo che un giorno tornino a essere, indipendentemente dai miei sforzi, belle e toniche come qualche anno fa. Il tempo, come tutto il resto, va dove vuole e nella direzione che desidera. Questo è l’unico insegnamento spirituale che ricordo dello yoga. Anche se sospetto che sia una bugia.

 

Dal numero 32 di Studio
Illustrazioni di Chiara Lanzieri
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