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Cosa sappiamo del sequel di The Handmaid’s Tale

Nolite te bastardes carborundorum. Ovvero, «non lasciare che i bastardi ti schiaccino». In The Handmaid’s Tale, romanzo distopico scritto da Margaret Atwood nel 1985 e divenuto poi una serie tv (ne abbiamo parlato su Studio a maggio 2017), l’espressione in latino maccheronico intagliata sul muro non era una frase qualsiasi. Ma la chiave per interpretare l’intero racconto: il grido silenzioso di ribellione di una donna a cui è stato proibito leggere e scrivere. A poco più di trent’anni di distanza, il 10 settembre arriva l’atteso seguito di una delle voci più note della letteratura e della poesia canadese, The Testaments, che riprende le fila dal punto in cui il primo volume si interrompeva, 15 anni dopo.

«Questo libro nasce da tutte le domande che mi avete fatto su Gilead e i suoi meccanismi interni», ha spiegato l’autrice. «Non solo da questo. L’altra fonte di ispirazione è il mondo in cui viviamo oggi». Libertà, prigione, morte. Per anni i lettori sono rimasti nel dubbio di cosa ne sarebbe stato di Offred, la protagonista del primo romanzo e, per un “fortunato” errore, proprio alcuni di loro sono stati in grado di leggere il nuovo racconto in anteprima. Quando Amazon, come racconta il Guardian, ha spedito per sbaglio alcune copie preordinate in anticipo.

«Non lasciare che i bastardi ti schiaccino». Se in The Handmaid’s Tale rappresentava il fallimento di Offred, privata di tutto ciò che le avrebbe consentito di avere una vera identità (come il suo vero nome, che non conosciamo mai), in The Testaments le cose sembrano cambiare. Quel mantra sul muro volto a dire «Ahimè Offred, sei stata sopraffatta e ora gli accademici ridono di te anche secoli dopo la tua morte» diventa aspirazionale. Indomite e indomabili: così appaiono infatti le tre donne protagoniste del nuovo volume, non più soggiogate a un mondo maschile che le considera soltanto mogli, madri e serve.

The Testaments è la storia delle “zie”, a cui è affidato il governo delle altre donne di Gilead. Un incrocio tra un insieme di istitutrici severe e il KGB. Sono le zie che addestrano e disciplinano le ancelle e le bambine, in un contesto che ha ben poco di quel terrore claustrofobico a cui la Atwood ci aveva abituati. Tra una nuova autorità femminile (che secondo Vox priva la nuova opera di quella veridicità su cui si era basato il successo del primo volume) e un’atmosfera più conviviale, Gilead non è cambiata nemmeno nell’ultimo romanzo: una distopia creata da fanatici, che solo i più forti proveranno a distruggere.

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