Cultura | Ambiente

L’utopia di un mondo senza zanzare

Siamo sicuri che devono esistere? Prove contrarie e a favore dell'insetto più odiato.

di Ernesto Brambilla

Indonesia, luglio 2019, scena da una disinfestazione per la recrudescenza della Dengue (Photo by CHAIDEER MAHYUDDIN / AFP) (Photo credit should read CHAIDEER MAHYUDDIN/AFP/Getty Images)

“Dovremmo spazzare via le zanzare dalla faccia della terra?”, si chiedeva Archie Bland sul Guardian qualche anno fa. Era il 2016 e la psicosi da virus Zika, trasmesso dalle zanzare, aveva persino intaccato i Giochi olimpici di Rio, mettendoli in forse. Chiaro il perché si accennasse a tecniche di sterminio di massa di intere specie. Il fascino di quello “spazzare via”, che sapeva e sa di onnipotenza e che gratifica solo al pensiero, mentre facciamo caccia grossa in camera da letto durante una qualunque nottata estiva, è nelle modalità di sterminio documentate in quel pezzo. Editare la natura, alterando il codice genetico di maschi in cattività perché generino una prole sterile. Impedendo, insomma, a una intera generazione – la successiva – di riprodursi. Scacco matto alle odiate portatrici di febbre dengue, Zika e microorganismi vari.

Senza voler usare paroloni come “profetico”, va notato che questo brutale eccidio di massa è appena stato testato sul campo. In Cina è stata eliminata completamente la popolazione di zanzara tigre su due isole vicine alla città di Guangzhou. Scrive Nature che è stato impiegato un arsenale complesso: radiazioni per sterilizzare i maschi e infezione con un batterio che ha, a sua volta, reso sterili le femmine. Risultato: giù la popolazione del 94%.

L’avessimo noi la calma tattica del geco di Kapuscinski, invece della nostra goffa e accaldata smania di uccidere. Sua eminenza Kapuscinski,  il corrispondente nomade, che in quel reportage universale sul continente africano che è Ebano se la vede con cobra, elefanti, scarafaggi extra large e malattie varie, e che dà spazio anche alla zanzara. O meglio, all’arte del geco di cacciare la zanzara. Paginetta sulla danza tra l’insetto e il suo nemico, infilata tra un diario sulla Liberia e una “lezione” (la chiama proprio così) sul Ruanda. Un balletto tutto tattica: la zanzara fugge all’insù, spinta dalla lucertola, si attacca al soffitto e perde l’orientamento, mentre il rettile la avvicina con scatti e pause ipnotiche, e con un accerchiamento a spirale. Alla fine (spoiler) l’insetto si rassegna, e si lascia mangiare. E ci fa quasi pena, surclassato così dal suo nemico naturale. Certo, non sarà la pagina sulla zanzara a rendere memorabile Ebano, ma è sempre una buona lettura da infilare in valigia (saltare in toto la parte sugli scarafaggi se si fa vacanza in Paesi esotici).

Al netto del dibattito sulla opportunità o meno di sterminare intere specie a nostro piacimento, giocando con geni e batteri – e ricordandoci che non è per puro godimento che illustri entomologi e biologi procedono con questi test, ma per contribuire a debellare malattie pericolosissime per – il test cinese riporta in attualità il grande tema di ogni estate: perché esistono? Ma soprattutto: devono esistere?

I classici hanno sempre la risposta. Questa la dà Virgilio, in esametri, narrando di una zanzara in missione salvifica, persino un filino mistica. Tra gli animali simbolici della Appendix Vergiliana (carmi non certamente attribuiti a lui, ma resta il senso), c’è Culex. Il poemetto è un siparietto animalesco tra un pastore addormentato e un serpente che sta per morderlo. A salvarlo – il pastore – è un puntura di zanzara sull’occhio, che lo sveglia. Tu pensa, l’inutile insetto serve a qualcosa. Però la zanzara finisce comunque spiaccicata, nella furia omicida dell’uomo. Poi ricompare in sogno, chiedendo al pastore degna sepoltura per l’ingiusta uccisione.

Chi gioca davvero con le zanzare è William Faulkner. Le usa per il titolo e per il fastidioso contorno del suo secondo romanzo, Zanzare mentre mette alla berlina un circolo di intellettuali e giovinastri della New Orleans degli anni ’20. Gli ospiti della mecenate Patricia Maurier si avventurano sul Nausikaa risalendo il fiume: «Sante mutande!», esclamerà Pat, la nipote forzatamente esuberante, alla sola idea della gita. Le zanzare attaccano. Botte sulle gambe nude, poi palmo della mano macchiato da «un puntino scuro e una piccola chiazza scarlatta». «Mi ero dimenticata che c’eran loro», dice ancora Pat. Loro, i partecipanti alla gita, sono altrettanto sgradevoli. Il romanziere pontifica di sesso e letteratura, la nipote oca e viziatella scappa maldestramente col cameriere (al primo giorno di panfilo aveva baciato con altrettanta goffaggine Jenny, la bionda fatale), gli altri per lo più si ubriacano o posano le loro attenzioni sulle fanciulle con «bramosia infinita, come quella di un cane».

Passa dal fastidio al cattivo presagio, la manifestazione della zanzara ne L’amore ai tempi del colera. Gli amori delle donne delle «grandi famiglie di un tempo», come quella in cui è cresciuto il dottor Juvenal Urbino, il marito di Fermina, sono «lenti e difficili, spesso turbati da presagi sinistri». Alla riga dopo si descrive una «tormenta di zanzare carnivore» che si leva dalle paludi nel passaggio da giorno alla notte. Più chiaro di così.

Chi le ha davvero trattate con grazia e rispetto, le zanzare, è Alessandra Lavagnino. Il suo Zanzare (1993) andrebbe imposto a tutti gli studenti di comunicazione della scienza. A tutti gli studenti di qualsiasi materia scientifica, meglio. Viene in mente uno di quei meme con Alberto Angela e sotto: “Io divulgo, forte!”. Ecco, Lavagnigno – parassitologa dell’Università di Palermo e scrittrice – divulga fortissimo, alternando spudoratamente romanzo e naturalismo, passando dai dettagli da entomologo su specie, larve e uova alla poetica danza sull’acqua della mamma zanzara. Il mito fondativo? Parte tutto da una leggenda vietnamita (stavolta niente spoiler, ma con la creazione delle zanzare c’entra una sposa ingrata e fedifraga, cosa vogliamo di più?). Si chiude con una utilissima appendice con regole di convivenza: ”Le zanzare prediligono” e “Le zanzare non amano”. Commovente. Altro che cercare “rimedi naturali zanzara” su Google.

In Italia l’insettino è diventato enorme quando era un giornalino scolastico al Liceo Parini a Milano, teatro dello scandalo per l’inchiesta pre-sessantottina “Cosa pensano le ragazze d’oggi” con conseguente mobilitazione contro la censura e processo. Oggi fa notizia per l’omonima trasmissione radiofonica di Giuseppe Cruciani, La Zanzara*, su Radio 24. Che pare possa chiudere dopo la prossima stagione. Lo ha detto lui, l’Howard Stern italiano, in una intervista: è stanco di star dietro a un format, quello de La Zanzara appunto, che ancora funziona ma richiede tantissimo.

Alla fine c’è la favola di Esopo, che tutto questo discorso sulle zanzare lo ridimensiona. «Una zanzara si posò sul corno di un toro e vi si trattenne. Al momento di volar via, chiese al toro se aveva voglia che finalmente se ne andasse. E quello: “Non ti ho sentito quando sei arrivata, e non ti sentirò se te ne andrai”».

 

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