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Ad Amsterdam saranno installate lungo i canali delle mini scale per aiutare i gatti che cadono in acqua Centomila euro che il Comune ha deciso di investire nella costruzione di quelle che tecnicamente si chiamano “scale per l’uscita della fauna selvatica”.
Dopo il litigio con il figlio Brooklyn, una canzone di Victoria Beckham di 25 anni fa è arrivata in cima alle classifiche inglesi A 23 anni dal lancio, "Not Such An Innocent Girl" raggiunge la vetta di ben due classifiche inglesi, grazie al pubblico litigio tra Victoria e David da una parte e il figlio Brooklyn dall'altra.
Per la prima volta Pitchfork ha spiegato come assegna e cosa significano i voti che dà agli album È una guida che introduce anche gli abbonamenti al sito, che permetteranno agli utenti di aggiungere il loro voto a quello dei giornalisti.
A sorpresa è uscito un nuovo trailer dell’Odissea di Nolan e sono tutti interdetti dalla scoperta che nel film c’è anche Travis Scott E anche questa volta i fan si sono messi subito a litigare, anche se nessuno sa ancora che ruolo interpreta Scott nel film.
Un attivista irlandese ha pubblicato su internet l’identità di migliaia di agenti dell’ICE Lo ha fatto su un sito che si chiama ICE List, al momento ci si trovano 4500 nomi, indirizzi email e numeri di telefono di agenti dell'anti immigrazione.
In Iran i morti potrebbero essere 30mila in due giorni, la strage più efferata dalla Seconda guerra mondiale L'unico precedente paragonabile sarebbe l'eccidio di Babyn Yar dove, tra il 29 e il 30 settembre del 1941, i nazisti uccisero 33 mila ebrei ucraini.
Mentre a Minneapolis si scatenava il caos, Trump era alla Casa Bianca a vedere in anteprima il documentario sulla moglie Melania Una proiezione esclusiva, con contenitori di popcorn brandizzati, tra gli invitati il Ceo di Apple e, per qualche ragione, anche Mike Tyson.
Kim Jong-un che fissa le persone mentre fanno il bagno alle terme è già il miglior meme del 2026 Il leader supremo della Corea della Nord ha festeggiato l'inaugurazione di un nuovo Centro vacanze fissando le persone che facevano il bagno e la sauna.

Tilda e Cate

Diverse ma simili, sofisticate, androgine e mostruosamente brave, Blanchett e Swinton sono le protagoniste di questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

03 Settembre 2020

Nei giorni scorsi sui social è scoppiata un’epidemia di stupidità che ha portato chiunque a dire la sua sul “caso” della modella Armina Harutyunyan (ne avevamo scritto qui). In queste situazioni è molto difficile individuare il paziente zero: chiunque prende parte alla discussione dovrebbe sentirsi un po’ colpevole della diffusione del virus, anche se non è facile evitare di contrarlo, magari anche per commentare dicendo che il dibattito è stupido e non ha senso. Sono sicura che chi ha una vaga idea di cosa sia la moda, osservando il viso di Armina e i suoi lineamenti non abbia provato alcun tipo di stupore: che le modelle non siano tutte belle come degli angeli lo si impara all’asilo, e che donne dal viso non perfetto possano essere dotate di immenso magnetismo, alle elementari. Tra le cantanti, artiste e attrici che pur discostandosi dai canoni di bellezza prefissati e spesso dettati dallo sguardo maschile sono riuscite a farsi strada anche grazie all’originalità del loro aspetto c’è Tilda Swinton che, significativamente, alla 77 edizione della Mostra del Cinema di Venezia presieduta da Cate Blanchett, ritirerà il Leone d’Oro alla Carriera.

Cate Blanchett, reginetta del Festival, 51 anni, è nata a Melbourne, e ha 9 anni in meno di Swinton, nata a Londra. Come lei ha recitato in costume (Blanchett in Elizabeth, Tilda in Orlando), ha sfruttato i lineamenti algidi e freddi per interpretare personaggi fiabeschi (Blanchett Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit, Tilda Le cronache di Narnia), e ha saputo impersonare, sia sui red carpet che nei film, il ruolo della donna androgina, di un’eleganza così alta e raffinata da riuscire quasi a trascendere l’appartenenza a un genere sessuale. Così come Swinton, Blanchett si contraddistingue per aver sempre sfoggiato, nelle occasioni pubbliche, uno stile impeccabile: maschile ed elegante, o femminile ma sempre raffinatissimo, sono sicuramente due tra le attrici meglio vestite in assoluto. Fluide e disinvolte, sono accomunate da una certa aria di distacco dal mondo terreno e dal sapere generare un vero  culto intorno alla loro persona. Chi dice di amarle tende a sentirsi, dicendolo, intelligente e raffinato.

