Libri del mese ↓
07:42 sabato 2 maggio 2026
L’Europa sta pensando di sanzionare Israele. Non per i crimini commessi a Gaza, però: per aver comprato dalla Russia del grano rubato all’Ucraina Una nave della flotta ombra russa sarebbe stata fatta entrare nel porto di Haifa, con un carico di 25 mila tonnellate di grano rubato nei territori ucraini occupati.
La comunità enigmistica internazionale è piombata nel panico perché il New York Times Magazine ha pubblicato un cruciverba irrisolvibile L'errore è stato corretto nella versione online del cruciverba, ma a quel punto il finesettimana degli appassionati era irrimediabilmente rovinato. Non era mai successo in 84 anni di onorato servizio enigmistico.
I data server per l’intelligenza artificiale stanno diventando dei veri e propri disastri ambientali Consumano enormi quantità di energia, occupano sempre più suolo, inquinano molto e di lavoro ne danno poco. Eppure, se ne costruiscono sempre di più.
La Francia è diventato il primo Paese al mondo ad approvare l’uso della ketamina per curare le crisi suicidarie L'Agence nationale de sécurité du médicament et des produits de santé ha datto la sua approvazione ufficiale: è la prima agenzia del farmaco al mondo a farlo.
Hanno fatto un film sul looksmaxxing e ovviamente è un body horror Prevedibilmente, è stato intitolato Looksmaxxing, è un cortometraggio e se ne può già vedere qualche scena nel trailer pubblicato su Instagram.
Il governo sudafricano ha dovuto ritirare la sua proposta di legge sull’AI perché si è scoperto che è stata scritta con l’AI In particolare, si è scoperto che l'AI si era inventata di sana pianta tutta la bibliografia alla base del testo di legge.
Secondo uno studio, nelle città europee sta diventando quasi impossibile spostarsi senza la macchina Milano è una delle poche in cui si riesce a muoversi almeno un po' con i mezzi pubblici. A Roma, invece, la situazione è disastrosa.
Mentre faceva uscire il nuovo singolo, preparava un tour continentale e invitava a boicottare l’Eurovision, Robert Del Naja dei Massive Attack ha trovato anche il tempo di farsi arrestare a una manifestazione pro Palestina Stava manifestando a Trafalgar Square esponendo un cartello con su scritto «Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action».

Se avete amato The Wire, non potete perdervi We Own This City

A vent'anni di distanza, i creatori della celebratissima serie tornano a Baltimora per raccontare, ancora una volta, il sottile confine che separa istituzioni e criminali.

29 Giugno 2022

Mentre guardavo We Own This City, continuava a tornarmi in mente una scena di The Wire. È una delle mie scene preferite della serie di David Simon ed Ed Burns, circa due minuti e mezzo di introduzione all’episodio quattro della prima stagione che però servono a spiegare tutto The Wire, e anche We Own This City, e forse pure Baltimora e l’America. La scena è questa: i membri della neonata Major crimes unit hanno appena cominciato a lavorare assieme e stanno cercando di trasformare in un ufficio il capannone abbandonato nel quale si sono loro malgrado ritrovati. Fanno le pulizie, mettono ordine, in attesa di capire se Avon Barksdale esiste davvero. Un giorno, uno di loro (Herc), decide di spostare una scrivania da un ambiente all’altro del capannone, ma a metà del lavoro rimane incastrato e la scrivania finisce bloccata in mezzo a una porta. Uno dopo l’altro, arrivano a dargli una mano Carver, McNulty, Sydnor e Daniels. Niente da fare, la scrivania rimane lì in mezzo al varco, non si muove di un millimetro nonostante lo sforzo collettivo. I cinque si arrendono e iniziano a chiedersi perché la scrivania non si muova. A un certo punto Herc ammette che «di questo passo non riusciremo mai a portarla dentro quella stanza». Increduli, i colleghi si guardano l’un l’altro. A quel punto McNulty sbotta: «Stavi cercando di portarla dentro?!».

La scrivania è Baltimora e quindi l’America, i poliziotti che vogliono spostarla sono le istituzioni che tentano di riformarla, i loro sforzi sono contraddittori, sinceri e vani. Guardando We Own This City viene da chiedersi che ne è stato di quella scrivania nei vent’anni che sono passati tra questa serie e The Wire. Magari è ancora lì, verticale e incastrata, che aspetta di essere portata dentro o fuori da qualcuno che abbia chiara in testa la direzione. Più probabile sia stata distrutta, rubata o semplicemente dimenticata e abbandonata a ruggine e muffa. È il messaggio disperante di We Own This City, questo. Simon e Burns tornano a Baltimora in occasione di un funerale: quello della città e di un Paese che si sono riscoperti non solo irriformabili ma persino retrogradi. I primi due episodi sono arrivati ieri su Sky Atlantic ma negli Stati Uniti la serie è già andata tutta in onda su Hbo, sei puntate in tutto, uno alla settimana tra il 25 aprile e il 30 maggio. Simon e Burns hanno concesso diverse interviste prima, durante e subito dopo questo periodo, e tutto quello che hanno detto di questa serie sapeva di disillusione e frustrazione. We Own This City non è un sequel di The Wire, hanno detto, nonostante i rimandi anche soltanto estetici siano un’infinità: il rosso dei mattoni a vista delle periferie, il verde giallognolo delle erbacce che spaccano i marciapiedi, il grigio-blu delle stanze in cui si interroga e intercetta. E poi ci sono gli attori, e l’ironia malvagia di far intrerpretare le guardie a quelli che l’ultima volta facevano i ladri, per far passare attraverso i canali subliminali del cervello che tra gli uni e gli altri ormai non c’è più (quasi) nessuna differenza. «We Own This City cancella la linea che separa i poliziotti dai criminali», ha scritto giustamente Jen Chaney su Vulture.

