Qualcuno ci salvi dalle sponsorizzate fitness

Crollata l’illusione della body positivity, i nostri feed social sono invasi da programmi di allenamento e dimagrimento, elaborati corsi di pilates e integratori miracolosi: benvenuti nell’era dell’Ozempic.

13 Luglio 2023

Scrollare il feed di Instagram, far fluire le storie, leggere i tweet. Attività quotidiane spesso fatte superficialmente che ormai non sono al riparo dalla insistita, ripetitiva, molesta, apparizione di sponsorizzate di app e di video dove delle signorine (nel mio caso) non fanno altro che fare degli esercizi di pilates appoggiandosi al muro di casa seguendo un calendario rigorosissimo lungo 28 giorni.  Credevo fosse una sventura soltanto mia, poi ho trovato il coraggio di parlarne con altre persone e lì ho scoperto che le challenge dei 28 giorni sono dappertutto. E non solo di pilates, ma anche di digiuno intermittente, di sette minuti di esercizi quotidiani velocissimi ma efficacissimi, di yoga, di dieta calistenica. Le suddette signorine sono ovviamente molto in forma, sono molto in pace con il loro corpo e senza sforzo fanno cose che se per bizzarra ipotesi tu volessi provare a riprodurre realizzerai che lo sforzo c’è e si sente pure. Perché la vera insidia sta lì, nel riuscire a far pensare che sia tutto facilissimo. All’inizio (che sembra ormai preistoria) delle sponsorizzazioni wellness, sui social imperversava “Sweat with Kayla”, che già dal nome faceva capire come in realtà lì la fatica fosse reale, addirittura si sudava! Tra una foto e l’altra compariva lei – a un certo punto pure incinta – che faceva flessioni, addominali con doppio piegamento, squat profondissimi. E tu chiaramente pensavi Kayla mollami, è Natale, ho mangiato un bis di lasagne e il brodo di cappone, ti pare che mi metto a fare i crunch ora? Ne riparliamo il primo gennaio. E intanto chiarivi a Instagram che con queste cose tu non volevi più essere disturbato, “visualizza meno” gli intimavi. Non sarò mai come te, Kayla, lo so. Non so fare il mountain climber e non lo imparerò mai, lo so.

Tutto questo deve essere arrivato a quelle menti diaboliche delle app di fitness che devono aver pensato giustamente che se qui è tutto un quiet quitting a perdita d’occhio, figurati se questi giovani o presunti tali intendono sudare per i loro addominali come una Jane Fonda qualsiasi. Poco male, avranno pensato quelle menti diaboliche. Ed eccoci oggi qui sulle nostre timeline quotidiane a dover schivare bellissime tutine color pastello – Lululemon ci ha costruito un impero – che eseguono warrior pose sul far della sera in una spiaggia di Formentera con sorrisi estasiati o che alzano la gamba destra con estrema leggiadria senza che un muscolo facciale denoti sforzo o anche solo un minimo accenno di ma a me chi me lo ha fatto fare. Eccoci qui a farci incantare dalla promessa che la challenge dei 28 giorni di pilates a muro possa funzionare davvero – l’hashtag #pilatesgirl ha più di 260 milioni di visualizzazioni su TikTok – dopotutto dura 20 minuti al giorno e nel caso servissero degli attrezzi puoi usare una pianta oppure un cuscino del divano. Se non vuoi abbonarti all’app forse può addirittura bastare registrare i video delle infinite sponsorizzate in modo da completare un allenamento più o meno intero e provare a ripeterlo a casa. Lì tanto nessuno ti vede, nessuno giudicherà le tue tutine per niente pastello, nessuno ti dirà che non sei leggiadro, che l’esercizio era diverso, quello che stai facendo è del tutto sbagliato e dovrai andare dal fisioterapista. Liberi di essere in forma a modo nostro, per 20 minuti al giorno e se non lo fai è perché sei uno smidollato.

Qualche inguaribile ottimista avrà pensato che con l’avvento della body positivity ognuno avrebbe potuto girare il mondo libero di sfoggiare la sua cellulite, i suoi rotolini, i suoi bicipiti che non hanno superato la prova del sale. Finalmente felici, smidollati e spensierati, lo sguardo altrui e lo specchio non avrebbero scalfito la nostra considerazione di noi stessi, il nostro intimo sapere di essere abbastanza. Le card motivazionali che abbiamo tra gli elementi salvati di Instagram in caso ci avrebbero messo a riparo dai momenti più difficili. Ci eravamo scetticamente convinti che se magari ci fossimo svegliati un giorno con il piede sinistro o con una Luna astrologicamente poco favorevole, una frase in stile “Siamo tutti bellissimi perché unici” sarebbe bastata per farci tornare a sorridere al resto del giorno. E invece no. A cominciare dalla moda, dove le modelle che non fossero una taglia 0 sono immediatamente sparite così come erano comparse, di pari passo con la magrezza è tornata in voga a l’idea che, insomma, è innegabile che ci si piace un po’ di più se si è in forma, allenarsi tutti i giorni fa di noi delle persone che si amano tanto quanto quelle che si piacciono così come sono, anzi di più, perché insomma se ci vogliamo bene ci trattiamo bene e quindi curiamo la casa della nostra anima, e cioè il nostro corpo. Non lo facciamo per gli altri, ma lo facciamo per noi. Sudare era per gli altri, bere uno smoothie con alga spirulina è per noi. Ma poi chi vogliamo fregare? Lo facciamo sempre per gli altri, perché sono loro che speriamo che ci dicano quanto siamo in forma e dimagriti. Il palco della body positivity crolla in un attimo non appena troviamo qualche scorciatoia per essere magri per gli altri, anche senza filtri. Che sia un farmaco per diabetici poco male, l’ormai onnipresente Ozempic, prenderemo quello che serve, e se poi “bastano” 28 giorni per vincere la lotta contro gli addominali poco tonici individuando una parte delle mura domestiche come vittima sacrificale, possiamo trovare la forza di accettarlo. Accetteremo anche che se per 28 giorni ci appoggiamo a schiena nuda sudando, con le scarpe, con le mani, con le braccia quella parte di muro la dovremo ritinteggiare. Chiameremo un imbianchino o magari partirà una nuova challenge del fai da te, ma noi intanto avremo tentato per l’ennesima volta ad avere degli addominali da favola e dei glutei perfetti, perché in realtà la parte più faticosa di tutte è spegnere il senso di colpa e davvero farci bastare quello che vediamo quando allo specchio ci diciamo che noi valiamo.

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