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Per la prima volta in dieci anni non c’è neanche un film italiano in corsa per la Palma d’oro al Festival di Cannes Le ultime speranze riguardavano il nuovo film di Nanni Moretti, Succederà questa notte. Che però, a quanto pare, non è ancora finito.
La tregua tra Usa e Iran prevederebbe un pedaggio di 2 milioni di dollari per ogni nave che passa per lo Stretto di Hormuz. Prima della guerra non c’era nessun pedaggio Il problema è che, secondo l diritto internazionale, non si può imporre un pedaggio in acque internazionali. Ma sia Iran che Usa hanno promesso di farlo.
L’autrice del best seller The Housemaid ha rivelato la sua vera identità perché era stanca di chi sosteneva che fosse un maschio Ha venduto milioni di copie in tutto il mondo con lo pseudonimo Freida McFadden, ma alla fine è deciso di rivelare il suo vero nome, Sara Cohen.
Un’importante associazione americana ha chiesto la rimozione di Trump in base al 25esimo Emendamento, quello che permette di destituire un Presidente perché mentalmente instabile La National Association for the Advancement of Colored People ricorrerà a questa misura estrema, usata, e solo in parte, in altri tre casi nella storia.
Dopo le polemiche sul mancato finanziamento da parte del Ministero della Cultura, decine di cinema in tutta Italia stanno riportando in sala il film su Giulio Regeni Oltre 60 cinema tra Roma, Milano, Torino, Bologna e Firenze hanno deciso di ricominciare a proiettare il film. E altri se ne stanno aggiungendo ora dopo ora.
Una biblioteca di Chicago cerca persone che sappiano leggere il corsivo per trascrivere dei testi antichi ma fatica a trovarle perché sempre meno persone sanno leggere il corsivo La Newberry Library sta trascrivendo tutti i documenti in corsivo conservati nel suo archivio, ma il progetto prosegue a rilento perché la lettura del corsivo è una competenza rara, ormai.
L’ultimo trend nel turismo è l’extreme daytrip, cioè viaggi all’estero, con voli low cost, che durano un giorno solo e in cui si visita tutto il visitabile in 24 ore senza fermarsi mai È la gitarella in giornata portata alle estreme conseguenze. Di stress, di turistificazione e di impatto ambientale, soprattutto.
Asghar Farhadi ha scritto una lettera in cui chiede a tutto il mondo del cinema di protestare contro Stati Uniti e Israele per quello che stanno facendo in Iran «Al di là di qualsiasi convinzione o posizione, uniamoci per fermare queste azioni disumane, illegali e distruttive», ha scritto il regista.

Il cinema sconcertante di Yorgos Lanthimos

È nelle sale italiane Il sacrificio del cervo sacro, l’ultimo film del regista greco.

05 Luglio 2018

Qual è quel regista che al mattino è dissacrante, a mezzogiorno distopico e la sera sconcertante? È Yorgos Lanthimos. Da giovedì 28 giugno è nelle sale italiane Il sacrificio del cervo sacro, l’ultimo film del regista greco, il secondo consecutivo con un cast internazionale e in lingua inglese. Il quinto lungometraggio di Lanthimos fa quello che ogni suo nuovo film solitamente fa: porta a un livello estetico e narrativo superiore quanto visto nell’opera precedente.

Anche questo film, che ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura a Cannes 2017, ha in comune con gli altri la disorientante scelta narrativa di raccontare una storia sovvertendo un certo status quo. In Kinetta era l’annullamento della separazione tra vita reale e vita di scena, in Kynodontas quello della famiglia e del suo ruolo, in Alps l’elaborazione del lutto e in The Lobster l’iperbole di quel precetto sociale, talvolta velato ma inscalfibile, che vede nel rapporto di coppia stabile il vero viatico per la realizzazione personale e che sottintende la solitudine come un sostanziale fallimento. Ne Il sacrificio del cervo sacro è la Giustizia a essere sconquassata.

