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13:08 martedì 31 marzo 2026
Dopo i casi di Bergamo e Perugia, anche in Italia si sta iniziando a parlare di Nihilistic Violent Extremism Inventata negli Usa, la definizione identifica crimini commessi da giovani e giovanissimi in cui la violenza non è un mezzo per raggiungere nulla ma il fine stesso dell'azione.
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È vero che il Ministro della Difesa Crosetto ha negato agli Usa il permesso di usare la base di Sigonella, ma è vero anche che gli Usa il permesso nemmeno lo avevano chiesto Quando il Comando Usa il permesso lo ha finalmente chiesto era troppo tardi e Crosetto non ha potuto fare altro che negarlo.
La produttrice di La voce di Hind Rajab è riuscita a far fuggire la famiglia di Hind Rajab dalla Striscia di Gaza La madre della bambina, Wissam, e altri otto membri della famiglia sono così riusciti ad arrivare in Grecia e ottenere lo status di rifugiati.
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Il momento più surreale della visita a Roma di Robert Pattinson e Zendaya è stato indubbiamente la foto al Campidoglio con il sindaco Gualtieri Il sindaco è riuscito a rubare la scena anche a due stelle di Hollywood, a conferma del naturale carisma con cui si conduce sempre in tutte le uscite social.
KitKat ha confermato che il furto di un camion con 12 tonnellate di KitKat avvenuto in Italia è una notizia vera, è successo davvero Mentre parliamo, c'è qualcuno, da qualche parte in Europa, che sta nascondendo 413.793 barrette di KitKat a forma di macchina da Formula 1.

Perché è così difficile raccontare la moda in tv?

Come già Emily in Paris e Made in Italy, anche la nuova miniserie Netflix dedicata al designer americano Halston cade in molti cliché.

19 Maggio 2021

Guardando Emily in Paris ci eravamo anche divertiti, un po’ per l’assurdità dei personaggi un po’ perché era divertente prendere in giro l’odiosa protagonista, mentre con Made in Italy avevamo potuto rivivere la grande stagione della moda italiana nel mondo, quando Milano è diventata una delle capitali dello stile e i nostri marchi erano sinonimi di un certo modo di intendere l’abito e l’atto del vestirsi. C’era però anche una sorta di amarezza, almeno per chi nella moda ci lavora e ne conosce i meccanismi, nel vedere quella grande storia ridotta, nonostante le ottime intenzioni, a delle favolette piene di cliché. È la stessa sensazione che si prova guardando Halston, la mini-serie prodotta da Ryan Murphy disponibile su Netflix. Dedicata alla parabola dell’unico couturier americano, come spesso viene definito, lo stesso che ha ispirato Tom Ford e ha saputo fondere l’easywear made in Usa con un nuovo concetto di eleganza indissolubilmente legato alla libertà, Halston è interpretato da Ewan McGregor, che riesce solo in parte a rendere l’estrosità del personaggio ma rende giustizia al suo essere, tra le altre cose, un uomo bellissimo.

Quello che la serie non riesce a fare, però, è restituirci la complessità della sua vicenda professionale, lui che fu protagonista della celebre Battle of Versailles, che nel novembre del 1973 vide cinque designer francesi “sfidare” cinque designer americani in un galà di beneficenza, organizzato per finanziare il restauro di Versailles. Da una parte c’erano Yves Saint Laurent, Hubert de Givenchy, Emmanuel Ungaro, Pierre Cardin e Marc Bohan che all’epoca disegnava Christian Dior, mentre dall’altra erano schierati Stephen Burrows, Anne Klein, Bill Blass, Oscar de la Renta e lo stesso Halston. All’indomani della serata, che fu poco calcolata dai media francesi perché beh, sono francesi, Wwd titolava “Americans came, they sewed, they conquered”, e cioè gli americani sono arrivati a Parigi e hanno conquistato la città con i loro vestiti. Un’esagerazione in parte giustificata, se non altro dalla freschezza di stilisti come Burrows, che portarono sulla passerella della reggia modelle nere che poco si erano viste a Parigi fino a quel momento: Pat Cleveland, Bethann Hardison, Billie Blair e Norma Jean Darden tra le altre, che ballarono e fecero vogueing – «Sorry Madonna», ha detto Cleveland rivendicando l’origine del trend – conquistando così l’ingessata platea. E se c’è in effetti una cosa che quei designer possedevano, a fronte dei pomposi set messi in piedi dalle loro controparti francesi, era una freschezza di visione sulla moda che era, a tutti gli effetti, lungimirante. 

