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Due episodi di Doctor Who degli anni ’60 che si pensava fossero andati perduti sono stati ritrovati in uno scatolone nella casa di un collezionista Si tratta, tra l'altro, di due puntate molto importanti perché raccontano la storia dei Dalek, i villain più famosi dell'universo di Doctor Who.
Kim Jong-un e sua figlia vestiti uguali che sparano assieme al poligono di tiro sono la più surreale immagine di genitorialità mai vista La giovane Kim Ju Ae, erede designata del Supremo leader, ha mostrato le sue doti balistiche in una splendida giornata padre-figlia al poligono.
Degli scrittori hanno creato un logo da apporre sui libri per far sapere ai lettori che sono scritti da un umano e non dall’AI La Society of Authors chiede a tutti gli editori di appore il logo "Human Authored" sulla quarta di copertina dei libri, per salvare l'editoria dall'AI.
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Dopo quasi un millennio, l’Inghilterra si è decisa ad abolire definitivamente i seggi ereditari della Camera dei Lord Ne erano rimasti 92, che il governo laburista ha cancellato. Concedendo ad alcuni Lord, però, di diventare parlamentari a vita.
I protagonisti di The Voice of Hind Rajab, candidato all’Oscar per il Miglior film internazionale, non saranno alla cerimonia perché gli Usa vietano l’ingresso ai cittadini palestinesi Ad annunciarlo sono stati gli attori e le attrici del film, con una dichiarazione congiunta pubblicata sui loro profili social.
È stato annunciato il sequel di KPop Demon Hunters ma i registi hanno già detto che ci sarà molto da aspettare prima di vederlo Maggie Kang e Chris Appelhans hanno messo le mani avanti e avvisato i fan: i tempi di lavorazione saranno lunghi, molto lunghi.
La nuova Guida suprema dell’Iran ha detto di aver scoperto di essere la nuova Guida suprema dell’Iran guardando la tv Lo ha fatto nel suo primo messaggio alla nazione, letto da un annunciatore sui canali della tv di Stato. Per il momento, il nuovo ayatollah ancora non si è fatto vedere in pubblico.

Quali film hanno più possibilità di vincere il Leone d’Oro?

Uno degli sport più praticati al Lido di Venezia, soprattutto quando i film sono tutti belli (o quasi): il toto-Leone.

05 Settembre 2018

Lo sport più praticato da chi va ai festival di cinema è lo stesso tutti gli anni: lamentarsi. Sospirare: ah, quanto vorrei non essere qui! Protestare: ah, quanti film terzomondisti nascosti nelle sezioni collaterali mi piacerebbe vedere, e invece mi tocca intervistare Lady Gaga! Sbuffare: ah, come sono stanco, le feste la sera (ditemi quali) e poi la sveglia all’alba la mattina dopo per correre alla proiezione delle otto, non ce la faccio più! Urlare: ma hai visto, la trattoria che faceva quel baccalà mantecato eccezionale è diventata un ristorante tex-mex! Quest’anno a Venezia le lagne sono decisamente diminuite. Per un motivo molto semplice: i film son belli tutti (quasi tutti, via), si parla di quelli e ci si dimentica del resto. Il cinema ha ancora questo potere? Nel 2018? Nell’epoca delle serie e dello streaming sul divano? Parrebbe di sì, pensa te.

Allora parte il secondo sport più praticato al Lido: il toto-Leone. Quella cosa che interessa solo alle poche decine di persone qui presenti, ma che pare di rilevanza mondiale. Dunque scattano i vari «Voci dalla giuria dicono che…», seguiti dalle solite illazioni non confermate. «Il film più da Leone è Roma di Alfonso Cuarón, ma Guillermo del Toro ci è troppo amico, mica lo può premiare». E ancora: «Pare che Suspiria sia piaciuto, ma che cosa può vincere?». E poi: «Ci sono ancora due-tre titoli che la giuria sta aspettando», e via di ipotesi. Paul Greengrass che racconta la strage di Utoya (22 July)? Forse, ma è Netflix: si può premiare un film Netflix? Natalie Portman che fa la popstar (Vox Lux)? Bah. Mario Martone che racconta la comune isolana di inizio Novecento (Capri-Revolution)? Naaa.

