Serendipità agli steroidi
19/06/2012 Articoli

Serendipità agli steroidi

Nuove app si propongono di rendere meno casuali gli incontri tra esseri umani, siano essi sentimentali o meno. Ma è un bene? Molte domande e poche certezze.

di Davide Coppo Stampa

La parola è stata resa famosa da John Cusack e Kate Beckinsale, ma esiste dal 1754, quando Horace Walpole la coniò in una lettera all’amico Horace Mann. L’etimologia è leggermente complicata, basti sapere che c’entra una favola persiana e l’antico nome di Sri Lanka, e poi per queste cose c’è Wikipedia. La definizione suona più o meno così, a sentire la Treccani: «La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro». La storia della bella Beckinsale e del brutto Cusack aveva poco a che fare con la scienza e verteva principalmente su una sommaria definizione di “destino”: prendeva avvio da un paio di guanti, passava poi per un libro usato e si concludeva con un matrimonio rovinato.

La “serendipity” (o serendipità, italianizzata), è tornata in voga, sulle bocche e sulle pagine fisiche o virtuali di quotidiani e magazine, negli ultimi tempi. E il merito è dell’esplosione di un certo tipo di applicazioni per smartphone, a volte chiamate (e le chiameremo così per pura convenienza) proximity apps: la più famosa tra queste è Highlight. Funziona più o meno così: Highlight si connette con il tuo profilo Twitter, Facebook, e registra i tuoi dati (likes, eccetera) in un profilo. La foto personale è quella scelta per Facebook, i gusti musicali, letterari, religiosi, sessuali sono quelli esplicitati sul tuo profilo creato apposta per te da Mark Zuckerberg. Ti chiami poi, davvero, Davide Coppo. Quello che fa Highlight, e che gli altri social network non fanno, è creare un database di profili, localizzarli sulla superficie della terra e avvertirti quando passi vicino a qualcuno con cui condividi determinati interessi. Ho provato Highlight per un paio di settimane prima di scrivere questo articolo, e ne sono rimasto deluso. Un po’ perché in Italia è decisamente poco diffuso (o magari è un problema di Milano), un po’ perché è utilizzato, sempre in Italia, soltanto da uomini (o magari è un problema delle zone che frequento, ivi compreso il tragitto casa-lavoro), un po’ per altri motivi che spiegherò qui di seguito. In circa sedici giorni di utilizzo, Highlight ha fatto vibrare il mio iPhone venticinque volte. La maggior parte delle persone avevano “in comune” con me (o con il mio profilo Facebook, che non è la stessa cosa sempre) pochi gusti musicali, cinematografici e televisivi, oltre ad altre “things” (si chiamano, banalmente, così: cose) piuttosto comuni tra un certo pubblico europeo under-30. Barack Obama è una di queste “things”. In pratica, ho avuto per due settimane la possibilità di rintracciare nei miei stretti paraggi (si parla di poche decine di metri, più raramente poche centinaia) un po’ di fan dei Belle and Sebastian, di Raymond Carver, di Mad Men e del caffè americano. Non ho interagito con nessuno di questi venticinque, né loro hanno interagito con me. Semplicemente non mi interessava. La domanda che mi sono posto, però, è: se uno dei profili segnalati da Highlight fosse stato a pochi passi da me, e dalla foto si scoprisse una ragazza, diciamo, piacevole, con pochi ma buoni “interessi” in comune, cosa avrei fatto? Le avrei scritto tramite l’app pur controllandola comodamente dal mio campo visivo? Mi sarei presentato da lei con l’iPhone in mano come fosse un biglietto da visita («Ciao, ho visto che ti piace Le Correzioni. Anche a me»)? E quanto c’è di “sano” in tutto ciò?

L’avvento di internet e la sua ripercussione sulla serendipità, nel 2012, è un argomento vetusto. Si sono già tratte conclusioni di ogni tipo, io sono del partito di quelli che dicono che il web ha giovato, e ancora giova, alla “inattesa scoperta (…) mentre si sta cercando altro”. Wikipedia è un’enciclopedia che deve il suo successo anche alla serendipità, come nelle enciclopedie più tradizionali, ma più immediata e, banalmente, comoda. Il piano, parlando di Highlight e di altre app sorelle (Glancee, o Banjo), è però diverso, ed è inclinato verso le relazioni umane, l’accidentalità o l’artificialità di queste. Catherine Cook, fondatrice del progetto MyYearbook, che si inserisce nella stessa fascia di mercato, parla di “engineering serendipity”: metter un motore, spostare il processo dal “quasi completamente casuale” al “quasi completamente causale”. Ovvero: non stiamo conoscendoci per l’accidentalità di trovarci in questa stessa libreria (o discoteca, o bar) mentre guardiamo lo stesso titolo, ma IN QUANTO sappiamo che l’uno (o l’altro) APPREZZA la libreria e il dato titolo.

