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Il ministro della Difesa pakistano ha dichiarato guerra all’Afghanistan con un post su X Per il diritto internazionale, ovviamente, non si può dichiarare guerra a un Paese via social, ma a Khawaja Mohammad Asif sembra non importare.
Non si è capito se è stato Morgan a non voler duettare con Chiello o Chiello a non voler duettare con Morgan nella serata delle cover di Sanremo Morgan ha detto che è stato lui a decidere di non esibirsi con Chiello, Chiello ha detto che la scelta di fare da solo è tutta sua.
I prezzi dei club di Berlino sono aumentati così tanto che è stato necessario inventarsi il termine technoinflazione Tutto è partito dal Berghain, ovviamente, che negli ultimi tre anni ha aumentato il costo del biglietto del 20 per cento. E tutti gli altri hanno seguito.
Nanni Moretti ha annunciato che voterà No al referendum sulla giustizia con una storia Instagram molto morettiana «Al referendum voto no cari saluti» ha annunciato sul social, in una storia che secondo tanti è un rimando anche a Caro diario.
L’avvocato di Maduro si è lamentato del fatto che Maduro non lo sta pagando per colpa delle sanzioni statunitensi al Venezuela Quando ha accettato di difendere in tribunale i coniugi Maduro, l'avvocato Barry Pollack non immaginava che avrebbe dovuto farlo gratis.
Alla prossima Biennale d’Arte di Venezia non ci sarà neanche un artista italiano A parte quella scelta per rappresentare il nostro Paese nel Padiglione Italia, Chiara Camoni.
Dopo essere stato snobbato agli Oscar, Park Chan-wook si è consolato con la nomina a presidente della giuria del Festival di Cannes Il regista torna, stavolta con un ruolo "istituzionale", al Festival che lo ha fatto conoscere a tutto il mondo: fu qui che nel 2004 presentò Oldboy.
L’Isis sta invitando i suoi miliziani a imparare a usare l’AI per diventare «jihadisti migliori» E sta fornendo anche delle pratiche guide per capire quale delle numerose AI oggi disponibile si presta meglio a ogni jihadistico proposito.

La storia di quelle noiose etichette sui vestiti

08 Giugno 2016

Lunghe o corte, zeppe di scritte piccolissime o dotate di indicazioni in caratteri più leggibili, le etichette sui vestiti possono, a livello istintivo, apparire vecchie quanto il concetto stesso di indumenti, eppure la loro storia inizia agli albori del Novecento, e la loro forma attuale risale appena a qualche anno fa. Atlas obscura spiega che l’uso originario dell’etichetta è in realtà quello dell’union label, il pezzo di tessuto inserito durante la fabbricazione del vestito dai principali sindacati dei lavoratori del settore.

Un esempio rilevante di queste prime etichette è il caso dell’International Ladies Garment Workers’ Union, un’importante sigla delle operaie del tessile che riuscì nel corso dei decenni a pensare le etichette come una sorta di strategia di autopromozione: negli anni Settanta e Ottanta il gruppo acquisì una certa notorietà per una serie di spot in cui alcune donne iscritte al sindacato cantavano il motivetto «Look for the union label». Quel periodo, comunque, coincideva con un momento non felice per i capi prodotti dai lavoratori sindacalizzati, che avevano fatto segnare cali di vendite a portato a una lunga serie di scismi tra le sigle di rappresentanza.

Oggi, invece, quel che una volta era uno strumento quasi politico di affermazione della propria influenza è diventato un simbolo ricercato dagli amanti dell’abbigliamento vintage. Una serie di numeri istituiti negli anni Cinquanta sotto il Fur Products Labeling Act – una legge del 1951, tra le prime a incoraggiare la diffusione di etichette che specificassero le materie prime degli abiti – è tuttora l’obiettivo dei collezionisti di capi risalenti a quel periodo.

La svolta nella caratterizzazione delle etichette è arrivata nel 1960, l’anno della promulgazione del Textile Fiber Products Identification Act: da quel momento le aziende produttrici di abbigliamento erano ufficialmente obbligati a specificare di quali tessuti era composto l’indumento in questione, in parte una risposta al proliferare di capi a composizione mist, ed era ufficialmente il primo mattone della costruzione degli standard odierni. A dieci anni di distanza, la Care Labeling Rule, istituita dalla Federal Trade Commission, ha stabilito che all’interno di magliette e pantaloni fossero contenute istruzioni su come lavare il capo in questione. Da allora quest’ultima legge è stata aggiornata qualche volta, ma mantiene il suo impianto originario.

Piuttosto sorprendentemente, il business delle etichette muove grandi giri d’affari: Atlas obscura dice che nel 2007 l’acquisizione da parte del gruppo di packaging industriale Avery Dennison del marchio specializzato Paxar (conclusa per 1,3 miliardi di dollari) mise in luce «un business incredibilmente enorme, valutabile almeno quanto Twitter o Snapchat».

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