Dakota Johnson e Tilda Swinton al loro arrivo a Venezia il 1 settembre 2018. Le due attrici sono le protagoniste di Suspiria di Luca Guadagnino (fotografia di Filippo Monteforte/Afp/Getty Images)

Tanti film però sono bellissimi davvero. È bellissima la famiglia (la sua) di Cuarón e gli intrighi di palazzo di The Favourite di Yorgos Lanthimos. È bello First Man di Damien Chazelle, e Suspiria di Luca Guadagnino diverte quasi tutti, e The Sisters Brothers è il western che da Jacques Audiard mica ti aspettavi, «che gigante John C. Reilly, dovrebbe vincere la Coppa Volpi», «eh ma adesso è arrivato Willem Dafoe che fa Van Gogh e gliela ruba». Il fatto è che tutti questi titoli messi in fila sono esempi di cinema fuori dalla realtà, o quantomeno inseriti nel loro tempo, che inizia e finisce dentro quelle due ore di visione (o più: l’unico vero lamento collettivo di questa edizione riguarda la lunghezza media dei titoli in programma). È un cinema-cinema che si ritaglia il proprio spazio, traccia i propri confini, fuori dalle narrazioni a cui siamo abituati: lo storytelling delle serie, prima di tutto. E anche fuori dall’attualità. Certo, si può trovare un appiglio con il presente in ognuna delle storie raccontate, dalle classi sociali del Messico anni Settanta (Roma) all’empowerment femminista (ma ne siamo sicuri?) su sfondo neoclassico (The Favourite). Ma sono tutte interpretazioni tirate per i capelli. Forse, se una cosa deve dirci questa Mostra, è che esiste ancora un cinema classico, che dentro il suo canone deve stare, anche quando lo producono i nuovi network.

Ryan Gosling, il protagonista di First Man, mentre firma autografi ai suoi fan, il 28 agosto 2018 (Andreas Rentz/Getty Images)

Persino L’amica geniale di Saverio Costanzo, di cui si sono viste le prime due puntate (andrà in onda su Rai1 dal 31 di ottobre), sembra andare nella direzione di un cinema fuori dal tempo. La serie based on Elena Ferrante convince a metà ma fa quel lavoro lì, gioca con un immaginario che è il cinema di una volta, con i set di cartapesta e le citazioni neorealiste (Anna Magnani che insegue la camionetta in Roma città aperta, nientemeno). Il cinema non vincerà contro la nuova realtà degli audiovisivi (ma non possono convivere serenamente entrambi?), ma sembra essere ancora vivo, e fa vivere i festival, e non fa più frignare i giornalisti ai festival. Per la Mostra numero 75, questo è il vero successo.

Soltanto un titolo guarda sfacciatamente alla nostra contemporaneità. E cioè Double vies di Oliver Assayas, in Italia uscirà col titolo Non-Fiction (mah), è una delle sceneggiature più intelligenti che vedrete portate nei prossimi mesi. Il pretesto è un editore (Guillaume Canet) che si ostina a pubblicare i libri di carta e dibatte con gli amici sul futuro dell’editoria, sullo strapotere degli e-book e degli audiolibri (siamo in Francia, non in Italia: non è un piccolo particolare). Sua moglie (Juliette Binoche) fa l’attrice ed è costretta ad accettare controvoglia la quarta stagione di una serie poliziesca, poi c’è uno scrittore che riempie i suoi romanzi di messaggi subliminali (mica troppo) alle sue amanti vecchie e nuove, c’è la portaborse di un politico che deve smazzarsi i suoi scandali da social, insomma c’è il mondo come lo vediamo attorno a noi (noi della bolla, quantomeno), così precisamente uguale al nostro che ci fa quasi paura. Per questo, forse, è più bello rifugiarsi, nelle storie di un altro tempo e di un altro luogo, che forse sono solo il tempo e il luogo del cinema, e almeno per una volta siamo tutti d’accordo, e per fortuna tra pochi giorni sono di nuovo a casa, ché le molle del materasso iniziano a darmi davvero noia, ho bisogno di casa mia, questi festival durano sempre troppo, che barba.

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