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21:49 mercoledì 18 marzo 2026
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.
Per la prima volta verrà trasmesso in tv il documentario sul concerto dei Pink Floyd a Pompei Stasera, dalle 23:35 su Rai5 verrà mandato in onda per la prima volta Pink Floyd: Live at Pompei MCMLXXII.
Vogue ha fatto causa a un giornale di moda per cani perché si chiama Dogue Secondo la casa editrice Condé Nast, il magazine, che ha una circolazione di 100 copie, «potrebbe danneggiare in maniera irreparabile la reputazione di Vogue».
Hans Zimmer ha confermato che la persona che canta nel trailer di Dune 3 è proprio Timothée Chalamet Alcuni fan avevano riconosciuto subito la voce dell'attore, ma adesso è arrivata anche la conferma del compositore della colonna sonora del film.
L’annuncio di Meloni ospite del podcast di Fedez sembrava la cosa più assurda della campagna referendaria. Poi abbiamo visto il trailer della puntata La puntata verrà pubblicata giovedì 19 marzo alle 13. Nel frattempo, abbiamo un trailer che ha già raggiunto altissime vette di surrealismo.
Il fatto che continui a chiedere alla Nato di intervenire nello Stretto di Hormuz dimostra che Trump non ha capito cos’è la Nato La Nato non può fare nulla perché è un'alleanza difensiva, che tra l'altro non è neanche stata interpellata prima degli attacchi Usa e Israele contro l'Iran.
La foto di un giornalista ha mostrato cosa resta al Dolby Theatre dopo la cerimonia degli Oscar: una montagna di spazzatura Cibo, cartacce, bottiglie vuote: la foto ha fatto arrabbiare molti per l'inciviltà mostrata dai partecipanti alla cerimonia. La colpa, però, non è delle celebrity.

Un’epidemia di riformite

Da Tolstoj a Blair. Le riforme ci vogliono, ma poi ci vuole anche la volontà di far funzionare le cose

23 Agosto 2012

C’è una scena di Guerra e Pace in cui il principe Andrej incontra, a Pietroburgo, il Ministro della Guerra dello zar. Dopo anni di riflessioni nella sua tenuta di campagna, Andrej è convinto di aver messo a punto una riforma del codice militare decisiva per le sorti dell’Impero. Ha fatto esperienza del campo di battaglia, ha studiato i codici militari francesi e prussiani: ora è pronto a mettere le sue idee al servizio del ministro Arakcheev.

Ma quello lo accoglie freddamente: “Vede, ho letto il suo progetto. Lei propone nuove leggi militari? Ma ci sono già molte leggi militari, e nessuno per applicarle. Al giorno d’oggi tutti progettano leggi: è più facile scrivere che agire”.

Fin dall’inizio, Tolstoj presenta il ministro come un personaggio antipatico e supponente, mentre Andrej è l’eroe tragico del romanzo. Eppure, a ben vedere, le parole di Arakcheev contengono una lezione da non sottovalutare.

In Italia abbiamo la passione delle riforme. È un fervore quasi calcistico che nasce nelle aule universitarie, invade le pagine dei giornali e finisce col debordare nei dibattiti politici e nelle chiacchiere da bar. La scuola, l’università, il lavoro: tutti hanno la propria ricetta da suggerire e, benché ciascuno proponga vie d’uscita diverse, tutti sono uniti dalla convinzione che le regole in essere siano stupide, macchinose, controproducenti.

L’opinione generale è che per uscire dal buco nel quale ci siamo cacciati ci vogliano le riforme. Eppure, la verità è che, da una ventina di anni in qua, non abbiamo fatto altro che riformare. Dal titolo quinto della costituzione alla legge elettorale, dalla disciplina del lavoro a quella dell’università, non c’è ministro che non abbia legato il proprio nome a una riforma epocale (perché un sottoprodotto assai apprezzato della riformite è la possibilità, in questi tempi meschini, di fare il proprio ingresso nella storia: come Gentile! come Basaglia!)

Il fatto è che siamo tutti principi Andrej, bravissimi a tracciare disegni ambiziosi, a prefigurare nuovi inizi, a rivoluzionare interi settori. Però poi nessuno si preoccupa di avvitare i bulloni e di far sì che le cose funzionino per davvero.

Nella scuola, nell’università, in molti ambiti del welfare, in campo fiscale, le riforme sono solo il punto di partenza. Chiaro che in alcuni casi ci vogliono, ma nella maggior parte dei casi, si tratta di creare un meccanismo per far accadere cose che è già previsto che accadano e invece per qualche ragione non succedono.

Abbiamo scuole al livello della Finlandia e altre al livello dello Zimbabwe, ospedali da sanità svizzera e ospedali che si vergognerebbero in Guatemala, tribunali efficientissimi e altri da far impallidire Kafka. E guarda caso, tutte queste differenze sopravvivono da decenni, più o meno inalterate, a tutte le riforme e alle controriforme, alle manovre – termine ancor più sinistro – e alle contromanovre che increspano la superficie del mare.

Ecco perché, dopo aver seguito per anni la strada del principe Andrej, forse è giunto il momento di cominciare a dar retta al grigio ministro dello zar. Per un italiano non è facile ammetterlo: ma ci sono momenti nei quali un pedante è più utile di mille geni.

Lo ricorda Tony Blair nelle sue memorie. Nei primi anni di governo è circondato di personaggi brillanti – Peter Mandelson su tutti – lancia idee ambiziosissime, è molto popolare, ma non conclude quasi nulla. Poi nel 2001 chiama un signore molto noioso, che si chiama Michael Barber, e gli dice “Michael, qui stiamo perdendo tempo. Facciamo le riforme, ma non cambia nulla”.

Così Barber certosino mette in piedi, mattone per mattone, la Delivery Unit, l’ufficio dei risultati. Si concentra su quattro settori: la scuola, la sanità, i trasporti e i numeri del crimine e su quelli crea una serie di indicatori. Poi inizia forsennatamente a misurare: scuola per scuola, ospedale per ospedale, distretto di polizia per distretto di polizia. Blair lo incontra una volta a settimana e con tutta la forza del Primo ministro fa in modo che i meritevoli siano premiati e gli incapaci sanzionati.

Una palla mostruosa, niente a che vedere con gli slanci lirici del principe Andrej. Però ha funzionato.

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