Cultura | Musica

L’indie è morto ma i Vampire Weekend restano

Il loro nuovo disco arriva 6 anni dopo l'ultimo e dimostra che è possibile diventare adulti senza smettere di saper suonare musica leggera.

di Teresa Bellemo

Ezra Koenig dei Vampire Weekend durante il Coachella del 2008 (Indio, California, foto di Frazer Harrison/Getty Images)

Forse anche i più insospettabili si sono appassionati al pop perché si fa ormai un’enorme fatica a trovare tracce di musica non banale ma apparentemente semplice, spensierata. Nonostante l’immaginario indie abbia da tempo preso un significato quasi negativo e asfittico da cui provano a scappare un po’ tutti a gambe levate, tra anni Novanta e anni Zero è lì che ci si rifugiava quando si voleva ballicchiare, cantare, fondare un gruppo, correre in bicicletta, sorridere al nuovo giorno che si affacciava fuori dalle tapparelle di casa. È a tutto questo che un certo gruppo di band ci hanno abituato per anni e per questo in tanti gli eravamo devoti, fingendo persino di non vedere alcune cadute di stile.

Ma il tempo passa e le chitarre sono andate in disgrazia. Per chi vuole continuare a sorridere al nuovo giorno non rimane che migrare verso il pop mainstream. Un tempo erano guilty pleasure, adesso sono i brani salvati di Spotify di quasi tutte le persone che conosco, che ormai non sanno più come si fa a impostare la sessione privata, tanto ormai a che serve. Non si è però trattato di un tracollo improvviso, ma di un lento e inesorabile abbattimento delle aspettative da parte di quelle band che rispondevano alla definizione di indie rock/pop. Chi aveva una ventina d’anni in quel periodo – come tutti quelli che hanno avuto una ventina d’anni, in generale – col tempo ha subito il trauma del crollo degli idoli. Chi non ce l’ha proprio fatta, chi ha smesso di suonare (spesso la soluzione migliore), chi si è inventato mille side project, chi ha iniziato a figliare e ora fa tutt’altro, chi ci ha provato a continuare, ma negli skinny jeans ormai fatica a entrare e pure con l’originalità non sta messo meglio.

Si è trattato di un lento abbattimento delle aspettative per mano di quasi ogni gruppo che annunciava un nuovo album dopo qualche anno di silenzio. Le sensazioni erano un mix di entusiasmo e terrore di essere delusi. Ancora una volta. Non volevamo farci convincere – anche perché spesso non era così – che i gruppi indie fossero il nostro specchio. Rappresentativi soltanto di loro stessi e ormai scollegati da ciò che davvero succedeva nell’underground, quantomeno musicale.

Era sempre questa la sensazione quando arrivava quel venerdì di “release”. Quanto banali sembreranno? Quanto sofisticati saranno diventati? Questa cosa che ammicca all’hiphop o all’elettronica ma non la fa meglio quell’altro gruppo giovane, che di anni ne ha venti per davvero? I Vampire Weekend hanno aspettato sei anni per far uscire il loro quarto album (l’ultimo era Modern Vampires Of The City, uscito nel 2013) e le sensazioni che si avvicendavano nell’attesa erano le stesse per tutti gli altri gruppi che ci avevano provato prima di loro. Forse peggiori, a causa di quella freschezza proto punk che li aveva sempre contraddistinti. Come si può portarla avanti con spensieratezza?

I Vampire Weekend al Bonnaroo Music & Arts Festival il 13 giugno del 2014 a Manchester, Tennessee (foto di Jason Merritt/Getty Images)

In realtà i loro due singoli usciti dall’inizio del 2019 (Harmony Hall / 2021; Sunflower / Big Blue) hanno fatto in modo di rendere parzialmente evidente che potevamo sperare in bene. Father Of The Bride è infatti un disco luminoso, come lo sono i dischi di Vampire Weekend. È sofisticato come quando non si hanno più vent’anni e si solidificano le preferenze, le canzoni non si scrivono più con furiosa urgenza (abbiamo aspettato sei anni, appunto) ma con una maggior razionalità e attenzione ai dettagli. Questa rischiosa maturità (lo è nell’arte, nella musica, ma anche un po’ nella vita normale e nel suo lento calcificarsi) non ha reso involuti o leziosi i ben 18 brani di questo disco. Ne ha scolpito i bordi, rendendoli maggiormente definiti, meno punkeggianti come potevano essere in Contra e nel loro primo disco omonimo. Perfettamente inseriti nel sofisticato solco dell’ultimo disco, che poteva però perdersi a causa del tempo, della dipartita di Rostam Batmanglij avvenuta nel 2016, del trasferimento nella West Coast di Ezra Koenig, del suo fare altro (diventare padre, nel 2017 scrivere una serie animata Netflix: Neo Yokio).

Nonostante il terrore di abbattere ancora una volta le proprie aspettative, la prima volta che si preme play, per chi conosce un po’ i Vampire Weekend, Father Of The Bride fa subito sorridere e distendere i muscoli. Inizialmente perché si riconosce quello che dieci anni fa ci apparteneva. Poi perché le sonorità sono lievi, solari, luminose, estremamente in linea con la spensieratezza tipica della band e amplificate dall’influenza del sole californiano e dalla voglia di aggiungere elettronica, campionature, archi, Bee Gees e anni Settanta, i Pavement, la Spagna e il Brasile. Collaborazioni eccellenti come quelle di Danielle Haim, Steve Lacy de The Internet, Dirty Projectors.

Se il rischio poteva essere quello di una miscellanea poco omogenea, una playlist, in realtà tutto si tiene. Ed è un mezzo miracolo. Ma l’indie rock era questo tra gli anni Novanta e Zero. E non è solo la nostalgia a farcelo riascoltare oggi, è questione che quando le cose suonano bene non è perché raccontano l’oggi a chi già lo conosce, ma lo anticipa e lo pone come nuovo modo di vedere le cose. Più a lungo di un New Music Friday. La forza dei Vampire Weekend è dimostrare che si può ancora riuscire a fare indie di qualità, ben suonato, rotondo. Father Of The Bride suona come, per dirla col pop di Tiziano Ferro “Ricordiamoglielo al mondo chi eravamo e che potremmo ritornare”.

Chi aveva vent’anni un po’ di tempo fa non è ancora ricoperto di polvere se sa evolvere e arricchire ciò che lo ha contraddistinto nell’urgenza dell’emergere. Ezra Koenig non si vergogna di raccontarci di essere felice, di avere fatto pace con la quotidianità della sua vita adulta. Non ci nasconde di ballare mentre si prepara il caffè e fuori c’è il sole. Si può fare caso a quando si è felici, raccontarlo, non vergognarsene e suonarci un disco di ottima fattura. Si può diventare adulti e riuscire a mantenere quella curiosità di quando si viveva nel campus della Columbia University insieme ai propri compagni di band. Si può diventare adulti senza diventare “mostri sacri”, ma soltanto dei musicisti che sanno suonare la musica leggera.

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