E non si tratta nemmeno di un sequel spirituale di The Wire, hanno fatto capire Simon e Burns. Le due serie sono in realtà i vangeli sinottici della decadenza americana, se allineate su colonne parallele permettono quella visione d’insieme che fa capire «how far we done fall», come diceva Bunk Moreland a Omar Little in uno dei duelli/duetti più memorabili della storia della tv. Simon, con i modi spicci che lo contraddistinguono, ha detto che in realtà in questi venti anni non è cambiato granché «a parte il fatto che i poliziotti sono più corrotti di prima». È il punto è proprio questo: non è cambiato niente a parte quello che è peggiorato. The Wire raccontava, attraverso la polizia di Baltimora, istituzioni stanche e consunte, corrotte e crudeli, violente e indifferenti ma capaci ancora, di tanto in tanto, di una tensione – se non vogliamo parlare di speranza per paura di cadere in retorica – al miglioramento. We Own This City racconta cosa è rimasto di quella tensione. Anzi, cosa si è ottenuto da quella tensione.

La serie è la storia della Gun Trace Task Force, un’unità della polizia cittadina composta dai “migliori” agenti in borghese a disposizione dell’arma, nel 2007 incaricati di curare una delle piaghe che stavano (e stanno ancora) uccidendo Baltimora: la proliferazione delle armi da fuoco. Fu tutta un’idea del sindaco democratico e progressista Martin O’ Malley, che nel frattempo è diventato governatore del Maryland («Se il tasso di omicidi scende, il sindaco diventa governatore», è la frecciatina a lui riservata nell’episodio pilota della serie). Gli otto agenti incaricati di realizzare l’idea del sindaco – i sergenti Wayne Jenkins e Thomas Allers, i detective Momodu Gondo, Evodio Hendrix, Jemell Rayam, Maurice Ward, Daniel Hersl e Marcus Taylor – saranno tutti condannati per reati che vanno dal furto ai danni di cittadini innocenti allo spaccio della droga che loro stessi avevano sequestrato, passando per la falsificazione di prove. Nella sigla di We Own This City si vede un frammento della conferenza stampa con la quale la polizia di Baltimora annunciò al pubblico gli arresti degli otto membri della task force: «Questi agenti sono come dei gangster degli anni Trenta», dice un loro ex superiore a un certo punto.

Che per combattere la guerra alla droga si stessero addestrando generazioni di poliziotti incapaci (persino inetti) in qualsiasi altro fondamentale è una cosa che Simon e Burns vanno ripetendo esattamente da vent’anni. We Own This City si apre con uno stupendo monologo del sergente Wayne Jenkins (interpretato da Jon Bernthal, che si conferma attore di immenso talento purtroppo penalizzato dal “type casting” di Hollywood): nella città che ha ammazzato Freddie Gray, Jenkins ricorda ai poliziotti appena usciti dall’accademia che quella che oggi si chiama “police brutality” un tempo si chiamava polizia e basta. Il punto è che sbattere la gente contro il muro, perquisirla e caricarla sulle camionette è un lavoro a basso valore aggiunto: vale poco ed è pagato poco. Da poveri ad avidi e da avidi a criminali il passo è breve.

A raccontare tutta la storia mentre accadeva fu il giornalista del Baltimore Sun (lo stesso giornale per il quale lavorava Simon prima di diventare autore per la tv) Justin Fenton, che alla fine raccolse tutto quello che sapeva degli otto della Gun Trace Task Force in un libro intitolato We Own This City. La serie viene dal libro, e forse nella sovrapposizione di approcci giornalistici alla materia sta il suo principale (probabilmente unico) difetto. Se The Wire era l’incontro perfetto tra inchiesta giornalistica, indagine della polizia e spoken word poetry, We Own This City in certi momenti ricorda un faldone giudiziario. Resta, però, quella capacità unica di Simon e Burns di raccontare “il sistema” – inteso come società – nel suo insieme e nelle sue parti. Una capacità che oggi fa dire a entrambi la stessa cosa, ogni volta che qualcuno chiede cosa sia successo all’America in questi venti anni, e come sia potuto succedere: «Noi ve lo avevamo detto».

Articoli Suggeriti
Leggi anche ↓
I libri del mese

Cosa abbiamo letto ad aprile in redazione.

Quest’anno in concorso al Festival di Cannes ci sono soltanto film lunghissimi

Oltre la metà durano più di due ore, ben otto superano le due ore e mezza, ce n'è uno che arriva a tre ore e un quarto.

Quentin Tarantino ha fatto di tutto per fare il film crossover di Django e Zorro, ha convinto un produttore a finanziarlo ma all’ultimo momento ha detto che lui non ha voglia di dirigerlo

Film basato, tra l'altro, su un fumetto scritto dallo stesso Tarantino. Che però, a quanto pare, di tornare sul set non vuole proprio saperne.

Il MoMA di New York ha organizzato una gara di sosia di Marcel Duchamp e della sua alter ego Rrose Sélavy

Anche uno dei più importanti e prestigiosi musei del mondo cede al trend dei lookalike contest. L'appuntamento per i sosia è a New York il 30 aprile.

Bon Iver ha fondato una cover band di Bob Dylan e l’ha chiamata Bon Dylan

Band che farà soltanto due concerti, il 24 e il 25 luglio a Eau Claires, Wisconsin, città in cui Bon Iver ha vissuto tutta la vita.

Il nuovo libro di Haruki Murakami sarà il primo della sua carriera con una protagonista femminile

The Tale of KAHO sembra una risposta diretta alle tante accuse di misoginia che gli sono state rivolte dal 1979, anno del suo esordio, a oggi.