Hype ↓
00:43 mercoledì 19 agosto 2026
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.

Università David Foster Wallace

Siamo stati a Bloomington, Illinois, dove DFW insegnava letteratura.

29 Luglio 2015

Si fa presto a scoprire che la prima differenza tra noi e il Midwest è la falsa confidenza che ostentiamo nella lotta contro il vento. Il campus della Illinois State University a Bloomington-Normal, in Illinois, è un’architettura orizzontale color mattone. Sembra un modellino, lo guardi dall’alto e vedi un cerchio di alberi, cespugli e sentieri a raggiera e a cerchi concentrici le sedi delle facoltà (quelle umanistiche, in particolare), gli edifici amministrativi e da quelli d’intrattenimento (il teatro e il cinema, in particolare), i dormitori degli studenti. Attorno al modellino dell’università e fino all’orizzonte piatto del cielo, solo campagna verde.

Quando nel modellino entriamo noi, un gruppo di italiani sulle strade dei grandi scrittori americani, è il Memorial Day e di studenti, dal verde della campagna fino al cerchio color del mattone, non ce n’è neanche uno. Sono finite le lezioni, le sessioni d’esami sono sospese, gli edifici chiusi. Charles Harris ci aspetta in un cortile coperto e ventilato senza giacca ma con un ombrello nero in mano; noi che siamo viaggiatori l’ombrello non l’abbiamo, ma nessuno, con tutta quest’aria, si sogna di stare in maniche di camicia.

«Ci sono scritte come queste in tutto il campus», dice Charlie indicando le linee di gesso bianco sul mattone a formare DAVID. «Non so se siano dedicate a lui, ma ce ne sono talmente tante in tutto il campus che verrebbe proprio da pensarlo». Il professor Harris ha una dote che contrasta molto con il fanatismo da gesso su mattone: la moderazione, la pacata constatazione del mondo e di quello che di meraviglioso, curioso o doloroso accade in esso. Compresa la sua intima amicizia, la sua profonda conoscenza di quel nome. «Forse sarà qualche vecchio studente nostalgico», dice indicando la scritta bianca con l’ombrello nero e facendoci cenno di proseguire che tanto, se di mistero irrisolto si tratta, questo di DAVID non è certo il più grande.

Negli anni in cui ricoprì la carica di Direttore del Dipartimento di Inglese qui alla Illinois State University, Charles Harris, mosso da intuizione e grande studio, decise di trasformare questa piccola università dell’heartland degli Stati Uniti in un avamposto della letteratura sperimentale americana e internazionale, tanto importante quanto decentrato rispetto a quelli più famosi delle coste. Erano i primi anni Novanta e, a quel tempo, David Foster Wallace aveva pubblicato soltanto due libri – La scopa del sistema e La ragazza dai capelli strani – e alcuni saggi. Charlie, grazie a consigli del critico e scrittore Steven Moore, identificò nell’opera di Wallace la sperimentazione che stava cercando per la sua Unit for Contemporary Literature e, dopo una prova di concorso che lui stesso definisce mezzo sorridendo “quasi irriverente”, nel 1993 lo assunse come docente di Letteratura Inglese. Un docente di letteratura che tornava nella sua terra – Wallace trascorse la giovinezza in un paesino dell’Illinois di nome Urbana a sole due ore di macchina da qui – e si accingeva quasi per caso – come ha detto più volte sua sorella Amy e ripete adesso anche Charlie – a diventare «il più grande scrittore della sua generazione».

1

Il muro del campus della Illinois State University a Bloomington-Normal, in Illinois (fotografia dell’autrice)

«È tutto chiuso oggi, vediamo se qualche porta della Stevenson Hall è aperta, è qui che David aveva il suo studio». Qualche giorno prima, sulla strada diritta che dalle periferie di Chicago porta alle campagne del Central Illinois – la stessa strada percorse da Lipsky e Wallace nel film The End of the Tour – avevo scoperto che solo pochi dei miei compagni di viaggio avevano letto qualcosa dell’ultimo grande scrittore americano.

