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Attualità | Dal numero

Tallinn, capitale digitale

Un viaggio nella città baltica per osservare da vicino la più avanzata esperienza al mondo di innovazione tecnologica applicata alla vita pubblica.

di Federico Sarica

L’Estonia, a detta di molti, è il Paese più digitale e digitalizzato del mondo. In un lungo articolo sul New Yorker, veniva definita la “Digital Republic”, vale a dire «il più ambizioso progetto tecnologico di architettura statale del mondo». E non a torto, che in Estonia tutto, o quasi tutto, sia digitalizzato è un dato di fatto: la burocrazia, il sistema sanitario, quello giudiziario, il fisco, i servizi bancari, l’istruzione, il voto, e così via. E lo è a un livello, lo vedremo più avanti, che davvero non ha eguali al mondo. A questa via pubblica e statale alla digitalizzazione si affianca un ecosistema di iniziativa privata legata all’innovazione tecnologica, quel mondo meglio conosciuto come quello “delle start up”, che presenta alcuni dati di crescita e qualche esempio di successo, anche globale, sicuramente degno di racconto e di attenzione: oggi l’Estonia conta un numero di unicorni, così si chiamano le start up digitali che hanno passato il miliardo di dollari di valore, che per percentuale non ha paragoni nel mondo (Skype è nata qui, per dire).

Se a questo si aggiungono la storia e la posizione geografica della più settentrionale delle repubbliche baltiche – intrinsecamente legate come spesso accade, soprattutto quando il tuo vicino di casa è grande, grosso e ingombrante e si chiama Russia, e quando davanti ti si apre un mare condiviso con ben altri otto Paesi – la curiosità giornalistica di fare un salto nella sua capitale, Tallinn, appare più che giustificata. Ci arrivo in un pomeriggio d’agosto, con un volo da Milano che fa scalo a Riga, la capitale della confinante Lettonia, in circa quattro ore totali, con uno zero totalizzato fra controlli del passaporto e sbarramenti doganali vari, senza dover cambiare moneta né disattivare il roaming sullo smartphone. L’Estonia è infatti pienamente nell’Unione europea, di cui ha presieduto il semestre nella seconda metà del 2017, e dal 2011 anche nell’area euro. Sarà l’aria estiva non freddissima, sarà quella luce un po’ Berlino e un po’ Scandinavia, ma non è difficile sentirsi a casa per chi ha girato un po’ il nostro continente. Una banalità che non lo è, a conoscere appena il necessario la storia di un Paese che festeggia quest’anno uno strano anniversario, cento anni di indipendenza, molti dei quali però passati sotto il dominio del regime sovietico e con un’incursione, tutt’altro che indolore, della Germania di Hitler. Un Paese che per un europeo dell’ovest come chi scrive era un altro mondo fino a poco più di venticinque anni fa, un universo lontano, praticamente irraggiungibile, difficilmente immaginabile, culturalmente respingente.

Ecco perché un viaggio a Tallinn, Estonia, oltre che un bagno in un ipotetico futuro, soprattutto per via dei meriti digitali accennati prima ma anche per una rigenerante e diffusa freschezza culturale, è prima di tutto una spia del presente, un gigantesco post-it fluo per quando ci mettiamo a liquidare con cinismo una cosa grande e miracolosa come l’Europa, anche solo per il gusto di provare a stare goffamente al passo con questi tempi urlanti. Tallinn, l’Estonia, sono un memo per ricordarci di tenercela stretta. E non è un caso che di Europa, nelle poche ore che trascorro sul Baltico, ne ritrovo molta. Non è citata quasi mai, ma ritorna sempre, direttamente o indirettamente, nelle biografie delle persone che incontro come nelle ragioni che hanno portato il Paese a reinventarsi come la “repubblica digitale”.

