Hype ↓
16:34 giovedì 16 aprile 2026
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.
In Germania hanno lanciato un motore di ricerca che serve a scoprire se i propri parenti erano dei nazisti Lo ha realizzato il Die Zeit in collaborazione con l'Archivio federale nazionale: contiene 10,2 di tessere di iscritti al Partito nazionalsocialista.
Sembra che Zohran Mamdani e Rama Duwaji non parteciperanno al Met Gala di Anna Wintour pagato da Jeff Bezos Secondo le prime indiscrezioni, Mamdani e consorte avrebbero rifiutato l'invito all'evento perché finanziato dal miliardario.
Il governo di Pedro Sánchez rischia di cadere per colpa di Guernica di Picasso Tutto inizia con la richiesta del governo della comunità autonoma dei Paesi Baschi di portare l'opera a Bilbao. Richiesta negata dall'esecutivo Sánchez.
Cosa sappiamo del nuovo film di Sean Baker, a parte che si intitolerà Ti amo! e che sarà molto, molto italiano Il titolo scelto dal regista è di Anora per il nuovo film è Ti amo!, con il punto esclamativo. Secondo le indiscrezioni, potrebbe venire a girarlo in Italia.
Cosa ci fanno Brian Eno, FKA Twigs, Jim Jarmusch, Patti Smith, Blood Orange (e molti altri) alla Biennale di Venezia? Espongono le loro opere nel padiglione del Vaticano Per l'esposizione "The Ear Is the Eye of the Soul" la Santa Sede ha messo assieme una lineup degna dei migliori festival musicali.
In Russia non solo non si può vedere Heated Rivalry, ma si viene multati anche solo a parlarne Una rivista che aveva "osato" recensire la serie Hbo si è vista recapitare una multa di 500 mila rubli, l'equivalente di circa 6 mila euro.

Perché è così difficile raccontare la moda in tv?

Come già Emily in Paris e Made in Italy, anche la nuova miniserie Netflix dedicata al designer americano Halston cade in molti cliché.

19 Maggio 2021

Guardando Emily in Paris ci eravamo anche divertiti, un po’ per l’assurdità dei personaggi un po’ perché era divertente prendere in giro l’odiosa protagonista, mentre con Made in Italy avevamo potuto rivivere la grande stagione della moda italiana nel mondo, quando Milano è diventata una delle capitali dello stile e i nostri marchi erano sinonimi di un certo modo di intendere l’abito e l’atto del vestirsi. C’era però anche una sorta di amarezza, almeno per chi nella moda ci lavora e ne conosce i meccanismi, nel vedere quella grande storia ridotta, nonostante le ottime intenzioni, a delle favolette piene di cliché. È la stessa sensazione che si prova guardando Halston, la mini-serie prodotta da Ryan Murphy disponibile su Netflix. Dedicata alla parabola dell’unico couturier americano, come spesso viene definito, lo stesso che ha ispirato Tom Ford e ha saputo fondere l’easywear made in Usa con un nuovo concetto di eleganza indissolubilmente legato alla libertà, Halston è interpretato da Ewan McGregor, che riesce solo in parte a rendere l’estrosità del personaggio ma rende giustizia al suo essere, tra le altre cose, un uomo bellissimo.

Quello che la serie non riesce a fare, però, è restituirci la complessità della sua vicenda professionale, lui che fu protagonista della celebre Battle of Versailles, che nel novembre del 1973 vide cinque designer francesi “sfidare” cinque designer americani in un galà di beneficenza, organizzato per finanziare il restauro di Versailles. Da una parte c’erano Yves Saint Laurent, Hubert de Givenchy, Emmanuel Ungaro, Pierre Cardin e Marc Bohan che all’epoca disegnava Christian Dior, mentre dall’altra erano schierati Stephen Burrows, Anne Klein, Bill Blass, Oscar de la Renta e lo stesso Halston. All’indomani della serata, che fu poco calcolata dai media francesi perché beh, sono francesi, Wwd titolava “Americans came, they sewed, they conquered”, e cioè gli americani sono arrivati a Parigi e hanno conquistato la città con i loro vestiti. Un’esagerazione in parte giustificata, se non altro dalla freschezza di stilisti come Burrows, che portarono sulla passerella della reggia modelle nere che poco si erano viste a Parigi fino a quel momento: Pat Cleveland, Bethann Hardison, Billie Blair e Norma Jean Darden tra le altre, che ballarono e fecero vogueing – «Sorry Madonna», ha detto Cleveland rivendicando l’origine del trend – conquistando così l’ingessata platea. E se c’è in effetti una cosa che quei designer possedevano, a fronte dei pomposi set messi in piedi dalle loro controparti francesi, era una freschezza di visione sulla moda che era, a tutti gli effetti, lungimirante. 

