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01:28 martedì 27 ottobre 2026
Il presidente del gruppo editoriale Gallimard ha detto ai direttori delle sue case editrici che da ora in poi dovranno passare tutti i manoscritti che arrivano in un rilevatore di scrittura AI Dal 2027 le case editrici del gruppo Gallimard dovranno controllare i testi con un software di rilevamento. La decisione arriva dopo il caso di Thélyson Orélien, romanzo candidato al Goncourt che sarebbe stato scritto con l’AI.
Pur di aiutare gli studenti a vincere, i serbi all’estero si sono inventati VoteBnb, una piattaforma che offre alloggio e trasporto gratuito a chi vuole tornare a casa per le elezioni Con appena 93 seggi in tutto il mondo, i serbi all’estero hanno organizzato passaggi, pullman e alloggi gratuiti per poter votare. Alla fine la Lista studentesca ha vinto e Vučić ha ammesso la sconfitta.
A Berlino vogliono espropriare 160 mila appartamenti ai fondi immobiliari per iniziare a risolvere la crisi abitativa Dopo la vittoria della Linke, la futura coalizione di sinistra vuole trasferire in mano pubblica le case dei gruppi che possiedono più di 10 mila appartamenti. Solo al colosso Vonovia questo costerebbe 8,4 miliardi.
Alla notizia della vittoria di Lula le persone hanno iniziato a urlare a squarciagola il suo nome alla finestra. L’ultima volta che in Brasile si sono viste scene così è stato quando la Nazionale ha vinto il Mondiale E ovviamente le immagini di questi festeggiamenti sono finite tutte sui social, raccolte sotto l'hashtag #ViradaDoLula, la rimonta di Lula.
Art Basel Paris ha deciso di chiudere in anticipo a causa delle proteste del fine settimana La fiera d'arte al Grand Palais termina venerdì 23 ottobre alle 19 e resterà chiusa sabato e domenica. A rimetterci saranno soprattutto le gallerie emergenti e gli artisti esordienti.
Sottopalco al concerto dei Fontaines D.C a Madrid, tra i fan più scatenati, c’era anche Pedro Sanchez Lo ha fatto sapere lui stesso, a fine serata, pubblicando su X un video del concerto con un commento entusiasta: «Per chiudere la giornata, mi godo i grandi Fontaines D.C. Spettacolari!».
Il 30 ottobre i portuali di mezzo mondo fermeranno le navi che trasportano armi I sindacati dei lavoratori portuali di sei paesi tra Europa e Mediterraneo hanno indetto una giornata internazionale di scioperi contro il traffico di armi e la militarizzazione dei porti. In Italia la protesta è diventata uno sciopero generale
La crisi abitativa sta avendo degli effetti devastanti sulla vita sessuale dei giovani Si parla tanto di “recessione sessuale” della Gen Z, ma il problema non è il desiderio: sono le pareti sottili, i coinquilini e i genitori. E in Italia, dove si esce di casa a 30 anni, la questione è ancora più seria.

Star Wars vuole accontentare tutti

L'ennesimo sviluppo della saga iniziata nel 1977 ha la freddezza della matematica e rinuncia ancora una volta alla possibilità di sorprendere.

23 Dicembre 2019

Star Wars: The Rise of Skywalker è un film giusto, ma non quello di cui il cinema aveva bisogno. È l’unico film possibile in grado di accontentare tutti: le nuove generazioni, gli appassionati di vecchia data, i capi della Disney e il reparto marketing della compagnia. Ma l’ultimo capitolo del ciclo narrativo degli Skywalker non è capace di dividere, di far discutere, di aggiungere qualcosa al canone di un franchise gigantesco. J.J. Abrams è riuscito a stare in equilibrio tra esigenze molto diverse. Proprio per questo è arrivato alla fine di un processo produttivo che ha visto molti dei suoi colleghi essere sostituiti in corsa. Allo stesso tempo, consegna alle sale un’opera che ha la freddezza della matematica, la soluzione a un problema complesso in cui ognuno trova il passaggio che lo accontenti. Il tutto a discapito di quella misteriosa qualità (che forse si genera proprio da uno squilibrio, da una rottura) che consente a un film di restare nella memoria degli spettatori per anni.

Un esempio potrebbe essere la gestione dei personaggi. Chewbacca, Han, Leia, i nuovi protagonisti: tutti sono troppo importanti, ognuno scalpita per avere il proprio spazio sullo schermo. Abrams non può lasciare da parte nessuno, quindi accelera il ritmo del film, allineando una scena madre dietro l’altra. A volte ci sono delle pause tra i passaggi fondamentali, ma sono troppo brevi o inutili, soprattutto se confrontate con il ritmo di una sceneggiatura che ha solo picchi. Restano pochi i momenti in cui allo spettatore è dato di riprendere fiato. Un aspetto micidiale in combinazione con i numerosi deja-vù. Ormai Star Wars non è soltanto quel caratteristico mix tra fantasy e fantascienza in cui alcuni concetti della controcultura degli anni Sessanta si sono fusi con un’esplosione di creatività anarchica e al limite del kitsch. Da quando Disney ha rilevato la licenza, i capitoli della saga aderiscono a una formula che i creativi della casa di Topolino hanno distillato dai primi episodi, e riproposto con solo qualche variazione sul tema.