In cosa consiste e-Estonia? Il primo pilastro, per impatto e ordine cronologico – la prima versione è addirittura del 2002 – è la carta d’identità digitale

Ottenuta l’indipendenza nel 1991, gli estoni si ritrovano alle prese con l’invenzione di una nazione, che, in termini pratici, vuol dire soprattutto costruzione di un’infrastruttura e scelta di una vocazione. La tecnologia diventa un’idea concreta proprio mescolando questi due ingredienti: l’eredità sovietica che qui aveva creato e alimentato un polo di ricerca tecnologica di alto livello e l’esigenza di costruire uno Stato, con annessa burocrazia, funzionante, moderno e soprattutto a basso costo. e-Estonia, così è chiamato ufficialmente il processo di sviluppo digitale del Paese, nasce in quegli anni, anche e soprattutto grazie alla guida illuminata di Toomas Hendrik Ilves, il politico e uomo pubblico estone che per primo ha intuito il potenziale innovativo del suo Paese, di cui poi sarà presidente dal 2006 al 2016. Se la “repubblica digitale” ha un padre, gli estoni non hanno dubbi: è Ilves. Ma in cosa consiste e-Estonia? Il primo pilastro, per impatto e ordine cronologico – la prima versione è addirittura del 2002 – è senza dubbio la carta d’identità digitale. Di fatto, ogni cittadino estone (lo utilizza oltre il 98% per cento della popolazione, un dato impressionante) è fornito di un documento d’identità digitale con un chip; lo si infila in un pc e si accede, previo inserimento di un paio di codici pin, a un vero e proprio portale contenente ogni dato personale: sanitario, anagrafico, scolastico, lavorativo, bancario e così via. E soprattutto, funge da firma digitale. Questo permette di gestire online ogni adempimento burocratico, dai certificati di ogni tipo, alla prescrizione di medicinali, alle operazioni bancarie, fino al voto alle elezioni. Con un risparmio in burocrazia che il governo estone stima intorno al 2 per cento del Pil annuo del Paese.

Per spiegare al mondo cos’è e come funziona, e soprattutto per certificarne l’efficacia, e-Estonia si è dotata di un vero e proprio showroom, in cui assisto a una dimostrazione. Nell’ufficio completamente brandizzato dall’esterno con l’immagine coordinata dell’Estonia, un font creato apposta da usare sempre in colore bianco su sfondo blu, ci accoglie Tobias, che entra nella sua identità digitale su grande schermo e, per meglio far comprendere i vari meccanismi, inizia a navigare fra le sue cartelle mediche, i certificati del figlio appena nato e così via. La prima domanda che tutti fanno, anche il gruppetto di cui faccio parte, è ovviamente quella sulla privacy: quindi tutti possono vedere qualsiasi cosa che ti riguarda? No, risponde Tobias, il sistema è fatto in modo che l’utente possa decidere di rendere alcuni dati inaccessibili per una determinata persona (porta l’esempio di due medici a cui si vuol magari chiedere due pareri differenti e non far sapere a uno del consulto con l’altro). In più, chiunque entri nel tuo portale personale, lascia traccia. Come in una sorta di estratto conto bancario, il sistema è in grado di dirti chi è entrato, quando e per vedere cosa. E se qualcosa non torna, puoi chiederne conto, con risposta praticamente immediata, all’amministrazione pubblica.

Nel vecchio mondo, i cittadini dipendono dai governi; in Estonia stiamo provando a rendere il governo dipendente dai cittadini

Andrew Keen

Questo è indicativo di uno dei punti fondamentali della rivoluzione tecnologica estone, e l’ha ben riassunto Andres Kutt, uno degli architetti dell’infrastruttura digitale baltica, nel libro di Andrew Keen, How to Fix the Future: «Questa tecnologia crea fiducia. È trasparente. Tutte le agenzie pubbliche possono accedere ai tuoi dati, ma i cittadini hanno sempre il diritto di sapere chi e quando ha avuto accesso. Nel vecchio mondo, i cittadini dipendono dai governi; in Estonia stiamo provando a rendere il governo dipendente dai cittadini». In un certo senso, è il concetto dell’accountability, il dover rendere conto da parte di chi ci amministra, portato a un livello superiore, il contrario della distopia orwelliana: sono finalmente i cittadini a osservare come opera il governo e non viceversa. È un tema enorme, che si porta dietro due discorsi, strettamente legati fra loro: quello della privacy e quello del rapporto dell’Estonia, e più in generale di conseguenza dell’Europa, con l’agire della Russia. Sulla questione privacy, ci facciamo aiutare di nuovo dal libro di Keen, dove è proprio Ilves a indicare una direzione: la privacy, dice in sostanza Ilves, in uno scenario contemporaneo dove i grandi player privati del digitale prolificano grazie ai dati che forniamo loro quotidianamente e consensualmente, probabilmente non è più la cosa principale di cui preoccuparsi.

