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14:37 venerdì 18 settembre 2026
Una ricerca dice che gli investimenti in energie rinnovabili sono arrivati al punto di svolta positivo: producono effetti molto migliori del previsto a un costo molto inferiore delle aspettative Ma i problemi rimangono, perché ancora oggi per ogni euro investito per proteggere la natura se ne spendono 30 per distruggerla, si legge nella stessa ricerca.
Una raver ha lanciato una petizione per vietare i pantaloni di Hello Kitty ai rave «I rave non sono pigiama party. I pantaloni del pigiama servono per dormire», ha scritto Samantha Scott su Change.org, in una petizione che finora non ha riscosso grande successo.
L’UE vuole che il Canada diventi un “membro associato” dell’Unione, ma nemmeno l’Unione sa cosa vuol dire diventare un membro associato dell’UE Ursula von der Leyen ha avanzato la proposta, il Canada si è detto interessato, resta solo da capire che cosa comporti questa proposta.
La prima ricerca sul disastro in Nepal ha confermato quello che tutti sospettavano: la crisi climatica c’entra eccome in quello che è successo Lo ha realizzato la climatologa Friederike Otto dell'Imperial College di Londra: per lei, i nepalesi stanno pagando una crisi provocata dalle emissioni di combustibili fossili.
Una città in Belgio ha affidato la cura dei suoi prati a un gregge di pecore e le pecore sono state così brave a curare i prati che ora il Comune assumerà altre pecore per curare i prati Si chiamano Lactose, Rayban, Pils, Domino, Katimini, Maria, Juliette e Puyu. E il Comune di Ixelles non può più fare a meno di loro nella cura del verde pubblico.
Stati Uniti e Israele hanno concluso una delle più grosse compravendite di una delle più grosse bombe di tutti i tempi Bombe che pesano tutte almeno una tonnellata, pensate per distruggere edifici interi e che quando esplodono lasciano crateri profondi 15 metri.
Prima di vincere la Coppa Volpi a Venezia, Mathilde Arcel è dovuta tornare a Copenaghen per presentarsi al centro per l’impiego perché è iscritta alle liste di collocamento e prende il sussidio di disoccupazione È successo subito dopo la prima di Woman Unknown, il film di May el-Toukhy che le è valso il premio per la Migliore interpretazione femminile.
Macklemore ha donato tutti i soldi guadagnati nel tour di Ed Sheeran a organizzazioni umanitarie che aiutano i palestinesi Un milione di dollari a sei diverse organizzazioni umanitarie. «Una vita palestinese non vale meno di qualsiasi altra vita sulla Terra», ha detto.

Come si lavora nella moda

Studiare da designer, stylist, ricercatori o curatori: in occasione delle lauree in Design della moda, iscritti ed ex iscritti dei corsi Iuav si raccontano.

14 Luglio 2017

C’è stato un momento qualche anno fa, a Milano come nelle altre capitali della moda, in cui l’espressione “giovani designer” era diventata quasi una specie di collante universale, che spesso teneva insieme cose molto diverse se non proprio in contraddizione fra loro, in virtù del tanto agognato ricambio generazionale. Dai premi-corollario durante gli eventi agli editoriali sui magazine di ricerca, dalle collaborazioni con i grandi marchi alle interviste lampo per riempire le caselline delle rubriche, a un certo punto questi “giovani talenti” sono sembrati essere quasi un esercito minaccioso per la moda in crisi, tanto che, in un editoriale del 2014 su Business of Fashion, la direttrice del London College of Fashion Frances Corner si chiedeva provocatoriamente se non ne stessimo “producendo” troppi, di futuri stilisti. In realtà, il suo era un modo di puntualizzare (pubblicizzando la sua scuola, certo) che non necessariamente chi studia moda lavorerà in un ufficio stile disegnando vestiti, ma come anzi il settore offrisse molte opportunità di lavoro nei campi più disparati, dal marketing alle nuove tecnologie, dalla grafica ai media. «Alla moda fanno capo tante diverse industrie ed economie: essa, infatti, fornisce quell’elemento di valore in più che, partendo dal focus sul design, rende le persone felici di sperperare i propri soldi in qualcosa solo perché, appunto, è di moda», diceva saggiamente Corner.

In un calendario internazionale che ha ormai rinunciato alla coerenza – si sono svolte in contemporanea e a singhiozzo, infatti, sfilate couture, uomo e collezioni resort – quello con le scuole rimane un appuntamento importante, ancor di più in un Paese come il nostro, dove la moda è il grande motore economico del quale tutti si vantano ma che nessuno prende sul serio. L’anno scorso a Venezia, in occasione della sfilata finale degli studenti della laurea triennale e magistrale in Design della moda dello Iuav, nella due giorni di talk si era discusso molto della necessità di riconoscere e supportare la moda come disciplina accademica, di incentivare gli studi italiani in questo senso e costruire un museo nazionale che facesse da centro nevralgico di un patrimonio storico ed economico immenso e sì, unico al mondo.

