Attualità | Coronavirus

Storie di medici in prima linea a Milano

Un bilancio dell'emergenza negli ospedali con due medici del San Raffaele, tra la paura dei primi giorni e le riflessioni sulla nuova fase.

di Corinne Corci

28 marzo (Photo by John Moore/Getty Images)

«I primi giorni dell’epidemia sono difficili da dimenticare». Che la situazione fosse seria, Giacomo Monti, medico specialista in anestesia e rianimazione dell’Ospedale San Raffaele da oltre 15 anni, l’ha capito atterrando all’aeroporto di Malpensa la sera del primo marzo. «Erano da poco passate le otto, eppure l’edificio sembrava deserto, come se fosse notte fonda. E da quel momento, per me, è iniziata la storia di questi ultimi mesi». La sua è una delle testimonianze che arrivano da Milano, città focolaio della pandemia in Lombardia su cui, dopo la prima settimana dall’inizio della fase 2, si sta ancora dibattendo circa l’opportunità o meno dell’allentamento delle restrizioni. Tra gli allarmi lanciati dalla Fimmg, la Federazione italiana medici di medicina generale – «attenzione che questa non diventi una nuova fase 1» – e quanti l’hanno ritenuta necessaria per il ripristino graduale di una “nuova normalità”.

Ci siamo chiesti come e se le cose fossero davvero cambiate negli ospedali, perché per molti di noi, quelli per cui il virus è rimasto fortunatamente qualcosa di lontano, serrato nei reparti di Terapia Intensiva, nelle vite degli altri e non nella nostra, la nuova fase, da lunedì scorso e dai giorni appena precedenti, si è presentata come quella delle domande sulle misure adottate dal governo e sulle circostanze. Cosa posso fare, dove posso andare, chi posso vedere, e se non dovessero calare i contagi, e se aumentassero i decessi. Per i medici, e per chi ha dato il proprio straordinario contributo nelle prime linee, è invece stato ancora il momento di agire, di interrogarsi sulle peculiarità di questa malattia: ed è proprio grazie a loro se «la situazione, rispetto alla prima fase, in ospedale è totalmente trasformata», chiarisce Monti, «ma ricordo ancora la paura e quella persistente incognita di quando tutto è iniziato».

Il giorno dopo il suo arrivo a Malpensa, gli dissero che sarebbe stato di turno nel pomeriggio, nella Terapia Intensiva appena creata per quei quattro pazienti Covid-19 che il San Raffaele aveva ricevuto dal lodigiano. «Ho iniziato alle 14, e di quel giorno ricordo soprattutto la fatica, perché non solo i malati erano tutti molto simili, ma presentavano un’insufficienza respiratoria grave. E poi ricordo il caldo, tanto», i due camici, la mascherina ffp2, i doppi guanti, la cuffia. I giorni successivi sono stati una corsa contro il tempo, «ma è la sera di sabato 7 marzo che non dimenticherò mai».

Monti aveva lavorato tutto il giorno in Terapia Intensiva, «avevamo 10 malati ed era stata una giornata interminabile. Quando credevo che avrei staccato, mi chiamò un collega del Pronto Soccorso, dicendomi di aver appena intubato una giovane donna da portarmi in reparto, dove i letti erano finiti». È stato allora che insieme a Roberto Faccincani, chirurgo coordinatore dell’area chirurgica del Pronto Soccorso dell’ospedale, ha deciso di mettere in atto il piano per le Maxi-Emergenze studiato e insegnato con il collega per tanti anni: aumentando la disponibilità di posti intensivi, con l’obiettivo non solo di offrire una “sanità di guerra”, ma cercando, anche durante un’emergenza, di creare i presupposti per una sanità di altissimo livello. Perché «l’emergenza Covid-19 ha avuto caratteristiche completamente differenti dalle emergenze affrontate in passato (l’incidente aereo di Linate, l’esplosione di una palazzina in via Lomellina, il deragliamento del treno a Pioltello nda). Qui si è trattato di un’emergenza infettivologica», spiega Faccincani, membro del più importante network europeo di chirurghi che lavorano nell’ambito della chirurgia d’urgenza e del trauma. «Ha richiesto uno sforzo logistico immane, soprattutto se si tiene conto della durata dell’emergenza che di solito non supera qualche giorno. Questa è durata mesi, e perdura anche oggi, nonostante le cose siano nettamente migliorate».

