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16:36 venerdì 9 ottobre 2026
Il governo israeliano ha preso piuttosto male il Premio Nobel per la Pace a Navanethem Pillay, cioè la presidente della Commissione Onu che per prima ha accusato Israele di aver commesso un genocidio a Gaza Il Ministero degli Esteri israeliano lo ha addirittura definito «la grottesca strumentalizzazione di un premio per legittimare l'odio e il pregiudizio».
Il Pentagono trasmetterà in diretta streaming la fucilazione del terrorista responsabile della strage di Fort Hood L'ultima esecuzione militare negli Stati Uniti risale al 1961. Il Segretario della Guerra Pete Hegseth ha deciso che "l'evento" va diffuso in ogni modo possibile e immaginabile.
La cosa migliore vista su internet questa settimana sono senza dubbio le reaction dei vincitori e delle vincitrici del Nobel alla notizia che avevano vinto il Nobel Pubblicate dagli stessi account social del Premio Nobel. Su tutte, spicca la foto di una esterrefatta Anne Carson.
Questo influencer non esiste ma ha comunque un sacco di follower, guadagna un sacco di soldi e vuole venderti un sacco di criptovalute Si chiama Jean Philanthrope, è comparso dal nulla a metà settembre, tira di boxe contro l'aria vestito sempre elegante e in tre giorni ha fatto milioni di visualizzazioni.
Al Met c'è una mostra dove vengono esposti solo quadri di nuvole Il Metropolitan Museum di New York ricostruisce, con dipinti, disegni e fotografie, come artisti e scienziati hanno rappresentato il cielo tra l'inizio dell'Ottocento e gli anni Venti del Novecento.
Un’artista ha realizzato un film su Luigi Mangione fatto solo di soli post su Luigi Mangione Si chiama «Deny, Defend, Depose», dura trenta minuti e Stanya Kahn ha cominciato a raccoglierne il materiale la mattina stessa dell'omicidio di Brian Thompson, andando avanti per più di un anno.
Abbiamo scoperto che in Avengers: Doomsday c'è anche Sandra Hüller solo grazie a Reddit Marvel non l'ha mai annunciato, ma il profilo di una stuntwoman britannica e un commento su Reddit indicano che l'attrice di «Anatomia di una caduta» è nel cast del prossimo film degli Avengers.
La Norvegia è il primo Paese a vietare l’uso degli smart glasses negli spazi pubblici Niente smart glasses in parchi, spiagge, musei, centri commerciali, scuole, asili, strutture sanitarie, palestre ed eventi pubblici, così ha deciso il governo norvegese.

L’adolescenza secondo Guadagnino

Abbiamo visto in anteprima We Are Who We Are, la serie tv di Luca Guadagnino dal 9 ottobre in Italia su Sky: una storia di formazione che parla di ragazzi alla ricerca della loro identità.

20 Settembre 2020

We Are Who We Are, la mini-serie Sky-Hbo diretta da Luca Guadagnino in uscita il 9 ottobre su Sky, è un inno alla libertà del corpo dei giovani, e sembra prendere in giro noi grandi quando ci sforziamo di piegare le nostre categorie morali studiando bene le teorie di genere: meglio scansarsi e lasciare il palco a loro. Guadagnino sceglie di ambientare la sua nuova storia di formazione in un’immaginaria base militare americana vicino Chioggia, un po’ per replicare il format “Italia per stranieri” del suo film Oscar (qui nella versione sagre, mare e dialetto), ma soprattutto perché la libertà che caratterizza il rapporto dei teen-ager col proprio corpo stride forte con gli alzabandiera all’alba, i comizi su maxi-schermo di Trump (siamo nel 2016), il duro addestramento dei soldati in acqua e in aria, e gli inni nazionali, cui i ragazzi assistono strafottenti con una mano sul cuore e la musica sparata a palla in cuffia, a rendere ridicole le mosse dei soldati.