Halston ne è l’esempio perfetto, lui che nel 1961 aveva messo il cappellino in testa a Jackie Kennedy ma poi aveva deciso di diventare uno stilista a tutto tondo, ché le donne i cappellini non se li mettevano più, e allora aveva utilizzato il suede sintetico che non si macchia sotto la pioggia, ribattezzandolo “Ultrasuede”, regalando così alle newyorkesi l’abito chemisier perfetto per vivere la loro frenetica vita di città, lui che aveva reso sexy Liza Minelli, lui che ha creato il “wrap-dress” e il caftano anni Settanta con l’effetto tie-dye – idea che la serie attribuisce a Joel Schumacher, sì quel Joel Schumacher, che prima di Hollywood aveva iniziato nella moda – uno stile che ha segnato un’epoca e che ci fa immediatamente pensare a Cher e Anjelica Huston, due tra le celebri “Halstonettes”, come le definì André Leon Talley. La bottiglia del suo primo profumo, successo incredibile, la disegnò la splendida Elsa Peretti, sua collaboratrice, musa e amica, che anche grazie a lui andrà a lavorare da Tiffany & Co., diventando una delle designer di gioielli più apprezzate al mondo. Halston è stato un precursore suo malgrado, anche di operazioni che poi ne decretarono il fallimento, come la disgraziata collaborazione con i magazzini JCPenney per una linea di abiti, accessori e addirittura tappeti a prezzi modici, che fu un flop e che segnò la fine della sua epoca d’oro. Pensando a quello che fa oggi Virgil Abloh con Ikea, un tappeto firmato da un designer ci sembra tutt’altro che un’idea bizzarra, semmai dell’ottimo marketing, senza contare lo sdoganamento delle collaborazioni con il fast fashion degli ultimi dieci anni.

Ewan McGregor in “Halston” su Netflix dal 14 maggio

Ma la storia di Halston è interessante soprattutto per gli aspetti più tecnici, come il complicato rapporto che lo legò alla conglomerata che investì nella sua azienda alla quale, con una leggerezza che nella moda è stata ahimè frequente, vendette di fatto il suo nome. Fu licenziato nel 1984 e non poté più disegnare come Halston, morì nel 1990 per complicazioni legate all’Aids quando il suo mito si era ormai sfaldato, un altro copione spesso visto nell’industria (viene in mente il nostro Walter Albini). Alla sua famiglia la serie non è piaciuta per niente, soprattutto perché si concentra moltissimo sulla sua vita privata, tra party allo Studio 54 e incursioni al porto dove si faceva cruising, e poco sul suo genio creativo, nonostante tutti ripetano sempre «Sei un genio!». Halston fa parte del pacchetto di serie prodotte da Ryan Murphy per Netflix e, purtroppo, ha tutti i difetti che caratterizzano gli ultimi progetti del regista e sceneggiatore: è esteticamente appagante ma piena di ripetizioni e formule preconfezionate, che costringono un personaggio eclettico come lo stilista nel più vuoto dei cliché legati alla moda, il creativo scorbutico, la cui parte edonistica, che pure si rifletteva nei suoi vestiti (l’ha raccontato bene Rachel Tashjian su Gq), è tutta relegata alle avventure notturne. Non che ci sia niente di male, in quella parte, ma il suo contributo al successo della moda americana nel mondo rimane sullo sfondo, mai veramente esplorato, perché evidentemente, anche per uno camp come Murphy la moda non può stare al centro della storia.

Articoli Suggeriti
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno)

Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.

La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits

Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.

Leggi anche ↓
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno)

Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.

La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits

Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.

Quando è uscito, Operazione Shylock era “solo” un romanzo che parlava di Philip Roth. Adesso è un romanzo che parla del nostro mondo

Adelphi ha appena ripubblicato – con la bellissima traduzione di Ottavio Fatica – il romanzo del 1993. Rileggerlo oggi è come scoprire un intero mondo che Roth aveva previsto e spiegato già all'epoca.

Cosa sappiamo del nuovo film di Sean Baker, a parte che si intitolerà Ti amo! e che sarà molto, molto italiano

Il titolo scelto dal regista è di Anora per il nuovo film è Ti amo!, con il punto esclamativo. Secondo le indiscrezioni, potrebbe venire a girarlo in Italia.

In Russia non solo non si può vedere Heated Rivalry, ma si viene multati anche solo a parlarne

Una rivista che aveva "osato" recensire la serie Hbo si è vista recapitare una multa di 500 mila rubli, l'equivalente di circa 6 mila euro.

di Studio
Per la Design Week, Golden Goose trasforma l’Arena in un playground dove tutto può succedere

Il "cortile metafisico" della Golden Goose Arena il 21 aprile smette di essere un campo da padel e diventa una scenografia da abitare, dove sport, design, musica e community si sfidano a ritmo di dj set.