I due mesi che sono seguiti alla messa in atto del piano sono stati impegnativi, terribili. «In genere nel reparto in cui ho lavorato avevamo dieci pazienti, e in alcuni momenti cinque pazienti in contemporanea che dovevano essere sottoposti a una terapia particolare e molto complessa. Nell’arco di due settimane erano diventati 20 pazienti, e poi altri ancora, proprio mentre anche alcuni di noi, tra medici e infermieri, si stavano ammalando», racconta Monti. Non si sono fermati, cercando di trovare il protocollo più corretto per curare al meglio i loro malati: «Non è stato facile, e questo è stato un altro elemento caratterizzante della risposta del mio ospedale. Da un lato curare, ma dall’altro capire».

Oggi la situazione è profondamente cambiata, l’ospedale è trasformato: l’attività chirurgica elettiva è pressoché ferma, fatte salve le attività inderogabili. «Abbiamo attivato molte risorse, ci sono spazi che tre mesi fa sarebbe stato inimmaginabile attrezzare per accogliere i pazienti critici e meno critici affetti da Covid-19. Intanto l’arrivo dei malati in condizioni gravi in Pronto Soccorso sta diminuendo, e ciò ci permette di lavorare con più calma, di riflettere di più», continua. «Per noi questa è in realtà una fase 3, dopo una prima caratterizzata da pochi casi, una seconda di drastico aumento, e quella attuale, in cui il numero di pazienti positivi torna a diminuire», riflette Faccincani. «Speriamo che una quarta fase, la temuta fase di recrudescenza dell’epidemia, non debba mai presentarsi».

Perché la paura dei primi giorni, quella per sé stessi e per i propri cari, dell’angoscia che ha accompagnato le ore in Terapia Intensiva, Monti se la ricorda bene. «Non abbiamo mai avuto carenza di mezzi di protezione individuale, ma la concitazione al lavoro era talmente alta che non si riusciva ad avere il tempo per applicarli e utilizzarli in maniera corretta. E proprio per questa concitazione, di lavoro costante e senza pausa, faccio fatica a pensare a dei giorni peggiori. Piuttosto particolari». Particolari? «Molto tristi. Abbiamo visto morire persone tutti i giorni, anche giovani e complessivamente sane. Una volta tornato a casa non lasci completamente il tuo ruolo di medico e così continui a leggere e a studiare per capirne di più e rifletti anche sulle emozioni vissute in questo momento terribile. Siamo tornati dalle nostre famiglie stanchi, desiderando di andare a dormire il prima possibile, ma spesso non ce l’abbiamo fatta. Adesso la situazione sta migliorando anche da questo punto di vista, il carico di lavoro ed emotivo si sta lentamente alleggerendo».

Di quei momenti iniziali, Faccincani si ricorda dei parenti: «Ho visto padri, madri, figli e figlie lasciare i loro cari piangere nel Pronto Soccorso ad aspettare, quando sapevo che di lì a poco avrei dovuto informarli che la persona che avevano appena visto andare via non c’era più. E questo probabilmente è stato per me l’aspetto peggiore». Anche adesso, quando torna a casa, preferisce tenere la mascherina, evitando di abbracciare la sua famiglia. «Mi sono messo in quarantena volontaria sin dall’inizio. Ora avrei bisogno di un po’ di leggerezza».

Chiedersi cosa succederà, da qui in poi, considerando che ormai siamo entrati nella seconda settimana della seconda fase in cui tutto dipenderà dai numeri, per Monti, Faccincani e tutti gli altri medici è diventata un’abitudine. «La situazione è ancora estremamente aleatoria, ed è molto difficile fare previsioni», commenta Faccincani. «È vero, il numero dei pazienti positivi al Covid-19 che quotidianamente si presentano nel nostro Pronto Soccorso è in drastica riduzione, e ciò che possiamo fare è augurarci che questo trend continui. Anche perché è il momento di prendersi cura di tutti quei pazienti negativi che finora, per paura del contagio, sono rimasti a casa, nonostante presentino sintomi che in altri tempi li avrebbero portati da noi. Speriamo che un simile ritardo non si trasformi in condizioni ancora disperate». Per questo l’idea di tornare al carico di lavoro di qualche settimana fa li preoccupa. «Ma sono ottimista, e penso che anche in questa eventualità sarebbe comunque diverso», conclude Monti, «perché non sappiamo tutto, certo, ma molto più di prima, grazie anche a un apparato di ricerca non indifferente che abbiamo allestito», così che ogni malato Covid-19 ora partecipi a un grande studio di raccolta dati, che permette di capire qualcosa di più della patologia. «Sono fiducioso nel dire che il mio ospedale è preparato e pronto, adottando un modello molto elastico che, in caso di nuovo peggioramento, ci permetterà di tornare indietro e sviluppare nuovamente la nostra capacità più importante: reagire».

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