Halston ne è l’esempio perfetto, lui che nel 1961 aveva messo il cappellino in testa a Jackie Kennedy ma poi aveva deciso di diventare uno stilista a tutto tondo, ché le donne i cappellini non se li mettevano più, e allora aveva utilizzato il suede sintetico che non si macchia sotto la pioggia, ribattezzandolo “Ultrasuede”, regalando così alle newyorkesi l’abito chemisier perfetto per vivere la loro frenetica vita di città, lui che aveva reso sexy Liza Minelli, lui che ha creato il “wrap-dress” e il caftano anni Settanta con l’effetto tie-dye – idea che la serie attribuisce a Joel Schumacher, sì quel Joel Schumacher, che prima di Hollywood aveva iniziato nella moda – uno stile che ha segnato un’epoca e che ci fa immediatamente pensare a Cher e Anjelica Huston, due tra le celebri “Halstonettes”, come le definì André Leon Talley. La bottiglia del suo primo profumo, successo incredibile, la disegnò la splendida Elsa Peretti, sua collaboratrice, musa e amica, che anche grazie a lui andrà a lavorare da Tiffany & Co., diventando una delle designer di gioielli più apprezzate al mondo. Halston è stato un precursore suo malgrado, anche di operazioni che poi ne decretarono il fallimento, come la disgraziata collaborazione con i magazzini JCPenney per una linea di abiti, accessori e addirittura tappeti a prezzi modici, che fu un flop e che segnò la fine della sua epoca d’oro. Pensando a quello che fa oggi Virgil Abloh con Ikea, un tappeto firmato da un designer ci sembra tutt’altro che un’idea bizzarra, semmai dell’ottimo marketing, senza contare lo sdoganamento delle collaborazioni con il fast fashion degli ultimi dieci anni.

Ewan McGregor in “Halston” su Netflix dal 14 maggio

Ma la storia di Halston è interessante soprattutto per gli aspetti più tecnici, come il complicato rapporto che lo legò alla conglomerata che investì nella sua azienda alla quale, con una leggerezza che nella moda è stata ahimè frequente, vendette di fatto il suo nome. Fu licenziato nel 1984 e non poté più disegnare come Halston, morì nel 1990 per complicazioni legate all’Aids quando il suo mito si era ormai sfaldato, un altro copione spesso visto nell’industria (viene in mente il nostro Walter Albini). Alla sua famiglia la serie non è piaciuta per niente, soprattutto perché si concentra moltissimo sulla sua vita privata, tra party allo Studio 54 e incursioni al porto dove si faceva cruising, e poco sul suo genio creativo, nonostante tutti ripetano sempre «Sei un genio!». Halston fa parte del pacchetto di serie prodotte da Ryan Murphy per Netflix e, purtroppo, ha tutti i difetti che caratterizzano gli ultimi progetti del regista e sceneggiatore: è esteticamente appagante ma piena di ripetizioni e formule preconfezionate, che costringono un personaggio eclettico come lo stilista nel più vuoto dei cliché legati alla moda, il creativo scorbutico, la cui parte edonistica, che pure si rifletteva nei suoi vestiti (l’ha raccontato bene Rachel Tashjian su Gq), è tutta relegata alle avventure notturne. Non che ci sia niente di male, in quella parte, ma il suo contributo al successo della moda americana nel mondo rimane sullo sfondo, mai veramente esplorato, perché evidentemente, anche per uno camp come Murphy la moda non può stare al centro della storia.

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