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A Palermo non tutti sono stati proprio felici e contenti del matrimonio di Dua Lipa e Callum Turner Piazze chiuse, strade sbarrate, polizia ovunque: diversi cittadini hanno preso piuttosto male il grande evento, ricordando che Our square is not your living room.
Wikipedia rischia di fermarsi per la prima volta nella storia a causa di uno sciopero dei suoi editor Settecento tra i collaboratori più prolifici ed esperti stanno minacciano lo sciopero, in solidarietà con dei colleghi licenziati dalla Fondazione che gestisce l'enciclopedia.
I Gorillaz e i Kneecap hanno portato sul palco del Primavera Aarab Barghouti, il figlio di Marwan Barghouti, il più importante leader politico palestinese imprigionato da Israele «Continuate a lottare per la Palestina, per Gaza e per la giustizia», ha detto alla folla, ricordando suo padre e tutti i prigionieri palestinesi.
Grazie al fotovoltaico l’Europa ha risparmiato quasi 13 miliardi di spesa energetica nonostante la crisi nello Stretto di Hormuz In media, sono 136 milioni di euro risparmiati ogni giorno, per ogni giorno dall'inizio della guerra in Iran a oggi.
In uno dei videogiochi più popolari del momento interpreti il proprietario di una biblioteca disordinatissima che deve rimettere a posto 3072 volumi Si intitola Librarian: Tidy Up The Arcane Library, giocarci è molto rilassante, basta avere la consapevolezza che la missione è impossibile.
Nelle università americane è nato un nuovo trend: subissare di fischi chiunque faccia l’elogio dell’AI È successo in almeno una decina di occasioni nelle ultime settimane. Gli studenti, appena sentono le parole intelligenza e artificiale, iniziano a fischiare.
In Albania ci sono delle enormi proteste per impedire a Jared Kushner, il genero di Trump, di costruire un resort di lusso in un’area naturale protetta Sono tre giorni che le strade di Tirana sono piene di manifestanti che vogliono fermare a tutti i costi la prosecuzione del progetto.
In realtà, mancano ancora almeno altri dieci anni prima che i lavori alla Sagrada Familia siano davvero finiti Il 10 giugno, alla presenza di Pedro Sanchez e del Papa, si festeggerà la fine dei lavori. Almeno di quelli più grossi, perché mancano ancora una facciata intera, una scalinata e un parco.

Apple vuole salvarci dai nostri iPhone?

Un mese di Tempo di Utilizzo, la nuova funzione contro l’abuso tecnologico, e perché è importante.

17 Ottobre 2018

Ogni 12 minuti prendiamo in mano il cellulare. Così almeno sostiene l’autorità per le telecomunicazioni britannica. Si tratta, ovviamente, di una media, riferita solo alle ore in cui siamo svegli: la statistica è stata diffusa dall’Ofcom quest’estate in un dossier intitolato, senza mezzi termini, “A decade of digital dependency”. Erano i primi giorni di agosto e ricordo di avere pensato, nell’ordine, che una volta ogni 12 minuti mi sembrava un po’ troppo e che “dipendenza digitale” era un termine un tantino eccessivo. Oggi, a tre mesi di distanza, so per certo che attivo il mio smartphone tra le 15 e le quattro volte all’ora, dipende dai giorni e dipende dalle ore.

Circa un mese fa Apple ha introdotto la funzione Tempo di Utilizzo: viene scaricata in automatico con l’aggiornamento a iOS 12 ed è probabile che, se avete un iPhone e se non avete esplicitamente scelto di disattivarla, ormai faccia parte anche della vostra quotidianità. In pratica, vi consente di visualizzare un report, su base giornaliera e settimanale, del tempo che passate utilizzando il vostro iPhone e di come, esattamente, lo passate. Nel mio primo mese in compagnia di Tempo di Utilizzo (Screen Time, in inglese) ho scoperto che passavo davvero un sacco di tempo davanti allo schermo (bella scoperta, direte voi) ma anche che mi è bastato soltanto quantificare questo tempo per ridurlo (non drasticamente, ma sensibilmente) quasi senza sforzo: sono passata da una media di quasi quattro ore al giorno a una media di due ore e mezza, dalla prima alla seconda settimana. Mi è bastato disinstallare l’app di Facebook – cosa che in America sta già facendo un Millennial su quattro – silenziare alcune chat di WhatsApp, et voilà, mi sono riappropriata di un’ora e mezza del mio tempo. Facebook continuo a utilizzarla su desktop: mi serve per lavoro, per tenermi in contatto con gli amici del college ma soprattutto per monitorare i dibattiti politici in cui s’invischia il mio fidanzato. Con WhatsApp faccio batching, lo controllo una o due volte all’ora.