«Di qua, di qua. Ne abbiamo trovata una aperta!» Scale, secondo piano, primo corridoio sulla destra, seconda porta a sinistra. Ci raduniamo tutti intorno a Charlie e lui inizia a raccontare una storia che io so a memoria ma che a qualcuno di noi giunge nuova e piacevole come acqua fresca: la storia dei dieci anni trascorsi da Wallace in una casa sul limitare della periferia di un paesino del Midwest che portarono alla stesura definitiva di Infinite Jest, a quella di Interviste con uomini schifosi, Verso l’infinito e oltre e Tennis, tv, trigonometria e tornado, di alcuni dei pezzi di Considera l’aragosta e di Oblio, e ancora alla ricerca per Il re pallido per cui DAVID aveva seguito delle lezioni di Economia proprio in uno degli edifici color mattone adiacenti al cortile.

E ci parla dei suoi studenti, verso i quali Wallace fu sempre estremamente attento. Le sue lezioni, erano severe e pop insieme (lo chiamavano grammar Nazi). Ogni tanto capitava che confessasse di avere perso il suo truck, davvero non si ricordava dove l’aveva messo, poi si vedeva restituire le chiavi da un’allieva a quel punto tremendamente imbarazzata a cui l’aveva prestato una settimana prima.

Qualche giorno dopo, una volta salutati i miei compagni di viaggio ed essermi appiccicata alla giacca il badge della seconda David Foster Wallace Conference tenuta sempre a Bloomington-Normal a fine maggio, scopro che tra questi studenti c’era un certo Brian Monday. Due, dice lui a un certo punto, sono gli insegnamenti principali trasmessi da DAVID durante le lezioni di scrittura: lo sviluppo dei personaggi e la stesura delle lettere. Ne scriveva tantissime, sia agli studenti che ai suoi stessi maestri. A chiacchierare insieme a Brian ci sono un amico con cui Wallace giocava a tennis nel tempo libero, ex colleghi del Dipartimento e Victoria Harris, la moglie di Charlie, anche lei grande amica dello scrittore. Nel programma della conferenza questo incontro è indicato come roundtable delle persone che avevano conosciuto Wallace in vita ed è buffo, penso, perché queste persone se ne stanno tutte e cinque sedute in fila (e non in cerchio) al fondo di questa sala piena di moquette amaranto con intarsi dorati e intorno alle tovaglie bianche dei tavoli rotondi ci siamo in realtà solo noi – i lettori esperti – che in effetti giriamo da anni come sacerdoti vergini e ipnotizzati intorno all’opera di uno scrittore che non conosceremo mai ma che leggiamo come se fosse il nostro migliore amico. Oppure dio.

«Per qualche tempo David fu perseguitato da un ragazzo che andava nel suo studio e gli chiedeva cose assurde. Cose assurde con fare inquietante. A un certo punto David prese a evitarlo, non si faceva trovare, quasi si trovò a scappare, e ridendo un giorno mi disse che aveva paura di stare diventando un’attrazione per creepy guys come quello», dice Victoria sorridendo.

C’è poco da sorridere, però. Pare che Wallace avesse ragione: qui al Marriott Hotel di Bloomington-Normal intratteniamo tutti il nostro tempo facendoci domande troppo serie che volutamente non contengono risposte. Alcuni di noi (tra cui me) comunicano solo attraverso il silenzio delle proprie riflessioni, altri leggono lunghi papers per interi quarti d’ora senza mai guardarti in faccia. Un ragazzo ha preso la nota di Infinite Jest dove Wallace elenca tutti i film di James O. Incandenza e ne ha realizzato la locandina, uno per uno; un altro si è inventato un gioco metalinguistico per cui ha scelto delle parole dell’opera di Wallace e le ha trasformate in disegni-rebus impossibili da risolvere.

4

Un momento della DFW Conference che ha avuto luogo al Marriott Hotel di Bloomington-Normal (fotografia dell’autrice)

In un’intervista doppia con John O’Brien e Richard Powers (altri due “Midwesterns delle lettere” che David frequentava negli anni di Bloomington) contenuta in Un antidoto contro la solitudine Wallace confessa di non capire i saggi accademici che vengoo scritti sulla sua opera, proprio non riesce a seguirne il nocciolo, non vede nelle cose che lui ha scritto niente di quello che ci vedono gli studiosi. E noi dei tavoli bianchi siamo tutti gente con Master, PhD, cattedre e corsi. L’anno scorso l’ospite d’onore era D.T. Max, il giornalista curatore dell’unica biografia autorizzata su Wallace attualmente in commercio. Quest’anno sono Mary K. Holland e Stephen J. Burn, docenti entrambi impegnati in nuove ricerche sulla sua opera. Quando parlano sulle nostre tavole bianche arriva il banchetto e a quel punto si sentono parlare solo stoviglie e fogli per gli appunti.