La sorpresa dell’incontro, con l’utilizzo di una simile app, è quasi completamente annullata: come già detto, la localizzazione satellitare dell’utente permette di raggiungere “l’obiettivo” in poco tempo, e la foto del profilo pubblico, in teoria, permette il riconoscimento immediato. Tu stesso, mentre monitori, sei monitorato: ogni utente è un “piccolo fratello” controllato da centinaia di altri piccoli fratelli.

Il sistema può ricordare, come principio, quello dei siti di incontri per single che cercano amicizie o relazioni: la differenza principale è che Highlight si propone di raggruppare una grossa fetta eterogenea di umanità, non soltanto cinquantenni balbuzienti afflitti da psoriasi. Meglio: Highlight si propone (a livello ideale) di incentivare la normale interazione tra esseri umani. Si propone di diventare norma.

Non ho, onestamente, preso una posizione sulla morale della questione: da un lato, com’è ovvio, la tecnologizzazione di un processo “così umano” lascia spazio a comode riserve, e l’immagine che più facilmente riesce a sintetizzare lo scopo delle proximity app è quella, poco lusinghiera, di un catalogo di individui, distinti per gruppi di umanità. Quelli a cui piacciono i Joy Division, quelli a cui piace il gelato alla menta, quelli del jazz, quelli delle Converse, quelli dell’estremo oriente. “Conoscere qualcuno” pur non avendolo mai conosciuto è un problema che riguarda(va) già Facebook. Ma se lì l’interazione si limita, almeno inizialmente, alla fase virtuale, qui l’atto di sbirciare negli scaffali personali altrui è mirato all’azione diretta. Inoltre, Facebook dovrebbe in realtà raggruppare persone che si conoscono GIA’, mentre Highlight (e compagnia) mira a persone che non si conoscono ANCORA. Ricevi, con una notifica, una scheda, un curriculum vitae per poter scegliere se approcciare un essere umano. La relazioni sociali si prospettano così come una sorta di partita, o battaglia: si pianifica l’attacco (pacifico, si fa per dire) a un dato obiettivo dopo averne studiato abitudini, gusti e idiosincrasie, nello stesso modo in cui opera lo spionaggio internazionale.

Dall’altro lato, non amo i luddismi anti-moderni: ci si scagliò prima contro il telefono, poi contro il cellulare, poi contro il social network. Ma sono processi, dietro le quinte tecnologiche, completamente umani, gestiti da umani, controllati da umani e con umani al loro interno. La tecno-fobia di un mondo dominato da macchine è ancora relegata, per fortuna, al catastrofismo sci-fi. Inoltre, da questo lato va anche considerato uno dei principali vantaggi: alla diminuzione della serendipità (l’espressione “serendipity on steroids” è stata utilizzata da Andrea Vaccari, Ceo di Glancee) e della casualità va ad affiancarsi un potenziale aumento di umanità, ivi intesa come interazione tra esseri. Tale aumento non passa necessariamente attraverso un trincerarsi dietro allo schermo, tutt’altro: lo smartphone, tramite le notifiche automatiche, fa tutto da solo: l’utilizzo del telefono è quasi completamente passivo. Sarah Perez, di TechCrunch, scrive: «Serendipity means you don’t have to manually launch apps all the time to know what’s going on. The apps launch you».

Il biomedico americano Julius H. Comroe (1911-1984) descrisse così la serendipità: «Cercare un ago in un pagliaio, e uscirne con la figlia del fattore». Ciò a cui tendono, idealmente, le proximity app, è arrivare dritti alla figlia del fattore. Cosa si smarrisce? La sfera della possibilità. La tensione di Highlight (e compagnia) è quella di eliminare lo Yin della non-realizzazione di un incontro, per uniformare tutto sullo Yang della certezza. Non c’è nessuna possibilità, a livello teorico, che tu non incontri un individuo X: una app te lo segnalerebbe.

Il punto primario di tutto il discorso, però, è ancora insoluto nella domanda: queste app avranno successo duraturo, in futuro, o no? Il settore commerciale, c’è da scommetterci, crescerà enormemente con la localizzazione satellitare e lo “scandagliamento” dei gusti: FourSquare ci sta già pensando, e qualsiasi tipo di business ne guadagnerebbe. Ma, per quanto riguarda Highlight e le app che riguardano la prossimità “umana”, dovremo per forza valutare la proposta di conoscere persone che non vogliamo assolutamente conoscere? E la ragazza (o il ragazzo) carina della metropolitana, non sarebbe stato molto meglio se non l’avessi mai conosciuta e fosse rimasta un’immagine seduta, che alla sua fermata si alza e se ne va, per sempre?

 

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Davide Coppo

Davide Coppo, milanista, digital editor di Studio e caporedattore di Undici. A volte scrive anche altrove, su web o carta stampata