Il tema, secondo l’ex presidente estone, è quello della data integrity, la tutela dell’integrità dei nostri dati: «Qualcuno che conosce il mio gruppo sanguigno non è un gran problema; qualcuno in grado di entrare nella mia identità digitale e modificarlo, può uccidermi», spiega Ilves. È figlia anche di questo ragionamento la carta d’identità digitale estone: riprendere il controllo della propria identità, in uno scenario in cui allo Stato spetta il ruolo non di controllarla, ma di garantirla. Secondo Ilves, questa è la base di un nuovo contratto sociale dell’era digitale: lo Stato si fa garante dell’integrità dei nostri dati, il cittadino si prende l’impegno di comportarsi bene, anche e soprattutto a livello digitale, in un sistema di trasparenza reciproca. Un esempio piccolo ma significativo, sempre tratto da How to Fix the Future: i siti dei giornali estoni si connettono automaticamente alla tua identità digitale, rendendo di fatto impossibile postare commenti anonimi. Con un netto miglioramento della qualità del dibattito pubblico. In un momento in cui non facciamo altro che parlare di fatti alternativi, fake news, di “verità che non è la verità”, come recentemente affermato da Rudy Giuliani, ex sindaco di New York e avvocato di Trump, tutto risulta estremamente interessante e di attualità. E in qualche modo ci porta al rapporto con la Russia.

È uno dei temi che affronto con Tavi Roivas, trentotto anni, ex Primo ministro dell’Estonia dal 2014 al 2016, oggi parlamentare semplice per Eesti Reformierakond, partito liberale moderato. Mi dà appuntamento al Riigikogu, il parlamento, che ha sede nel Castello di Toompea, in cima alla città vecchia, quella più turistica, con la quale la costruzione di colore rosa condivide le origini medievali, oggi meta prediletta dei numerosi gruppi di crocieristi che si incontrano camminando per le strade antiche di Tallinn. Il parlamento dell’Estonia è qui dal 1922, ma durante i lunghi decenni dell’occupazione sovietica fu abbandonato. Un luogo importante per la democrazia, anche dal punto di vista simbolico. L’attività parlamentare è in pausa estiva, e a parte i custodi, non incontriamo praticamente nessuno nel tragitto verso l’ufficio di Roivas dove, davanti a un generoso caffè (l’atmosfera ricorda Borgen, splendida serie tv sulla politica danese, per chi l’avesse vista), dopo aver parlato ovviamente di digitale, affrontiamo i temi di attualità: il populismo, l’Europa e naturalmente arriviamo a parlare di Russia.

La prima volta che Roivas la nomina, lo fa per contrapporre il modello digitale e trasparente estone con quello di controllo nascosto che la Russia ha storicamente esercitato sui propri cittadini. È meglio conoscere chi controlla i tuoi dati e perché, sostiene Roivas, che essere oggetto di dossier e controllo a propria insaputa. Torniamo a parlarne poi alla fine della nostra breve chiacchierata. «Putin vuole essere importante, vuole essere ascoltato. La sua aggressività», racconta Roivas, «spesso serve a mascherare una situazione economica che sconta un deficit di innovazione e un indice dei consumi interni non comparabile a quello di altre potenze economiche. In più la visione geopolitica del Cremlino è in totale antitesi a quella dell’alleanza transatlantica. Quindi, ovviamente è una grande questione per noi; non solo per l’atteggiamento militare aggressivo, ma anche per il solo fatto di avere come vicino un regime non democratico con molte risorse a disposizione per mettere a rischio le democrazie e le società europee. Sono noti gli interventi russi nella vita pubblica di molti Paesi europei del resto».