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Quest’anno, invece, la sfilata aveva per la prima volta un tema, quello del muro, inteso come confine fisico e mentale: gli studenti hanno presentato le loro ventitré migliori collezioni nell’area del parcheggio San Basilio a ridosso del canale della Giudecca, non lontano dalla sede dei corsi di laurea in moda. Il titolo L’innocenza del muro viene dalla ricerca di Simone Gobbo, confluita poi in una tesi di dottorato in Architettura e design discussa ad aprile 2017 all’Università degli Studi di Genova. La rete metallica che separava la passerella dalle normali attività portuali che si svolgono in quell’area – anche quest’anno c’era un’enorme nave da crociera attraccata al molo – ha funzionato da linea di demarcazione ideale e da esercizio di senso per la costruzione dello show, raccontando bene quell’approccio Iuav che negli anni abbiamo imparato a conoscere e apprezzare. Un approccio votato alla multi-disciplinarietà e all’intersezione culturale, oltre che alla concretezza e al progetto: tutti fattori che coloro che ho contattato dopo lo show mi hanno indicato come decisivi nella scelta di frequentare la scuola, oltre al fatto che fosse pubblica. Lo Iuav è relativamente giovane, dieci sudatissimi anni di storia recente di cui sette nella sede di Treviso, ed è un modello snello, italiano e internazionale allo stesso tempo, che sa come trasformare la proverbiale necessità in virtù.

D’altronde la moda è «una disciplina durissima», come mi scrive via mail Francesco Casarotto, ex studente Iuav ora stylist e direttore moda di URBAN Magazine, citando Maria Luisa Frisa, direttrice del corso: chi pensa che da qui escano solo designer nel senso letterale del termine, magari capaci di immaginare e non di realizzare, si è perso gran parte del discorso iniziale. Prendete ad esempio i gemelli Giovanni e Gregorio Nordio, che quest’anno hanno concluso il loro percorso quinquennale in Iuav: ricordavo di averli notati nel 2014 (la mia prima volta a Treviso) quando per la collezione della laurea triennale, intitolata Cipputi, avevano mescolato riferimenti a Gian Maria Volonté in La classe operaia va in paradiso, alla tuta blu del Cipputi di Altan, ad Andrea Pazienza, Giovanni Lindo Ferretti e ai caschetti bianchi dei lavoratori di Porto Marghera. In questi tre anni hanno collezionato esperienze variegate: hanno collaborato con riviste come Cactus e DUST, organizzato eventi e partecipato a mostre, non ultimo sono stati in stage da Raf Simons ad Anversa. Si laureano con una collezione intitolata Tribalitalia, che prende spunto dalle fissazioni e dagli stereotipi (dalle moto da cross alla Gazzetta dello Sport) che popolano la provincia italiana. Sono cauti quando si parla di futuro e vorrebbero continuare a fare esperienze eclettiche come hanno fatto finora: «Ci sono troppi “giovani talenti”» mi scrive Gregorio. Marco Rambaldi, invece, si è laureato nel 2013 e ha subito lanciato il marchio che porta il suo nome, conscio di tutte le difficoltà che costruire un business di questo tipo comporta, come aveva raccontato efficacemente Kate Abnett su BoF. Da allora, oltre ad aver partecipato a numerosi concorsi (ha vinto Next Generation nel 2014 ed è stato finalista di Who Is On Next 2017, appena conclusosi ad Altaroma), ha passato due anni nell’ufficio stile di Dolce & Gabbana, dove ha potuto confrontarsi con i meccanismi e i ritmi di un grande marchio, scegliendo di impegnarsi ancora di più sul suo.

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Marta Franceschini, poi, mi racconta nel dettaglio di quell’approccio multidisciplinare che è un po’ la cifra Iuav, dicevamo: «A noi studenti era richiesto di seguire corsi molto diversi fra loro, da Progettazione a Storia della moda, da Textile design a Concept design, ma sempre incoraggiati a sviluppare i nostri interessi e sostenuti nel dare un indirizzo personale al nostro percorso». Lei ha scelto gli studi accademici: dopo la laurea triennale ha lavorato all’Armani/Silos e come ricercatore freelance, per un periodo ha anche affiancato a Parigi Anja Aronowsky Cronberg da Vestoj Magazine. Quindi, si è iscritta al corso di History of Design al Royal College of Art/Victoria & Albert Museum, laureandosi con una tesi sulla moda maschile italiana nella prima rivista specializzata, Arbiter, edita dal 1935. Lo stesso spirito curatoriale è vivo anche nel collettivo di Devenirs, media cartaceo e digitale che nasce con l’obiettivo di creare una piattaforma di incontro e dialogo per tutti gli studenti Iuav. Da aprile a oggi, il quartetto di giovani curatori (tutti studenti di architettura: sono Gianmarco Causi, Egidio Cutillo, Elena Giannelloni e Lorenzo Lazzari) ha raccolto dodici progetti che raccontano tutto quello che Iuav rappresenta, scelti per la chiarezza delle argomentazioni e dell’immaginario proposto. Vuole essere il superamento dei limiti del “self publishing” (profili Instagram, Tumblr o Cargo Collective che siano) e funzionare da collettore di un’identità sfaccettata ed eterogenea: sfogliatelo e provate a non ritrovare la fiducia nella prossima generazione di lettori/operatori culturali. Alla mia domanda se poi, nel futuro, preferirebbero lavorare all’estero o in Italia hanno dato tutti la stessa risposta: certamente le esperienze fuori dai confini nazionali sono importanti per crescere e formarsi, ma la vera sfida è riportare quelle competenze a casa. «Le mie esperienze all’estero mi hanno fatto capire che, in Italia, abbiamo un patrimonio incredibile: di archivi, di materiali, di storie. È chiaro però che c’è ancora molto lavoro da fare, non solo per portare a galla quelle storie ma anche per rivendicare la dignità di una disciplina complessa e tentacolare come la moda» mi scrive efficacemente Franceschini. Com’era quella storia che i Millennials (o i giovani per davvero, chiamateli come volete) non sanno cosa vogliono fare da grandi?

In testata: un momento del Graduation Show; nel testo: due modelli e la ricerca iconografica della collezione finale di Giovanni e Gregorio Nordio. Fotografie di Augusto Maurandi
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