Quando si parla di tempo e di tecnologia, il rischio di cadere nella fiera della banalità è sempre in agguato e confesso che, ancora oggi, l’idea di “dipendenza tecnologica” mi mette un po’ a disagio: chi stabilisce cos’è un’abitudine e cos’è una dipendenza? Poi, il fatto che io passi troppo tempo davanti allo smartphone, non significa che lo facciano anche gli altri, o che il problema sia l’iPhone: magari il problema è proprio mio. Però il solo fatto che questa nuova funzione esista, e che se ne stia parlando, è un dato interessante. Primo perché vedere il nostro screen time quantificato fa un certo effetto. È come se qualcosa che abbiamo sempre intuito, ma che non abbiamo mai realmente avuto l’occasione di affrontare, ci sia stato improvvisamente sbattuto davanti al grugno, e questa cosa finisce per generare un misto tra sbigottimento e senso si colpa, come se qualcuno avesse messo su un tavolo tutti gli alcolici che abbiamo consumato in un mese:  c’è gente che posta sui social gli screenshot del proprio report settimanale, qualcuno su Twitter ha coniato l’espressione “Screen Time shaming”, che rende l’idea. Però è anche un’esperienza empowering: superato lo choc iniziale, abbiamo l’impressione di avere la situazione finalmente sotto controllo, perché il minutaggio sarà anche alto, però sappiamo qual è, e se vogliamo ridurlo da lì possiamo partire. Un po’ come si fa quando si decide di tenere il conto delle calorie.

Supercandy! è un museo pop-up creato appositamente per i selfie: comprende 20 stanze tematiche dove i visitatori sono invitati a fotografarsi con i loro cellulari (fotografia di Michael Gottschalk/Getty Images)

Un’altra ragione che rende Tempo di Utilizzo rilevante riguarda l’industria della tecnologia. Cosa spinge una società che fa i soldi sul nostro attaccamento all’iPhone a introdurre una funzione disegnata, più o meno esplicitamente, per farci passare un po’ meno di tempo attaccati all’iPhone? Negli ultimi mesi alcuni colossi della Silicon Valley – Apple, certo, ma anche Google e in misura Facebook – sembrano impegnati a contenere un utilizzo eccessivo dei loro prodotti, o se non altro a darci l’impressione di farlo. È una tendenza notata, tra gli altri, da Allen Kim sulla Cnn: oltre a Screen Time sugli iPhone, scrive, Google «ha incluso degli strumenti simili nella prossima versione di Android Pie, attualmente in fase beta» e che include uno scatto automatico dello smartphone in modalità “non disturbare” dopo una certa ora. Facebook e la sua controllata Instagram, prosegue, presto permetteranno agli utenti «di avere accesso a una tabella delle attività, a un reminder dei limiti giornalieri e a un maggiore controllo sulle notifiche».

Il paradosso, riassume Kim, è questo: «Per anni le società, dai giganti come Google agli sviluppatori delle app, hanno studiato come rendere la tecnologia assuefacente. Tuttavia, le cose stanno cambiando e forse stiamo assistendo all’inizio di un grande cambiamento nel modo in cui viene pensato il software. Infatti Apple e Google stanno creando nuovi strumenti per ridurre l’utilizzo dello smartphone mentre app come Instagram stanno testando strumenti pensate per gestire meglio il tempo. Perché lo fanno?». Probabilmente è una reazione a una serie di campagne contro un uso eccessivo della tecnologia, che non arrivano più soltanto dai soliti tecno-scettici e dalle associazioni dei genitori: per la prima volta, la preoccupazione per la “technology addiction”, chiamatela come volete, tocca anche soggetti che hanno lo status per influenzare la Silicon Valley. C’è il movimento che ruota attorno a Time Well Spent, la società senza fini di lucro fondata da un ex dipendente di Google, Tristan Harris, e che a partire dal 2018 ha cominciato, come è stato fatto notare, a influenzare il dibattito interno al mondo tech. Nel caso specifico di Apple, ha pesato una lettera aperta da parte di alcuni investitori, che lo scorso gennaio hanno chiesto alla società di fare qualcosa contro l’abuso di smartphone tra bambini e adolescenti.

Più in generale, negli ultimi due anni le posizioni tecno-pessimiste hanno contagiato ambienti dove prima il tecno-ottimismo andava per la maggiore, e in questo cambiamento stanno giocando un ruolo anche le considerazioni sul tempo. È naturale che questo nuovo clima preoccupi Google, Apple e Facebook, così com’è naturale che corrano ai ripari. Resta da chiedersi se i nuovi strumenti siano soltanto una misura cosmetica, un modo per dare l’impressione di volere rimediare agli errori quando in realtà si sta proseguendo sulla stessa strada, o se il cambio di rotta sia reale. A pensar male, è vero, spesso ci si azzecca. Però in fondo un utilizzo più consapevole della tecnologia aiuta a farti passare la voglia di liberartene una volta per tutte. Forse Screen Time è solo questo, uno strumento per aiutarci a goderci meglio il nostro iPhone.

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