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18:45 venerdì 17 aprile 2026
La crisi in Medio Oriente potrebbe portare a un ritorno del denaro contante Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.
Il Segretario della Guerra Pete Hegseth si rifiuta di ammettere di aver citato Pulp Fiction in una preghiera per i soldati americani in Iran, nonostante la sua preghiera fosse identica al monologo “Ezechiele 25:17” di Pulp Fiction E nonostante il fatto che tutti si siano accorti subito che stava citando il monologo "Ezechiele 25:17" di Pulp Fiction. Anche perché l'unica altra spiegazione possibile è che Hegseth non conosca i versetti della Bibbia che cita.
La coppia formata da Cameron Winter e Olivia Rodrigo è un enigma che nemmeno i social riescono a risolvere Cosa unisce la principessa del pop gen alpha con il cantante dei Geese? In attesa di capire se facciano davvero coppia, internet non sembra farsene una ragione.
Lana Del Rey ha fatto una canzone per 007 ma non tutti hanno capito che si tratta del videogioco e non del film Molti sono ancora confusi da "First Light": la canzone più bondiana di Lana Del Rey, che sembra la intro di un film di 007 ma un film non ce l'ha.
Le persone che si sono accaparrate i biglietti per le prime proiezioni di Dune 3 li stanno rivendendo su eBay a migliaia di dollari Su eBay si trovano biglietti per gli spettacoli in IMAX venduti al 1500 per cento del prezzo originale.
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.
In Germania hanno lanciato un motore di ricerca che serve a scoprire se i propri parenti erano dei nazisti Lo ha realizzato il Die Zeit in collaborazione con l'Archivio federale nazionale: contiene 10,2 di tessere di iscritti al Partito nazionalsocialista.

Non sarebbe meglio dimenticare il nostro passato sui social?

Il caso dei tweet di Elly Schlein è solo l'ultimo di una lunga serie in cui una persona diventata famosa viene giudicata per vecchie cose scritte sui social. Ma siamo sicuri che sia giusto?

03 Marzo 2023

Cosa dobbiamo fare con i vecchi tweet? È una domanda che ritorna ogni volta che una persona acquisisce fama e, per ricostruirne il carattere e i trascorsi, non si domanda più ai compagni di scuola, ai colleghi e ai vicini, ma si vanno a scorrere i social alla ricerca di qualcosa di imbarazzante. Era successo da poco con i ministri appena nominati, succede in questi giorni con Elly Schlein. Ma perché non li hanno cancellati? Ci si domanda. Perché i partiti non incaricano qualcuno dello staff non si capisce. Perché qualcuno non trasforma questa attività in una professione? Ci arriveremo. Curioso pure che si mettano sullo stesso piano i ministri che elogiano Mussolini o indossano magliette di band che inneggiano a Priebke e i commenti di Schlein sullo schiuma party. Ma questo sarebbe un altro discorso.

Qui intanto parliamo di chi c’è dietro vecchi tweet e vecchi post: siamo noi o è qualcun altro? Facebook propone spesso agli utenti i “ricordi” e mostra cos’abbiamo condiviso proprio quel giorno dieci o quindici anni fa. A me capita di continuo di trovare stupide le cose che ho scritto, a volte non le capisco proprio, non mi ci riconosco quasi mai e guardo sempre i “ricordi” con un unico scopo: cancellarli.

Sì, i social erano diversi e il tono era completamente un altro, e sì, perfino in questo Paese, in dieci anni i ruoli possono cambiare e una persona che usava i social per parlare con gli amici può diventare segretaria di partito. Sì, c’era l’idea che le cose che scrivevamo fossero passeggere – una forma di dissociazione che resiste tuttora: spesso clicchiamo invio come se fossero pensieri e battute buttate via, da niente, e non esattamente il contrario: le uniche che resteranno, scritte. Ma sono tutte spiegazioni ausiliarie. La ragione principale è che quelli non siamo più noi, non siamo noi.

Volete dirmi che l’Arnaldo o l’Elly (o chi per loro) del 2011 sono le stesse persone di quelle del 2023? Non è così. Magari hanno un paio di magliette che hanno conservato, la stessa casa o la stessa persona come compagno o compagna, a volte perfino un’opinione simile su un certo argomento. Sono certamente responsabili delle cose che hanno detto o fatto, ma una cosa è la responsabilità, un’altra l’identità e un’altra ancora essere la stessa persona che ha fatto una battuta su una puntata del Grande Fratello del 2012. Trovare qualcuno che possa chiederci conto di tale minuzie equivale a realizzare quel racconto di Borges dell’uomo che non dimenticava nulla. I social dovrebbero ricordarci di continuo che quei messaggi di dieci anni fa non sono effimeri. Erano effimere quelle serate, le intenzioni con cui abbiamo scritto certe cose non esistono più, le persone a cui volevamo piacere forse non ce le ricordiamo neppure. Non c’è più niente di quei momenti, solo quei messaggi, ed è assurdo.

Forse sono i tweet che non abbiamo inviato a qualificarci più di che quelli che abbiamo inviato. E che se qualcosa di quella persona che twittava nel 2013 è rimasta nella persona che lo fa ancora dieci anni dopo sono, al contrario, le volte in cui ha scelto di leggere un libro senza il bisogno di condividerne il giudizio sui social, o quelle in cui ha preferito portare suo figlio al parco piuttosto che rischiare di essere disturbato da qualche notifica dopo un bello status sprezzante, di quelli che scaldano gli animi e ottengono engagement.

Questo non vuole essere l’ennesimo pezzo contro i social, di quello che ha abbandonato la setta dopo essere stato un fervente credente e adesso vuole fare proselitismo al contrario. Non è affatto il caso: non ho intenzione di smettere, men che meno di invitare altri a farlo. È piuttosto una proposta, forse solo un dubbio: la Commissione Europea e il Garante della Privacy dovrebbero far valere il diritto all’oblio molto più per le sciocchezze che per le cose serie. Non per i processi, ma per aver messo per iscritto una battuta sciocca su Lost nel 2007, ecco per cosa serve l’oblio. Mi sono arrabbiato per un rigore non dato nel 2012? Oblio. Ho festeggiato per un referendum vinto? Ho pubblicato qualcosa sperando che qualcuno la leggesse e si innervosisse? Mi sono accodato a una campagna di critiche contro un giornalista (anche se giuste, anzi soprattutto se giuste)? Oblio, oblio, oblio.

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