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07:45 martedì 21 aprile 2026
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“Vamos a bailar”, il primo tormentone italiano del XXI secolo

La canzone di Paola e Chiara è stata più di un ritornello estivo: è stata l'inno di rinascita perfetto per l'inizio degli anni Duemila, un brevissimo momento storico in cui l'Italia si illudeva di aver superato ideologie e pesantezze e di essere pronta a ballare alla vita nuova.

14 Agosto 2022

C’è stata un’estate in cui tutta Italia ha cantato un inno pop di liberazione che non era solo un invito al divertimento fine a se stesso, non conteneva la parola «estate» o «amore» e, accidenti, era persino (un po’) filosofico. “Vamos a bailar (Esta vida nueva) di Paola e Chiara, oltre all’intuizione geniale della hit spagnoleggiante, poi stracopiata, è l’unica testimonianza sopravvissuta di come per una manciata di mesi torridi del 2000 si sia ballato alla promessa di una nuova vita, quando ancora si poteva sperare nel nuovo millennio. Uno potrebbe anche trovare ridicolo questo genere di discorso, il tentativo di assegnare un significato superiore a un fenomeno ultrapop, biondo platino come i capelli di Chiara. Ma i tormentoni cortocircuitano spesso con le aspettative del tempo, si stratificano di ulteriori messaggi, a volte inconsci, che dopotutto hanno il merito di rallentare l’obsolescenza di un brano.

Se c’è qualcosa, invece, di invecchiato male, di trash se vogliamo, in “Vamos a bailarnon è la canzone; è il video di un giovane Luca Guadagnino, che punta sulla superficialità del significato amoroso del testo, chissà per scelta di chi. Lo carica di doppi sensi erotici che non sono così intensi nel brano (arriveranno in Festival due anni dopo) e trasforma la libertà della «vida nueva» in uno stacchetto da veline di Striscia, un pregiudizio che Paola e Chiara, la bionda e la bruna, le due sorelle Iezzi, le 27enni milanesi, vuoi o non vuoi, si porteranno sempre: una croce banalizzante.

Ma il primo tormentone italiano del XXI secolo racconta una storia più profonda che è ben diversa da quella di una ragazza che si mette alle spalle un amore tossico. È in fondo il racconto dell’arrivo di una rinascita che si dà per scontata. Da questa sua incrollabile fede nell’aver detto addio, nell’essersi lasciati le ombre alle spalle, viene una nostalgia clamorosa. Perché nessun’altra canzone estiva, nessun nostro tormentone mai, da allora, si è potuto permettere tanto, di dare per certo che si sarebbe ballato a una vita nuova. Se torniamo a “Karaoke” dell’estate scorsa, Boomdabash feat. Alessandra Amoroso, alla fine della stagione dei lockdown resta solo la «voglia di…» («e ci siamo capiti», direbbe Valerio Lundini), un «Karaoke guantanamera… per fare tutto quello che non si poteva», ma di rinascita neanche l’ombra. A nessuno interessa, o forse nessuno si può permettere di crederci. Il “Bagno a mezzanottedi Elodie, le onde di “Riccione” dell’egocentrico Tommaso Paradiso, i viaggi “Roma-Bangkok” di Baby K, o da tempi più vicini a Paola e Chiara “In una notte d’estate” delle vibrazioni, banalmente, partono dal presupposto che la canzone delle vacanze può tuttalpiù promettere una limonata mentre la gente balla in spiaggia a Ferragosto e riempie il mare di bicchieri di plastica e ghiaccio da cocktail. Invece che brividi quando le due sorelle Iezzi, con quel tono patinato, scandiscono «ora è tempo / di essere / nuova immagine».

Per casualità i venti anni di Vamos a bailar sono capitati proprio nell’aprile del primo lockdown, nei giorni delle strade di Bergamo solcate dai camion carichi di morti per Covid. Paola per l’occasione aveva postato un video su Instagram in cui cantava il ritornello in acustica. «Tutto questo finirà», scriveva nella didascalia, ma chi in fondo ci ha creduto? Fosse uscito oggi un testo come quello, l’effetto sarebbe stato molto blando. Non come, al contrario, la «vertigine sociale» che in “Ciao Ciao” de La Rappresentante di Lista ti travolge mentre mangi cioccolata in un locale e allora «buonanotte, bonne nuit», è stato bello, ma è la fine e pazienza, è andata così.

È questa la fortuna di Vamos a bailar: che nel 2000 tutti ci sono cascati. La grande promessa nell’Italia tra i governi Berlusconi era ancora credibile. Facciamo mente locale. Il millenium bug non c’è stato. E lo si temeva davvero. Dopo i prelievi forzosi sui conti del ’92, in piena Tangentopoli, sotto il primo governo Amato – che quando esce la hit di Paola e Chiara ad aprile si sta appena rinsendiando – lo scetticismo nei confronti del catastrofico improbabile doveva essere proprio venuto meno. C’è peraltro uno spot, girato in tempo per Natale ’99, con una specie di dirigente di banca che spiega a un Paese di analfabeti informatici, tra pareti alla Matrix, che «in fondo è solo un baco».

È anche l’Italia che si è lasciata alle spalle, dice, le pesantezze, le ideologie. Che in fondo non ha idee. Che affronterà presto un senso di vuoto cosmico nel deserto culturale del pieno berlusconismo. Si veda appena tre anni dopo il senso di alienazione nelle Canzoni dell’appartamento di Morgan e la denuncia della società del divertimento nel secondo album di Caparezza («Cavaliere, Cavaliere, Cavaliere…»). E di questo, in “Vamos a bailar”, c’è forse già il nocciolo dell’equivoco, il fatto che a volte le liberazioni dagli ex più ingombranti sono un brusco risveglio in una landa di sale. Il sentirsi rinascere in una notte di atti apotropaici spesso non sopravvive all’alba.

Insomma, la «nuova immagine», l’idea platonica, resta sepolta in quell’estate e nessuna reunion la riporterà.  Disco di platino, se sta nell’album Television, nel Festivalbar vinto l’11 settembre, ma ancora del 2000 (Premio radio), la frangia sull’occhio destro di Chiara, i pantaloni viola di Paola e un giovanissimo Fiorello che grida «brave, brave!» in camicia hawaiana. Se ne sta in quella bizzarra spensieratezza di un tempo abbastanza naive, sicuramente pacchiano per essere a tutti i costi nuovo, con il ballo prima della fine del mondo, della consapevolezza di aver sbagliato tutto, dell’apocalisse climatica, del crack finanziario delle industrie culturali, della stagione del revival eterno. «Se qualche volta ho creduto che fosse impossibile…».

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