Un cardiochirurgo appena finita un’operazione a cuore aperto chiede all’anestesista a che profondità vada il suo orologio, la figlia quattordicenne ha avuto il primo ciclo, il figlio più piccolo non vuole tagliarsi i capelli, la moglie ha deciso di ristrutturare il suo studio oculistico. Tutto patinato, lento, quasi cristallizzato, ma molto realistico, persino quotidiano se si riesce a comprendere questa quotidianità alto-borghese. Poi arriva Martin, il figlio del paziente del Dr. Steven morto sotto i ferri, e ogni cosa si accelera. Le colpe dei padri cominciano a ricadere misteriosamente sui figli, in un processo irreversibile che, corretto o no, è “quanto più simile alla giustizia” Martin possa immaginare.

Viene da chiedersi come abbia fatto un regista nato, per sua stessa ammissione, in un paese dove non esiste un’industria del cinema, ad arrivare fin qui. Perché indubbiamente il talento conta, ma raramente basta a se stesso. Il più grande regista dei nostri giorni, PT Anderson, che di Lanthimos è pressoché coetaneo, ha certo un enorme e indiscutibile dono, ma la carta di identità che alla voce nato a riporta Los Angeles, a spanne non deve averlo ostacolato. Una risposta potrebbe essere la perseveranza, da non confondere con la “coerenza”: la prima vuol dire mettersi in trincea e raccontare quello che si vuole come si vuole, la seconda, nel cinema, potrebbe significare canonizzarsi e specchiarsi e, in sostanza, sterilizzarsi (se state pensando a Sorrentino non ve ne sarà fatta una colpa).

Lanthimos non si è ammorbidito negli anni: il quarantacinquenne di oggi è più misurato del trentaduenne che esordiva nel 2005 con Kinetta e che quattro anni dopo vinceva con Kynodontas “Un Certain Regard” a Cannes, ma è tutt’altro che innocuo. Colin Farrell ha raccontato che la sua agente gli ha sottoposto il copione più per gentilezza nei confronti del regista con cui aveva lavorato per The Lobster, che per convinzione che l’attore potesse accettare una parte in cui il suo personaggio fa quello che fa. È per questo che Lanthimos è sempre così Lanthimos senza essere stucchevole, perché non ha paura di fare il passo oltre.

È evidente che il fuoco sacro non sia spento, e che bearsi ripetendosi annoierebbe lui ancor prima dello spettatore, per questo ha bisogno di uscire dalla comfort zone. Quindi sì, come molti stanno scrivendo, a tratti Il sacrificio del cervo sacro fa inevitabilmente pensare a Haneke (soprattutto), a Kubrick o Euripide, ma non si ha il dubbio nemmeno per un istante che quello che si sta guardando sia genuinamente Lanthimos, che questa sia la sua tragedia. E c’è di mezzo il Fato in questa contemporanea tragedia, un Fato che sembra facile rintracciare nella carne, le ossa e gli occhi azzurri di Martin, ma che in realtà richiede allo spettatore di oltrepassare l’abituale sospensione dell’incredulità per approdare alla spiazzante consapevolezza che farsi domande non è solo inutile, ma anche deleterio.

Cercare di capire chi è Martin fa venire il mal di testa come pensare all’infinito, o a Dio, e allora si tenta di decifrare chi sono gli altri, si cominciano a mettere a fuoco i loro vizi privati e si sfocano le pubbliche virtù. Quando la figlia Kim si spoglia e si propone sul letto nella stessa posizione anestetizzata con cui la madre si concede al padre, si avverte che non sono solo le colpe dei padri a ricadere sui figli, ma anche le deviazioni, in un film che di perversioni è costellato.

La catarsi, intesa come grande rito di purificazione, alla fine c’è, ma non per lo spettatore, che esce ammutolito, provato, estasiato. Qui il cervo non si sostituisce a Ifigenia (a cui il film si ispira liberamente), e sacrificarlo sfama sì il Fato, ma non assolve l’anima dalla dannazione eterna. Il sacrificio del cervo sacro è un film estremo, disturbante e assoluto, come lo sono le tragedie greche, ed è quanto di meglio si possa vedere nelle sale quest’estate.

Foto Getty (Lanthimos al MoMA di New York), due scene da Il sacrificio del cervo sacro
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