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Se avete amato The Wire, non potete perdervi We Own This City

A vent'anni di distanza, i creatori della celebratissima serie tornano a Baltimora per raccontare, ancora una volta, il sottile confine che separa istituzioni e criminali.

29 Giugno 2022

Mentre guardavo We Own This City, continuava a tornarmi in mente una scena di The Wire. È una delle mie scene preferite della serie di David Simon ed Ed Burns, circa due minuti e mezzo di introduzione all’episodio quattro della prima stagione che però servono a spiegare tutto The Wire, e anche We Own This City, e forse pure Baltimora e l’America. La scena è questa: i membri della neonata Major crimes unit hanno appena cominciato a lavorare assieme e stanno cercando di trasformare in un ufficio il capannone abbandonato nel quale si sono loro malgrado ritrovati. Fanno le pulizie, mettono ordine, in attesa di capire se Avon Barksdale esiste davvero. Un giorno, uno di loro (Herc), decide di spostare una scrivania da un ambiente all’altro del capannone, ma a metà del lavoro rimane incastrato e la scrivania finisce bloccata in mezzo a una porta. Uno dopo l’altro, arrivano a dargli una mano Carver, McNulty, Sydnor e Daniels. Niente da fare, la scrivania rimane lì in mezzo al varco, non si muove di un millimetro nonostante lo sforzo collettivo. I cinque si arrendono e iniziano a chiedersi perché la scrivania non si muova. A un certo punto Herc ammette che «di questo passo non riusciremo mai a portarla dentro quella stanza». Increduli, i colleghi si guardano l’un l’altro. A quel punto McNulty sbotta: «Stavi cercando di portarla dentro?!».

La scrivania è Baltimora e quindi l’America, i poliziotti che vogliono spostarla sono le istituzioni che tentano di riformarla, i loro sforzi sono contraddittori, sinceri e vani. Guardando We Own This City viene da chiedersi che ne è stato di quella scrivania nei vent’anni che sono passati tra questa serie e The Wire. Magari è ancora lì, verticale e incastrata, che aspetta di essere portata dentro o fuori da qualcuno che abbia chiara in testa la direzione. Più probabile sia stata distrutta, rubata o semplicemente dimenticata e abbandonata a ruggine e muffa. È il messaggio disperante di We Own This City, questo. Simon e Burns tornano a Baltimora in occasione di un funerale: quello della città e di un Paese che si sono riscoperti non solo irriformabili ma persino retrogradi. I primi due episodi sono arrivati ieri su Sky Atlantic ma negli Stati Uniti la serie è già andata tutta in onda su Hbo, sei puntate in tutto, uno alla settimana tra il 25 aprile e il 30 maggio. Simon e Burns hanno concesso diverse interviste prima, durante e subito dopo questo periodo, e tutto quello che hanno detto di questa serie sapeva di disillusione e frustrazione. We Own This City non è un sequel di The Wire, hanno detto, nonostante i rimandi anche soltanto estetici siano un’infinità: il rosso dei mattoni a vista delle periferie, il verde giallognolo delle erbacce che spaccano i marciapiedi, il grigio-blu delle stanze in cui si interroga e intercetta. E poi ci sono gli attori, e l’ironia malvagia di far intrerpretare le guardie a quelli che l’ultima volta facevano i ladri, per far passare attraverso i canali subliminali del cervello che tra gli uni e gli altri ormai non c’è più (quasi) nessuna differenza. «We Own This City cancella la linea che separa i poliziotti dai criminali», ha scritto giustamente Jen Chaney su Vulture.

E non si tratta nemmeno di un sequel spirituale di The Wire, hanno fatto capire Simon e Burns. Le due serie sono in realtà i vangeli sinottici della decadenza americana, se allineate su colonne parallele permettono quella visione d’insieme che fa capire «how far we done fall», come diceva Bunk Moreland a Omar Little in uno dei duelli/duetti più memorabili della storia della tv. Simon, con i modi spicci che lo contraddistinguono, ha detto che in realtà in questi venti anni non è cambiato granché «a parte il fatto che i poliziotti sono più corrotti di prima». È il punto è proprio questo: non è cambiato niente a parte quello che è peggiorato. The Wire raccontava, attraverso la polizia di Baltimora, istituzioni stanche e consunte, corrotte e crudeli, violente e indifferenti ma capaci ancora, di tanto in tanto, di una tensione – se non vogliamo parlare di speranza per paura di cadere in retorica – al miglioramento. We Own This City racconta cosa è rimasto di quella tensione. Anzi, cosa si è ottenuto da quella tensione.

La serie è la storia della Gun Trace Task Force, un’unità della polizia cittadina composta dai “migliori” agenti in borghese a disposizione dell’arma, nel 2007 incaricati di curare una delle piaghe che stavano (e stanno ancora) uccidendo Baltimora: la proliferazione delle armi da fuoco. Fu tutta un’idea del sindaco democratico e progressista Martin O’ Malley, che nel frattempo è diventato governatore del Maryland («Se il tasso di omicidi scende, il sindaco diventa governatore», è la frecciatina a lui riservata nell’episodio pilota della serie). Gli otto agenti incaricati di realizzare l’idea del sindaco – i sergenti Wayne Jenkins e Thomas Allers, i detective Momodu Gondo, Evodio Hendrix, Jemell Rayam, Maurice Ward, Daniel Hersl e Marcus Taylor – saranno tutti condannati per reati che vanno dal furto ai danni di cittadini innocenti allo spaccio della droga che loro stessi avevano sequestrato, passando per la falsificazione di prove. Nella sigla di We Own This City si vede un frammento della conferenza stampa con la quale la polizia di Baltimora annunciò al pubblico gli arresti degli otto membri della task force: «Questi agenti sono come dei gangster degli anni Trenta», dice un loro ex superiore a un certo punto.

Che per combattere la guerra alla droga si stessero addestrando generazioni di poliziotti incapaci (persino inetti) in qualsiasi altro fondamentale è una cosa che Simon e Burns vanno ripetendo esattamente da vent’anni. We Own This City si apre con uno stupendo monologo del sergente Wayne Jenkins (interpretato da Jon Bernthal, che si conferma attore di immenso talento purtroppo penalizzato dal “type casting” di Hollywood): nella città che ha ammazzato Freddie Gray, Jenkins ricorda ai poliziotti appena usciti dall’accademia che quella che oggi si chiama “police brutality” un tempo si chiamava polizia e basta. Il punto è che sbattere la gente contro il muro, perquisirla e caricarla sulle camionette è un lavoro a basso valore aggiunto: vale poco ed è pagato poco. Da poveri ad avidi e da avidi a criminali il passo è breve.

A raccontare tutta la storia mentre accadeva fu il giornalista del Baltimore Sun (lo stesso giornale per il quale lavorava Simon prima di diventare autore per la tv) Justin Fenton, che alla fine raccolse tutto quello che sapeva degli otto della Gun Trace Task Force in un libro intitolato We Own This City. La serie viene dal libro, e forse nella sovrapposizione di approcci giornalistici alla materia sta il suo principale (probabilmente unico) difetto. Se The Wire era l’incontro perfetto tra inchiesta giornalistica, indagine della polizia e spoken word poetry, We Own This City in certi momenti ricorda un faldone giudiziario. Resta, però, quella capacità unica di Simon e Burns di raccontare “il sistema” – inteso come società – nel suo insieme e nelle sue parti. Una capacità che oggi fa dire a entrambi la stessa cosa, ogni volta che qualcuno chiede cosa sia successo all’America in questi venti anni, e come sia potuto succedere: «Noi ve lo avevamo detto».

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