Compresa la Presidente ad interim Delcy Rodriguez, che ha ricominciato a postare a un anno dall'ultima volta.
In Uganda hanno deciso che l’unico modo per avere elezioni regolari e pacifiche è chiudere internet
In tutto il Paese è impossibile connettersi già da martedì 13 gennaio e sarà così fino alla chiusura delle urne, prevista per la sera del 15.
L’equivalente ugandese della nostra Agcom ha intimato a tutti i provider di interrompere la fornitura di servizi internet in vista delle elezioni politiche che si terranno giovedì 15 gennaio. La decisione è stata definita necessaria per garantire la pubblica sicurezza e per assicurare che le elezioni non siano inquinate «da informazioni false e/o tendenziose diffuse su internet». Secondo l’Agcom ugandese, se internet non venisse spenta ci sarebbe il rischio di «istigazione alla violenza» e di violenze vere e proprie. Neanche un mese fa, l’Uganda Communications Commision – questo il nome dell’ente regolatore – aveva assicurato che le indiscrezioni giornalistiche che prevedevano lo spegnimento di internet in tutto il Paese in vista delle elezioni erano solo quello, «voci e nulla più» e che, anzi, l’impegno dell’Ucc sarebbe stato quello di garantire, proprio nel periodo delle elezioni, l’accesso a internet per tutti i cittadini elettori.
Nella lettera con cui i membri dell’agenzia spiegano la loro decisione si legge che è tutto necessario per «garantire la pace, proteggere la coesione nazionale ed evitare l’abuso delle piattaforme in un momento così delicato per il Paese». Lo spegnimento di internet è stato immediato: già dalle 18 di martedì 13 per la stragrandissima maggioranza della popolazione era impossibile navigare, poche eccezioni sono state fatte per infrastrutture fondamentali e attività economiche rilevanti. Gli unici strumenti di comunicazione, a parte le care vecchie parole scritte e parlate, rimasti in Uganda al momento sono le telefonate e gli sms. E sarà così almeno fino alla chiusura delle urne, ma potrebbe andare pure peggio, la storia recente del Paese insegna. Nel 2021, infatti, tre mesi prima delle elezioni politiche, l’arresto di uno dei leader dell’opposizione Robert Kyagulanyi (con l’abbastanza pretestuosa scusa di non aver rispettato le restrizioni anti Covid) portò a grandi proteste e a una violenta repressione in cui morirono 54 persone.
Kyagulanyi, noto con il nomignolo di Bobi Wine, è uno dei sette candidati di questa nuova tornata elettorale e ha anche protestato pubblicamente contro la decisione di spegnere internet nel Paese, pubblicando la lettera dell’Ucc su X e invitando i suoi elettori a scaricare una app che permetterà loro di continuare a comunicare usando il bluetooth invece della connessione internet. Il principale avversario di Kyagulanyi è l’immarcescibile Yoweri Museveni, 81 anni, al potere da quando ne aveva 40. Di elezioni senza internet lui ne ha “vinte” diverse e, si capisce, ne vuole vincere almeno un’altra ancora.
Tra giovedì 8 e venerdì 9 gennaio, il traffico internet in Iran si è azzerato. Letteralmente. Il regime spera così di rendere più difficile l'organizzazione di nuove proteste.