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In difesa di Tommaso Paradiso

Criticato perché troppo "commerciale", con il suo ultimo singolo si conferma invece uno dei personaggi pop più riusciti e interessanti di oggi.

26 Giugno 2018

La casa deserta in cui Matilda De Angelis si dimena in preda all’euforia dei preparativi in “Felicità puttana”, il singolo dei Thegiornalisti che ha inaugurato l’estate 2018, ricorda moltissimo gli spazi in cui si svolgono certe scene di Borotalco (compresa l’apparizione, come dimenticarla, di una Moana Pozzi tutta nuda in una piscina finestrata). Nel film, la casa, arredata in uno stile così anni ’80 che sembra già una parodia degli anni ’80, appartiene inizialmente al carismatico truffatore Manuel Fantoni, per passare poi nelle mani dell’imbranato Sergio (Carlo Verdone), che coglie l’occasione per cercare di reinventarsi a sua volta raffinato contaballe (e sorprendentemente, per un po’, ci riesce: ovviamente, lo fa per amore).

Non è certo la prima volta che l’immaginario dei Thegiornalisti cita gli anni Ottanta, dipingendoli con toni dolciastri, svagati, lievemente erotici (ma il sesso è sempre un miraggio lontano, nebuloso come un ricordo o un sogno a occhi aperti), ma in questo caso la ricchezza di particolari è ostentata. La vera casa dove è stato girato Borotalco, però, è un’altra, si trova in via Lupatelli a Roma ed è stata utilizzata per diversi altri film degli anni Ottanta, ad esempio Rimini Rimini. E seguendo il potere delle parole, è proprio da Rimini Rimini (Sergio Corbucci, 1987) che potremmo far partire una linea che passa per “Mare Mare” (Luca Carboni, 1992), sorvola gli anni 2000 (“Dammi tre parole / sole cuore e amore”) e raggiunge “Riccione”, che insieme a “Pamplona” e “L’esercito del selfie” (il nome di Tommaso Paradiso compariva in entrambe, nella prima come cantante, nella seconda come autore) ha dominato le radio italiane dell’estate 2017.

Chi contesta Paradiso lo fa per i motivi più diversi. C’è chi lo accusa di essersi prestato a un rebranding (cominciato con l’album Completamente Sold Out) che ha fatto del suo gruppo un prodotto puramente commerciale, di deliberato intrattenimento. C’è chi non può accettare il fatto che nei suoi video si presti a scopiazzare e citare senza pudore la cultura italiana degli anni Ottanta e Novanta: quando va in Vespa in giro per Roma fa Nanni Moretti in Caro Diario, quando mette i jeans bianchi fa Luca Carboni, quando è babbeo (nella maggior parte del tempo) fa Verdone o un cinepanettone, poi gli mettono un giubbetto rosso e diventa Baywatch, insomma come si permette di riproporre in modo così vivido e accurato una parte importante dell’immaginario nazionale, riuscendo perfino a rendere quest’operazione Amarcord al tempo stesso sardonica, spiritosa e patinata? C’è chi poi contesta a Paradiso, nato nel 1983, di fare il verso a un periodo che a malapena può ricordare. Ma seguendo questo ragionamento si arriverebbe a chiedere a Marguerite Yourcenar come ha potuto scrivere Memorie di Adriano. Cosa ne sapeva, lei che è nata nel 1903, dell’impero romano?

Dalla parte opposta ci sono quelli che detestano Paradiso perché continuano ad associarlo all’indie italiano. Per questo gruppo di hater, di cui io stessa, confesso, facevo parte (fino al momento in cui ho ascoltato per la prima volta “Riccione”l’anno scorso), l’indie italiano è direttamente connesso a un certo tipo di disagio tardo-adolescenziale che si ha soltanto voglia di rinnegare (o si è felicissimi di aver scampato): il vizio di prendersi sul serio, la ridicola pretesa di essere presi sul serio, le relazioni rovinate dall’auto-analisi, le feste della birra in provincia, i testi con gravi ambizioni letterarie e poetiche, l’ossessione di distinguersi. Afterhours, Tre allegri ragazzi morti, Le luci della centrale elettrica (che invece di “Siamo l’esercito del selfie” cantavano “Siamo l’esercito del Sert”), ecc. Questo genere di gruppi mi imbarazza quasi quanto ricordare come mi vestivo ai tempi. L’indie di oggi, quello che a un certo punto smette di essere indie, non fa più dell’emarginazione un valore (“Non saremo mai come voi siamo diversi / puoi chiamarci se vuoi ragazzi persi”, si vantavano i Tarm: ora la palla del disagio è passata alla sad trap). Non a caso Completamente Sold Out Mainstream sono i titoli degli album che hanno permesso ai Thegiornalisti e a Calcutta di oltrepassare il circolo degli affezionati e raggiungere un pubblico ampio.

Se Tommaso Paradiso si chiamasse Thomas Heaven, cantasse in inglese e, debitamente profilato del New Yorker, riproducesse nei suoi video l’immaginario di Coney Island negli anni Ottanta/Novanta, tutti potremmo finalmente celebrare la sua intelligenza pop. Invece no. Sulle passerelle di D&G, insieme a Cosmo, era alquanto buffo. Troppo facile deriderlo. Vedete? Non sono accecata dall’amore: so bene che ha dei difetti. Ha un’aria beota e una voce nasale. La sua fidanzata è caratterizzata da una bellezza semplice e pulita, in più è magrissima. I due passano le domeniche pomeriggio facendosi stories mentre guardano la partita di calcio o pranzano con amici in allegre tavolate: come tutti gli innamorati sono molto, molto irritanti. Ebbene, nonostante ciò sono pronta a difenderlo: Tommaso Paradiso è uno dei migliori personaggi pop in circolazione. In quello che vuole rappresentare agli occhi del pubblico, è un mix tra Manuel Fantoni e il Sergio di Verdone: carismatico truffatore, aspirante contaballe, a tratti un po’ scemo, sempre in grado di garantire un lieto fine.

Pur provenendo dall’ambiente indie, o forse proprio per quello, Paradiso ne è l’antidoto. Allo stesso tempo riesce ad essere più sofisticato del pop italiano a cui eravamo abituati, semplicemente perché non si prende sul serio, si guarda allo specchio e si ride in faccia. Destabilizza col suo “mezzo panino” e con la scelta di utilizzare in un ritornello un termine démodé e obsoleto come “puttana”. Un po’ come destabilizzava il Vasco degli inizi, ma in senso contrario. Là un atteggiamento volutamente punk e sbracato, ruvidissimo, qui un’irresistibile stucchevolezza. Là un fegato spappolato, qui il gelatino sulla spiaggia, le scarpe da barca e la camicia rosa. Là una voce stonata, qui una barba profumata, entrambi a emettere frasi ridicole, imbarazzanti, che fanno sorridere, addirittura ridere e in cui (segretamente) riconoscersi.

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