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ll Monte Bianco è diventato più alto ma questa non è una bella notizia come ci piacerebbe pensare In questo periodo misura 4.807,47 metri: la sua crescita dipende da fenomeni «estremamente variabili».
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Grian Chatten dei Fontaines D.C. ha detto che Mina è stata una delle più importanti ispirazioni per Dopamine Chamber «Sono davvero innamorato della sua musica. Mi ha aiutato a trovare quel senso di umanità che volevo infondere in questo disco».
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Un ingegnere ha creato un sistema di sorveglianza che sorveglia solo i poliziotti Anthony Sistilli, programmatore e youtuber canadese, ha costruito in casa un lettore automatico di targhe che riconosce solo le auto della polizia.

Come i thread su Twitter sono diventati un genere letterario

C'è chi dice che sono i nuovi longread, uno specchio dei tempi. Sta vincendo la complessità o l'illusione della complessità?

16 Marzo 2018

C’è un nuovo formato che da qualche tempo a questa parte ha cominciato a fare sentire il suo peso nel mondo del giornalismo: i thread su Twitter. Certo, si dirà, i Twitter thread esistono da quando esiste Twitter, che tra pochi giorni compie 12 anni, e non mancano i giornalisti che ne fanno da anni una delle loro cifre stilistiche, come per esempio il canadese Jeet Heer, popolare critico letterario di The New Republic, che da tempo immemore delizia i follower con i suoi thread: non per niente nella sua bio si definisce “Twitter essayist”. Però bisogna ammettere che nell’ultimo anno, e forse ancora di più negli ultimi mesi, il fenomeno ha assunto proporzioni nuove. Quando Twitter ha introdotto un nuovo strumento che facilitava i thread, lo scorso dicembre, è stato insieme una risposta alla diffusione di questa forma di comunicazione e un fattore che ha contribuito a farla diffondere ancora di più. Già qualche mese prima, Virginia Heffernan sul magazine di Politico notava l’ascesa dei Twitter thread come «genere letterario», e più precisamente come un sotto-genere del commento politico, sociologico e culturale.

Quando è fatto bene, un thread ha il pregio di mettere in ordine – in fila, appunto – idee che, in ordine sparso, sarebbero state relativamente inutili. Non vi è mai capitato, quando seguivate un evento, un dibattito, o una polemica, di imbattervi in un thread che vi desse l’impressione di avere finalmente trovato la chiave per inquadrare la questione? Ecco qualche esempio di thread che mi hanno fatto questo effetto

Lo scorso ottobre, in occasione della strage di Las Vegas, la sociologa turca Zeynep Tufekci ha spiegato, con un thread, come e perché, davanti ai mass shooting, è pericoloso dare spazio sui media alle vite e alle identità dei criminali: non solo si rischia di scatenare un effetto emulazione, ma si dimentica che spesso la visibilità è quello che gli assassini vanno cercando, dunque meglio creare un ecosistema dove un potenziale omicida sa che il suo nome non finirà sui giornali.

Lo scorso febbraio, mentre stava montando la polemica su Woody Allen e le accuse rivolte contro di lui dalla figlia Dylan Farrow, il New York Times aveva pubblicato un articolo in cui il critico cinematografico Adam Scott raccontava di avere «un problema con Woody Allen», insomma di sentirsi a disagio non solo davanti all’uomo ma anche alla sua produzione artistica. Il commento di Scott divenne, come era prevedibile, virale, e innescò una serie di riflessioni e risposte. Una delle più lucide, secondo me, proviene proprio da un thread del sopracitato Jeet Heer, che ha spiegato, in 12 punti, le sue obiezioni e perplessità. Il thread si conclude con un link a un articolo di risposta a Scott scritto dallo stesso Heer, a quattro mani insieme a Jo Livingstone, un’altra redattrice di The New Republic. L’articolo di Livingstone e Heer è uno dei migliori che abbia mai letto sull’affaire Allen, e più in generale sull’annosa questione “distinguere tra arte e artista”. Però, ecco l’ho detto, il thread era persino meglio.

Molto più recentemente, mi sono imbattuta un questo thread, uno dei migliori consigli su come proporre una storia a un caporedattore. L’ha scritto Megan Carpenter, che di mestiere commissiona articoli d’opinione per il sito della Nbc e che non ha una presenza particolarmente forte sui social network, eppure ha avuto un sacco di retweet perché, beh, è riuscita a inquadrare un problema e (in parte) come risolverlo.

Quando è fatto bene, un thread risponde a una domanda che, magari senza essere esplicitata, era già nell’aria. E, soprattutto, sa essere incisivo. Virginia Heffernan, la giornalista di Politico, dice che, come genere giornalistico, stanno quasi sostituendo un certo tipo di articolo da magazine, quel tipo di saggio esploso nell’ultimo decennio: «Sembra che i thread abbiano persino rimpiazzato i saggi in stile Atlantic come forma di analisi. Un thread è più rapido da leggere, ma offre ai lettori la soddisfazione intellettuale di quando si legge un articolo da magazine, quella sensazione di sentire la propria mente che si apre, grazie all’input di un esperto o di un provocatore».

L’espressione «soddisfazione intellettuale», qui, particolarmente azzeccata per capire le potenzialità, ma anche i problemi, di questo fenomeno. Forse i thread su Twitter sono i “nuovi longread”, per la stessa ragione per cui i longread sono diventati i “nuovi libri”: rispondono al nostro desiderio di complessità e di risposte sofisticate, in un mondo dove la complessità rischia di sparire e dove tutto rischia di essere compresso in 280 caratteri; però rispondono a questo desiderio di complessità rendendolo compatibile con un ecosistema dove la nostra capacità di attenzione e il nostro tempo sono più ridotti. Noi, che amiamo pensare a noi stessi come lettori evoluti, siamo passati dal nutrirci a pane e volumi da mezzo milione di parole, a una dieta di pane e articoloni da diecimila parole, e forse adesso stiamo migrando verso un regime ancora più ridotto. A volte mi domando se tutto il successo di cui stanno godendo i longread costituisca una vittoria della complessità, o se invece la vittoria di un suo surrogato. Se viviamo nell’era dell’illusione della complessità, allora Heffernan ha ragione: i thread su Twitter sono il genere letterario dei nostri tempi.

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