Anche in The Rise of Skywalker, quindi, ci sono sequenze la cui presenza sembra obbligatoria, ad esempio una battaglia spaziale mentre in parallelo si svolge uno scontro a terra. Abrams non rinuncia a mistiche apparizioni, duelli con la spada laser, conflitti interiori incardinati sulla contrapposizione tra lato chiaro e lato oscuro della Forza. Non mancano missioni di infiltrazione nelle navi nemiche, pianeti desertici e semi-primitivi, tramonti con due soli. Chiaramente si sta evocando un immaginario potentissimo, quindi è lecito che alcune idee siano riproposte a oltranza. Ma qui tutto sembra già visto, e proprio per questo spunta lo spettro del fan-service. Un fantasma che Rian Johnson ha esorcizzato in un’intervista di poco precedente all’uscita italiana di Episodio IX.

Accontentare i fan, invece che sfidarli è un “errore”, ha detto il regista di The Last Jedi a Radio.com. L’ottavo capitolo non è piaciuto alla fanbase, che lo ha bombardato di recensioni negative su Rotten Tomatoes, allargando di quasi cinquanta punti la forbice tra giudizio del pubblico e della critica. Agli appassionati non sono andati a genio l’umorismo demenziale, colpevole di spezzare la “gravitas” dei film originali, i Porg e alcune scelte narrative. I recensori hanno invece apprezzato il coraggio di rompere con il passato. Con tutto quel parlare di nuovo corso e nuove generazioni, The Last Jedi restituiva il franchise al suo pubblico di riferimento: i giovani under 18 che non sono cresciuti con il mito di Luke Skywalker.

L’operazione Abrams va quindi letta anche in reazione a un precedente strappo, che secondo alcuni avrebbe portato agli incassi deludenti di Solo, il primo film della saga ad aver perso denaro. Con Episodio VII, Abrams ha girato un remake non dichiarato di A New Hope. A sua discolpa, nel 2015, l’hype, e quindi l’attenzione dei fan sull’uscita di un nuovo Star Wars, erano altissimi. Attenuanti che adesso sono venute meno, considerando che il passo in una nuova direzione era già stato fatto. The Rise of Skywalker dà quindi il senso ultimo della gestione Disney, in fin dei conti un atto di imbalsamazione e conservazione. Sperimentare con nuovi linguaggi sembra essere possibile solo nei progetti paralleli, come in quell’incredibile mash up tra Lucas e Sergio Leone che è la serie tv The Mandalorian.

È questo che ci riserva il futuro? Film girati con il bilancino per risuonare con ogni sensibilità, sia essa di un bambino o di un adulto cinquantenne? Al termine di un arco narrativo cominciato nel 1977, i segnali di un cambiamento non sono incoraggianti. Qualcosa si capirà nel 2021, allo scadere del contratto di Kathleen Kennedy, la 66enne a capo della Lucasfilm. Kennedy è stata nominata da Lucas. Non è improbabile che, nei prossimi anni, il Ceo della Disney Bob Iger voglia sparigliare e mettere in quello stesso posto un uomo di sua fiducia. D’altra parte, Kennedy si è fatta ricordare per il suo stile poco incline ai compromessi. Nel giugno 2017, ha licenziato Phil Lord e Chris Miller durante la produzione del prequel Solo. Lo stesso è successo nel settembre 2017 con Colin Trevorrow (sostituito da Abrams) e nel 2016 con Gareth Edwards, alle prese con lo spin-off Rogue One. Tra gli ultimi grandi nomi prima fatti salire sul carro e poi allontanati, ci sono quelli dei produttori di Game of Thrones: David Benioff e D.W. Weiss. I rumors confermano quel che i fatti rendono chiaro: nonostante l’iniziale promessa di controllo creativo, Disney non è ben disposta nei confronti delle nuove idee, né delle contrattazioni. Non si sa se all’orizzonte c’è una nuova trilogia. Kennedy suggerisce di no, Iger afferma che l’ipotesi non è del tutto esclusa. Più probabile che vedremo un nuovo film nel 2022. Sarà la volta buona per un vero rinnovamento? Chissà. Come si dice per le banche, sembra che Star Wars sia troppo grande per fallire. Ma, proprio per questo, anche per cambiare.

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