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22:35 giovedì 29 ottobre 2026
Curry Barker, il regista di Obsession, ha fatto uscire a sorpresa un nuovo film e l’ha pubblicato gratuitamente sul suo canale YouTube Si intitola Mama Bear, dura sette minuti e, dopo averlo visto, tutti dicono la stessa cosa: non ci si capisce niente.
Quando si è trattato di scappare dalla giustizia, Flavio Bolsonaro si è improvvisamente ricordato delle sue origini venete e soprattutto del passaporto italiano concessogli dal governo Meloni Ha lasciato il Paese passando per Argentina ed Ecuador ed è atterrato a Miami. Nella lista passeggeri risulta cittadino italiano: un riconoscimento ottenuto nel 2023 in tempi piuttosto veloci.
È stato presentato il primo report sulle librerie italiane, in cui si scopre che nell’83 per cento dei Comuni italiani non c’è nemmeno una libreria Il settore vale 1,8 miliardi, conta 4.451 punti vendita ma otto Comuni su dieci non ne hanno neanche uno. I librai chiedono, per l'ennesima volta, una politica nazionale.
Gli studenti serbi hanno festeggiato la vittoria alle elezioni con un gigantesco rave di 24 ore nella piazza simbolo delle proteste La festa in piazza Slavija è durata quasi 24 ore, con decine di migliaia di persone che cantavano «Freed from Regime».
Dopo 100 anni è stata ritrovata la “Bibbia” perduta in cui F.W. Murnau mise tutte le foto e i disegni dal set che raccontano le leggendarie (e misteriosissime) riprese del suo Faust MUBI Editions e la Cinémathèque française pubblicano il diario di scena che per anni si credeva fosse andato perduto, e che oggi mostra come il più riservato dei registi del cinema muto costruiva le sue immagini.
Nel Mediterraneo ci sono così tanti yacht che i miliardari non trovano più posti in cui parcheggiarli Nel mondo ci sono circa 210 mila yacht più lunghi di 12 metri e 160 mila posti barca per ormeggiarli. Per i proprietari è diventata una gara, per i fondi d'investimento uno degli affari più promettenti del momento.
I Calibro 35 hanno fatto un album interamente ispirato ai romanzi di James Ellroy e alla Los Angeles dei noir Nato come colonna sonora del documentario di Francesco Zippel premiato con il Nastro d’Argento, Ellroy vs L.A. è il nuovo disco dei Calibro 35: 12 brani di funk noir ispirati al maestro del crime americano.
In Cina la bolla dell’AI è già scoppiata, anticipando quello che potrebbe succedere anche negli Stati Uniti e in Europa In quattro mesi i titoli cinesi dell'intelligenza artificiale e dei chip hanno perso 480 miliardi di dollari. La bolla è già scoppiata, e quello che succede a Pechino potrebbe anticipare quello che succederà in Occidente.

Sporty Spice

Perché allora nessuno voleva essere Mel C e ora risulta avanguardista della coolness? Indagine sulla moda che chiede aiuto allo sport.

12 Marzo 2013

Come si poteva, nel 1996, scegliere tra tutte loro quella che meno meritava di soggiornare nel Gir(rr)l Power anni Novanta? Come, davanti a baby-doll e stiletti che erano ancora sconosciuti al mondo adolescenziale, scegliere lei come icona di stile? Mel C, Melanie Jayne Chisholm, Sporty Spice, qualsivoglia appellativo, aveva un solo obiettivo: rimanere comodamente nei panni della ragazza cresciuta a Liverpool in felpa con cappuccio e pantaloni di acetato adidas. Ai discografici niente garbava più di lei, ovvero un’apparente ragazza cockney con coda di cavallo e sneakers ai piedi in mezzo a burrose lolite arrampicate su zeppe glitterate. Ma maglietta da tifosa, Nike Air ai piedi e poi, pancino in vista come da norma vigente nelle pop-band, Mel C aveva sicuramente poche proselite con quel suo addentrarsi forzatamente nello sport anche quando era chiamata a esibirsi a Las Vegas, oppure a salutare il principe Carlo con smoking gessato e Silver ai piedi.

Che cosa infastidiva di tutto quel casual che oggi chiameremmo coolness? Mel C vestiva  i panni che, anche se apparentemente comodissimi, erano gentilmente “raccomandati” dalla macchina da guerra dietro alle spalle delle cinque Spice. Lei era Sporty Spice, non si scappava: i paparazzi l’hanno ripresa raramente trangugiare beveroni iper-calorici e darsi a lunghe sessioni di jogging, ma la tuta e le sneakers dovevano comunque rimanere la sua divisa. Le è andata meglio che alle altre, indubbiamente. Ma la comodità ci ha impiegato diversi anni a conquistare i riflettori. Il Comandante dell’Impero Britannico e hooligan dell’haute couture, Alexander McQueen, è andato in soccorso di Mel C nel 2003 quando le Spice Girls si erano già sciolte da due anni circa. Perché McQueen è stato il primo a realizzare una collezione in collaborazione con Puma, una scelta che non ha certo stupito visto che lo stilista inglese è stato tra i fautori delle sneakers, indossate per uscire alla fine delle sfilate a salutare la stampa accorsa a osservare le sue donne vestite di miriadi di farfalle dark. Dopo di lui molti altri (e altre) si sarebbero concessi quel vezzo sadico: mandare in scena calzature importabili (McQueen per esempio le assurde Armadillo) e poi uscire smaccatamente comodi con jeans oversized, camicia sgualcita e scarpe da ginnastica nuove di zecca. Per quella scelta di contrasto si mormora che, tra colli di lupo e zainetti di volpe, Kanye West abbia tentato smisurate volte di introdurre la sua ossessione, le sneakers, anche nelle sue collezioni non propriamente casual.