Ognuno ha la sua preferita. Perché si possono amare entrambe, certo, ma non è facile distribuire equamente la propria ammirazione tra due entità di tale portata. Dopo aver snocciolato i titoli dei suoi film migliori, da The Aviator a Blue Jasmin a Carol, chi fa parte del team Blanchett si metterà a parlare di Manifesto, l’installazione multi-schermo scritta, prodotta e diretta dall’artista Julian Rosefeldt, girata in dodici giorni e poi presentata e distribuita anche sotto forma di lungometraggio, in cui l’attrice interpreta tredici ruoli differenti (tra cui un’insegnante, un’operaia, una coreografa, una punk, una scienziata, una vedova, un senzatetto) che a loro volta rappresentano tredici manifesti, dando sfogo a tutto il suo talento: perché lei è un’attrice estremamente talentuosa, e nonostante nessuno, ma proprio nessuno, avesse mai avuto dubbi in merito, ci teneva a sottolinearlo. Raramente Blanchet ha fatto la parte della “bellissima donna”, pur rispondendo a un tipo di bellezza sicuramente più convenzionale di quella di Swinton. Oltre ad aver sempre bazzicato nel teatro come attrice e come regista (nel 2008, ad esempio, ha diretto Robyn Nevin in L’anno del pensiero magico di Joan Didion), nel 1997 ha sposato il drammaturgo, sceneggiatore e regista australiano Andrew Upton (lo conosceva da un anno) e ci ha fatto 3 figli (più una adottata). Stanno ancora insieme: un’altra cosa che gli è riuscita perfettamente.

Dall’altra parte, chi appartiene al team Swinton, loderà il suo viso non oggettivamente bello, almeno non dal punto di vista maschile, e citerà tutti i grandi di cui è stata la musa: innanzitutto Derek Jarman, che l’ha diretta nel suo primo ruolo sul grande schermo, la prostituta Lena di Caravaggio (1986), mettendo le basi per il magnetismo erotico affilato e sofisticato che ha coltivato per tutta la sua carriera. Da Edward II, dove fa la moglie rifiutata che impazzisce di desiderio sessuale (ruolo grazie al quale ottiene la Coppa Volpi alla 48 Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia), all’imperdibile Io sono l’amore di Luca Guadagnino, in parte ambientato a Villa Necchi Campiglio a Milano, dove interpreta il ruolo di moglie e madre di una ricca famiglia lombarda che si abbandona con entusiasmo a una morbosa relazione sessuale con un giovanissimo cuoco.

Guadagnino è il regista che raccoglie l’eredità di Jarman, sviluppando fin da subito il culto di Swinton – in compagnia di Wes Anderson e Bong Joon-ho (che la dirige nel suo debutto in lingua inglese, Snowpiercer, 2013). Il primo film in assoluto di Guadagnino, The Protagonists (1999) è interamente incentrato su di lei, ma Swinton è al suo meglio anche in A Bigger Splash. Anche lei vanta tangenze col mondo dell’arte: recentemente ha curato una mostra fotografica per Aperture (sui suoi “soliti temi”: Orlando, la fluidità di genere, il doppio), mentre nel 1995 si esibì a Roma e a Londra in una performance ideata dall’artista Cornelia Parker, restando sdraiata in una teca di vetro, apparentemente addormentata, otto ore al giorno per una settimana. Il 23 marzo 2013, senza preavviso, ripropose la stessa performance al MoMA di New York. La sua situazione sentimentale è decisamente più movimentata di quella della collega. Nel 2009 raccontò alla stampa della “sua vita felice” in una grande casa di Inverness, in Scozia, dove viveva con i suoi due gemelli, il loro padre – il pittore e commediografo scozzese John Byrne – e il nuovo compagno di lei: l’artista tedesco Sandro Kopp, con cui ha una relazione dal 2004.

A pochi giorni dalla ridicola polemica sulla modella Armina, vedere Tilda Swinton ritirare il Leone d’Oro alla carriera dovrebbe essere un segnale abbastanza facile per chi ancora si stupisce quando nota la presenza, nel mondo dello spettacolo, di bellezze non conformi ai canoni prestabiliti. E come dimostra Cate Blanchett, che ha tutta l’aria di una che si è sempre sforzata di mostrarsi più brava che bella, e che vorrebbe essere chiamata “attore” e non “attrice” – a Venezia ha detto che sogna dei premi neutri, né maschili né femminili (Tilda ha commentato l’idea della collega con grande entusiasmo: «è inevitabile») – il problema è che spesso sia noi per primi, come pubblico, ad accontentarci di subire pigramente un appagamento estetico facile, senza il gusto di esplorare e andare oltre.

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