Quando finisce il banchetto ed esco da questo albergo di parole in tondo e aria condizionata, ho una voglia di fumare da sentirmi male. Fuori si respira a fatica, il vento è sparito e allora mi viene da guardare in alto. Vedo il “cielo color sapone” del reportage Invadenti evasioni e mi scappa da ridere: siamo di nuovo on the road, ma questa volta Charlie ci sta accompagnando al limitare della periferia di questo paesino del Midwest per vedere la casa di Wallace. La casa è una casa: mattoni anche qui, prato davanti, campi di grano dietro. Mentre torniamo verso il campus Charlie ci chiede in quali altri luoghi wallaciani eravamo stati durante il nostro tour, io gli dico l’Illinois State Fairgrounds di Springfield – proprio il luogo che Wallace descrive in Invadenti evasioni – e a quel punto si crea un attimo di suspense.

5

Un momento del tour nei luoghi di Wallace

«Proprio lì speravo che foste andati», dice.
«Ah sì, perché?»

Le parti più belle dell’opera di Wallace spesso fanno anche tanto ridere. Quando eravamo stati nei luoghi della fiera dell’Illinois avevo letto ai miei compagni di viaggio il brano del reportage in cui la Compagna Natia sale sulla giostra Lampo, i giostrai la fanno girare gambe all’aria per guardarle sotto la gonna e DAVID si sente male dall’indignazione. Un’indignazione completamente inadeguata che viene subito controbilanciata dai commenti coloriti, entusiasti e lapidari dell’amica: meglio godersi la vita e mandare affanculo un paio di stronzi piuttosto che finire a vomitare e ad alimentarsi di Prozac come le ragazze della East Coast. Creepy girls.

«Sapete chi era la ragazza che accompagnò Wallace alla fiera nell’agosto del 1993?»
«No»
«Mia figlia!»

David Foster Wallace e Kimberly Harris si frequentarono a lungo negli anni di Bloomington. Nel Memorial Book che ci consegnano alla conferenza c’è una lettera molto commovente che lei scrive a DAVID poco dopo la sua morte. Insieme alla sua ci sono quelle degli ex colleghi, degli ex studenti, di Don DeLillo, Richard Powers, Rick Moody e Dave Eggers. L’introduzione è di Charles Harris. Tutte persone che Wallace frequentava di persona o per lettera. L’ultima sera, di ritorno dalla visione in anteprima di The End of the Tour programmata proprio in occasione della conferenza, Charlie e Victoria mi chiedono di spiegargli come mai Wallace, un autore così americano e così Midwestern, sia tanto amato in Italia. Provo a raccontarglielo e, in quel momento, non posso fare a meno di sentire che tra noi, loro e il Midwest ci sono ancora tante differenze oltre alla lotta contro il vento e alla confidenza nella lettura delle sue opere.

Prima di salutarmi, Victoria mi regala una saponetta  profumata e bianca come il cielo dell’Illinois e mi dice quanto le sarebbe piaciuto avere DAVID di fianco durante la visione del film per poter commentare con lui quanto Jason Segel lo stesse interpretando magicamente. La pacata constatazione del mondo e di quello che di meraviglioso, curioso o doloroso accade in esso. Non so quanti in Italia reagiranno come i coniugi Harris alla visione del film: con la distanza il gorgoglìo del mito confonde le acque, aumentano i segni del gesso sul mattone, non c’è nessuno che tiene a bada i creepy guys. David Lispky aveva una missione e il regista James Ponsoldt l’ha rispettata: chiedere a Wallace cosa voleva dire essere Wallace.

Articoli Suggeriti
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen

, questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.

La Lista Nera che ha cambiato la storia di Hollywood, degli Stati Uniti e del mondo. In peggio

Raccontata in una retrospettiva al Festival di Locarno appena conclusosi, la Lista Nera che quasi distrusse il cinema americano 80 anni fa spiega moltissimo del nostro presente. E, forse, del futuro che ci aspetta.