Il mondo moda per come è inteso – il prêt-à-porter “scomodo”- si appresta ad amare le ore sportive dei suoi clienti.

Passano gli anni, passano anche di moda gli anfibi, considerati l’unico contributo unisex della moda comoda e abbordabile. Le sneakers guadagnano chance sotto la voce “alternativa”. Una maison come Lacoste si affida al minimalismo per uscire dall’impasse del tennis a cui viene perennemente associata. Oppure Moncler lascia intendere che può altro rispetto ai piumini d’oca purissima. Ma mentre loro si divincolano tra le silhouette asciutte e performanti, il mondo moda per come è inteso – quindi il prêt-à-porter “scomodo”- si appresta ad amare le ore sportive dei suoi clienti. Inizialmente dedica loro delle capsule collection, “cose piccole”, che possano essere contenute in un borsone da weekend dove coabitano hobby e accessori a quattro zeri. Poi, però, il borsone non basta più, stilisti (per lo più americani), tentano l’azzardo: la sport-couture porterà pace nell’armadio delle donne martoriate da sogni impossibili (da indossare). Una delle più celeri nel realizzarlo è, non a caso, Victoria Beckham. Lei che è finita inguainata in tutine di nappa dorata, tacco 12 per tutti i sei ininterrotti mesi di tour, palchi da percorrere sibilando hit mondiali mentre a fianco le sfrecciava un’hooligana impazzita in sneakers dai lacci fluo e reggiseni sportivi. Mel C rideva, gioiva, correva, Posh Spice  subiva. Ma Victoria Beckham (che la storia ci renderà secchiona) ha studiato e osservato bene le donne che ha avuto accanto: così quando debutta alle sfilate newyorchesi nel 2010, ha già le linee guida dello sport come dettaglio a snellire tubini e rendere pratiche le borse. Per uno stilista uomo pensare casual è un affare molto più semplice. Raf Simons si cimenta con Fred Perry, maglioni, polo e zaini, lui che in Jil Sander aveva abbozzato la sneakers nuda e cruda (quasi basket c’è da pensare) fino a tornare -ora che  maneggia con cura la donna Dior – alle amate scarpe da tennis che realizzerà per adidas, maison che contemporaneamente ha chiesto a Tom Dixon di lasciare in stand by i suoi ovoidali di metallo per realizzare quattro stagioni di sport&design (la prima verrà presentata al prossimo Salone del Mobile di Milano).

Lo sport è tornato di moda, o forse è la moda che nel suo celebrarlo l’ha riesumato da dove era caduto.

Integrare lo sport  e la moda è, di base, un affare maschile, dunque. All’armadio dell’uomo mancano compartimenti stagni e la frazione dedicata alla sport spesso s’insinua in quel non sartoriale dove la felpa sostituisce il pullover e le scarpe da tennis sono solo la versione più edulcorata delle stringate in cuoio. Soprattutto l’uomo prende pieno possesso del suo tempo libero e dei suoi hobby, siano questi correre al parco o leggere dell’Australian Cup. Motivo per cui Prada, pur amando follemente i tessuti sportivi (vedi la tela vela con cui ha fondato il suo impero di valigeria) decise di creare una collezione a sé, Luna Rossa, dedicata alla celebre barca da regata e alla sfida di Patrizio Bertelli. Shantung di seta e ballerine rasoterra sono rimaste dov’erano nelle collezioni di Giorgio Armani, che ai suoi top clients ha regalato EA7, la linea di tute da sci e sport (corsa, nuoto) sempre più sponsor attivo di competition invernali e (addirittura) contest di snow. Hermès ha abbandonato il suo celebre cavallo che corre nel nonnulla per tornare a lezioni di golf e tennis nella campagna pubblicitaria più primaverile che ci sia in circolazione; non solo sport come ispirazione ma soprattutto abiti e accessori che si prestano pienamente all’attuale manifesto della maison: “W lo Sport”. Lo sport è tornato di moda, o forse è la moda che nel suo celebrarlo l’ha riesumato da dove era caduto: pochi cultori agguerritissimi o abbonati cronici (a pay tv e stadi) ma totalmente inattivi.

Passata l’ondata da ciclismo come soluzione ecologica, la corsa ha spezzato il fiato prima di tutti gli altri sport. Massacrata prima in quanto troppo elitaria (si corre nei parchi cittadini ben illuminati, il che spesso significa quelli entro una certa cerchia), riabilitata ora che i weekend sono sempre più strutturati tra maratone, corse ad hoc, flash mob come l’ultimo durante la fashion week milanese in cui Nike ha realizzato un hub per lanciare le Nike Flyknit, sneakers leggerissime e couture per colore/fattezze/lavorazione, seguita da corsa women only. Febbre da maratona, indoor,  per Reebok che picchia duro sul suo motto “CrossFit”, una preparazione a qualunque sport che è diventata la nuova, potentissima, disciplina guida del brand che a Milano ha appena inaugurato una palestra dedicata.

Che zaini, leggings multizippati e gusci antippioggia si apprestino a diventare lo zoccolo duro delle maison in cerca di vendita sicure in collezioni improbabili? Che il classico, rassicurante “continuativo” si avvii ad andare in pensione lasciando spazio alle mini linee dedicate allo sport  (i materiali tecnici, come il continuativo, non conoscono stagione)? Certo è che le seconde linee più economiche rispetto alla prime non bastano più: non hanno nulla di esclusivo e limitato come le capsule “interne” dedicate allo sport. Capsule e dettagli che vantano anche l’enorme pregio: di essere utili perché fanno bene al fisico e quindi il cui acquisto è giustificato (e salva il rimorso).

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