Torniamo di nuovo all’importanza dell’Europa, e alla necessità, per l’Estonia, di sentirsi sempre più parte dell’alleanza politica e di valori del mondo occidentale. Va visto anche da questa prospettiva un altro pilastro del progetto digitale estone, l’e-Residency, il programma che dal 2014 permette di diventare residenti digitali estoni senza vivere in Estonia. In sintesi: un’identità transnazionale digitale, in tutto e per tutto assimilabile a quella dei cittadini estoni, aperta a tutti nel mondo, utile per chi vuole fare impresa in territorio europeo senza una location fissa, capace quindi di fornire tutti gli strumenti necessari per far partire un business globale. Costa cento euro e si può fare online. È un ottimo modo, sostengono a Tallinn, per avvicinare le persone al contesto estone andando oltre i militi geografici.

Il secondo giorno a Tallin lo inizio proprio andando a prendere un caffè con Arnaud Castaignet. Francese, trentadue anni, è il capo delle relazioni pubbliche di e-Residency (è incredibile la quantità di persone giovani e straniere che lavorano per il governo estone, un altro squarcio di modernità che fa riflettere). È il suo giorno libero, quindi mi propone di incontrarci fuori dall’ufficio, a nord di Tallinn, nel quartiere di Kalamaia, un vecchio borgo di pescatori le cui deliziose case rigorosamente di legno sono l’ultima frontiera della gentrificazione locale: qui vengono a vivere le nuove classi creative e gli stranieri attratti a Tallinn dal fervore digitale. È arrivato qui dopo aver lavorato all’Eliseo con François Hollande. Arnaud è un grande sostenitore dell’innovazione, un fine conoscitore della politica e un ottimista sulla possibilità che la prima possa aiutare la seconda a migliorare le cose, a patto che ci si renda conto, una volta per tutte, che l’innovazione non è buona o cattiva, mi spiega, è neutrale: dipende come la si interpreta. E lui la sua missione la vive un po’ così, come il tentativo di trovare una via progressista e positiva all’innovazione tecnologica applicata alla cosa pubblica.

È un punto interessante questo della neutralità dell’innovazione tecnologica. Del resto, dalla Silicon Valley fino a noi, quello che abbiamo visto succedere negli ultimi due anni è lampante: la tecnologia è passata da essere percepita come portatrice di un futuro sempre migliore, a essere uno dei maggiori imputati al processo contro le élite e la globalizzazione, con le conseguenze politiche che stiamo vedendo, anche da molto vicino. Era un discorso che avevo già aperto il giorno prima di incontrare Arnaud, quando, su suggerimento dell’ambasciata estone in Italia, mi ero dato appuntamento con Federico Plantera, un giovane italiano che aveva a sua volta lavorato per e-Estonia, dopo essere capitato a Tallinn in Erasmus. Federico fa parte di una schiera abbastanza folta di giovani arrivati a Tallinn un po’ da tutto il mondo e coinvolti professionalmente nella cosa pubblica locale, i cui dirigenti sono sempre alla ricerca di avanguardia in termini di pubbliche relazioni, visione, capacità di leggere e di raccontare il futuro. È pronto a lasciare Tallinn per proseguire altrove i suoi studi in scienze sociali. Ha intenzione di approfondire il tema delle diseguaglianze, materia di cui ha anche scritto qui sui media nazionali, convinto com’è che il prossimo tema che l’Estonia si troverà ad affrontare sarà quello di bilanciare i benefici di questo boom tecnologico e del regime fiscale locale (in Estonia c’è la flat tax) fra le diverse classi sociali e fra le diverse aree del Paese, rurali e urbane.

Con Federico ci incontriamo a Telliskivi, ex zona industriale che si trova fra la città medievale e il mare del nord. Telliskivi, oggi, è il centro culturale e tecnologico di Tallinn, con la sua lunga schiera di edifici industriali convertiti in incubatori per start up, atelier per artisti e designer, bar aperti fino a tardi, concept store e via dicendo. Ci torno la sera stessa e anche quella dopo. Qui conosco e parlo con persone mediamente più giovani di me, piuttosto inserite nel mondo digitale o in quello creativo, in arrivo a Tallinn o qui di passaggio, estoni ma anche francesi, italiani, britannici. La sensazione è piacevole e positiva, si respira un futuro che sa ancora di progettualità e di cose possibili. Riparto con la sensazione che forse l’Europa dovrebbe ripartire da qui, da dove una volta finiva. Dalla propria frontiera più che da i propri confini.

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