Il protagonista è Fraser (Jack Dylan Grazer), un adolescente con smalto multicolore, capelli ossigenati, pantaloni leopardati e il problema dell’alcool, figlio di soldatessa lesbica appena arrivata a Chioggia con la compagna per assumere il comando della base, così strappando il ragazzo alla sua “perfetta vita newyorkese”. La co-protagonista è Caitlin (Jordan Kristine Seamón), quindicenne nera che ama travestirsi da maschio per andare a contrabbandare benzina per barche in città o a bere birre al bar, dove si fa chiamare Harper.

Man mano che i due si avvicinano, assistiamo alla mascolinizzazione del ragazzo e alla femminilizzazione di Harper, ma capiamo bene che in altri assetti potrebbero assumere un genere diverso (vediamo lei approcciata da una ragazza quando è vestita da uomo, e lui guardare il sedere di un soldato). In più, sebbene lui affermi: «Solo perché sono figlio di una lesbica non significa che sono gay», la coppia non si bacia né si tocca mai, il che prelude forse ad altri mutamenti di pelle. C’è poi un momento metanarrativo, in cui tutta questa smaniosa ricerca d’identità è esplicitato: quando lui, consapevole figlio di coppia omo, e lei, che non indossa controvoglia cappellini “Make America Great Again”, guardano al computer dei transgender, e lui le spiega con semplicità l’intera questione su come un tempo si nasceva confinati dentro un genere e ora non è più così.

Questi quindicenni, con i loro videogiochi di guerra mentre i genitori si allenano alla guerra vera, e le femmine che ci tengono a venire picchiate sul serio a boxe e colpite duro al paint-ball, ci parlano di cose che abbiamo già attorno, nelle nostre città dove le scritte “scuola maschile” sui palazzi appaiono archeologiche, certi maschietti delle elementari vanno già ai beauty party a farsi le unghie, e i liceali compatiscono i compagni che “non riescono a farsi delle esperienze bi-sex”.

Il tema della fluidità, che percorre l’intera serie, trova meravigliosi contrappunti nel patriottismo esibito, nelle tute mimetiche, nelle mogli che confezionano torte a stelle e strisce, in fratelli islamici che studiano l’arabo di nascosto e si astengono dagli alcolici ai party, in figlie nere che confessano sverginamenti al papà mentre Trump assicura negli altoparlanti che i musulmani non entreranno più negli Usa. E riguarda anche gli adulti, quando la mamma nigeriana e tradizionalista si avvicina romanticamente alla moglie lesbica del comandante; e quest’ultima le confessa che era così innamorata da aver creduto possibile ingravidare la propria moglie.

Guadagnino è bravissimo ad associare all’adolescenza, età della metamorfosi, un altro tipo di metamorfosi in senso ermafrodita, e anche a restituire all’età della goffaggine una grazia che di solito cerchiamo nell’infanzia. E forse è per questo che la scena della festa che conduce a una specie di allegra ammucchiata inizia proprio come un gioco sfrenato di bambini in piscina e finisce, sebbene bagnata di sesso e di alcool, come una tenera cucciolata di bambini feriti (bianchi, neri, americani, italiani), a leccarsi.

E poi, a rendere ancora più obliquo un prodotto già così diverso nella messinscena di una contemporaneità multiforme, ci sono l’impiego insistito e autoriale del fermo immagine e lo sguardo così straniero di un italiano sull’Italia e in particolare sulla provincia veneta (la visione in lingua originale è consigliatissima per godersi l’assurdo dialetto in bocca agli americani); la presenza nel cast della figlia ventenne di Martin Scorsese nei panni dell’americana cicciottella disperata d’attenzione maschile; e la rinuncia quasi totale a raccontare i giovani attraverso i loro telefonini, volutamente declassati a natura morta nelle pulsanti e metafisiche carrellate d’oggetti care al regista, durante le quali si può contemplare, nel caso ne aveste dubitato, anche un abito da sposa appeso a un tosaerba.

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