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Una ricerca dice che gli investimenti in energie rinnovabili sono arrivati al punto di svolta positivo: producono effetti molto migliori del previsto a un costo molto inferiore delle aspettative Ma i problemi rimangono, perché ancora oggi per ogni euro investito per proteggere la natura se ne spendono 30 per distruggerla, si legge nella stessa ricerca.
Una raver ha lanciato una petizione per vietare i pantaloni di Hello Kitty ai rave «I rave non sono pigiama party. I pantaloni del pigiama servono per dormire», ha scritto Samantha Scott su Change.org, in una petizione che finora non ha riscosso grande successo.
L’UE vuole che il Canada diventi un “membro associato” dell’Unione, ma nemmeno l’Unione sa cosa vuol dire diventare un membro associato dell’UE Ursula von der Leyen ha avanzato la proposta, il Canada si è detto interessato, resta solo da capire che cosa comporti questa proposta.
La prima ricerca sul disastro in Nepal ha confermato quello che tutti sospettavano: la crisi climatica c’entra eccome in quello che è successo Lo ha realizzato la climatologa Friederike Otto dell'Imperial College di Londra: per lei, i nepalesi stanno pagando una crisi provocata dalle emissioni di combustibili fossili.
Una città in Belgio ha affidato la cura dei suoi prati a un gregge di pecore e le pecore sono state così brave a curare i prati che ora il Comune assumerà altre pecore per curare i prati Si chiamano Lactose, Rayban, Pils, Domino, Katimini, Maria, Juliette e Puyu. E il Comune di Ixelles non può più fare a meno di loro nella cura del verde pubblico.
Stati Uniti e Israele hanno concluso una delle più grosse compravendite di una delle più grosse bombe di tutti i tempi Bombe che pesano tutte almeno una tonnellata, pensate per distruggere edifici interi e che quando esplodono lasciano crateri profondi 15 metri.
Prima di vincere la Coppa Volpi a Venezia, Mathilde Arcel è dovuta tornare a Copenaghen per presentarsi al centro per l’impiego perché è iscritta alle liste di collocamento e prende il sussidio di disoccupazione È successo subito dopo la prima di Woman Unknown, il film di May el-Toukhy che le è valso il premio per la Migliore interpretazione femminile.
Macklemore ha donato tutti i soldi guadagnati nel tour di Ed Sheeran a organizzazioni umanitarie che aiutano i palestinesi Un milione di dollari a sei diverse organizzazioni umanitarie. «Una vita palestinese non vale meno di qualsiasi altra vita sulla Terra», ha detto.

Le architetture viventi di Michele De Lucchi

Con le sue Satellite Stations, l'architetto immagina una forma nuova di architettura: edifici di legno non più pensati per l'eternità ma, proprio come il legno, per essere parte dell'ecosistema naturale.

di Studio
28 Novembre 2022

Michele De Lucchi, architetto e fondatore di AMDL CIRCLE, è stato uno degli ospiti di Ripensare tutto – Conversazioni sul futuro, l’undicesima edizione del nostro festival annuale, come sempre ospitato nel Salone d’Onore di Triennale Milano. Nel panel di cui è stato protagonista, De Lucchi ci ha parlato della necessità di ripensare gli spazi vitali degli esseri umani e di iniziare a progettare edifici che seguano il ciclo vitale dell’ecosistema di cui facciamo parte. È da qui che nascono le sue Satellite Stations, piccoli spazi costruiti in legno, che vengono dalla natura e pensati per tornare, alla fine della loro vita, alla natura, di cui potete leggere un approfondimento in questo pezzo.

Nel presente che viviamo non c’è concetto più distante e alieno di quello di eternità. Viviamo un’epoca che ricorda sempre di più l’Europa dell’anno Mille, l’anno in cui dalla superstizione venne la certezza dell’imminente fine del mondo. L’unica differenza tra l’anno Duemilaventidue e l’anno Mille è che la nostra certezza dell’apocalisse prossima non è basata su cervellotiche interpretazioni di testi sacri ma su incontrovertibili dati scientifici. Questa certezza ci sta spingendo a ripensare una delle dicotomie fondamentali della storia dell’umanità: quella tra eternità e temporalità. Lo stiamo facendo nella società, nella cultura, nelle arti, nell’economia, in tutti gli aspetti dell’esistenza che ci impongono di immaginare un tempo che non sarà più il nostro. Da certi punti di vista, non c’è un campo della conoscenza e dell’azione umana che si presti meglio a questa riflessione dell’architettura: di noi resterà quello che abbiamo costruito, d’altronde. Riflettere sul tempo ci rinvia continuamente a una serie di domande sul futuro e sulla nostra condizione, che in architettura determinano scelte progettuali. Scelte che Michele De Lucchi, architetto e fondatore di AMDL CIRCLE, ha raccontato durante “Ripensare tutto”, l’undicesima edizione del festival di Rivista Studio, di cui è stato uno dei protagonisti. «Una delle cose che bisogna ripensare presto, e bene – ha spiegato l’architetto – è che cosa destinare all’eternità e che cosa consumare subito. Perché ci sono delle cose che meritano che restino lì sempre e altre no, e questo bisogna pensarlo in fretta perché trovandoci in una “exponential age”, tutto cambia sempre a velocità superiore, perciò tante cose devono rimanere, per esempio l’umanità ci conviene tenerla, ma poi tante altre cose è meglio che le cambiamo, che le ricicliamo e le facciamo diventare concime per le piante».

Oggi sulla Terra vivono più di otto miliardi di esseri umani. Nessuna specie vivente è stata “disegnata” per occupare tutto lo spazio e consumare tutte le risorse ormai necessarie alla sopravvivenza quotidiana dell’umanità. Il pianeta oggi è semplicemente troppo ingombro, eppure questo non fa che aggravare il nostro bisogno di edifici, di spazi che possano accogliere, contenere, sostenere la vita. Ma la lezione degli architetti antichi, dei costruttori egizi, greci, romani, va superata: non possiamo più costruire monumenti che aspirino all’eternità. Quello che costruiremo in futuro dovrà necessariamente essere parte dell’ecosistema e partecipare al ciclo dell’evoluzione: dovrà nascere, crescere e morire, esistere finché è utile e poi smettere di esistere quando sarà necessario. È da questa idea, dalla necessità di superare finalmente la dicotomia tra eternità e temporalità, che nascono le Satellite Stations di Michele De Lucchi. Anzi, in realtà le Satellite Stations nascono da una domanda e sono solo un tentativo di rispondere a quella domanda: se non possiamo più permetterci di costruire per l’eternità, perché non pensare che anche l’architettura possa essere fertile? Perché non immaginare edifici che, una volta concluso il loro momento nell’esistenza, lascino di sé un contributo alla fase successiva della vita sulla Terra? Venire dalla terra e alla terra ritornare, proprio come il legno che si scompone nell’humus. Architetture fertili, le chiama lui. «Dobbiamo ripensare alla parola sostenibilità. Io ho sostituito la parola sostenibilità con la parola fertilità, perché la sostenibilità mi porta continuamente verso un mondo di disperazione e sofferenza, perché “non posso fare quello perché consumo energia o perché è inquinante”, “non posso respirare perché consumo l’ossigeno dell’aria”. E alla fine chi ha la tendenza alla paranoia come me arriva a quello. Invece con la parola fertilità mi sembra che anche i prodotti industriali, anche le architetture possano diventare altro».

Non a caso, le Satellite Stations sono fatte di legno. Sono fatte di legno perché, secondo De Lucchi, «sui materiali la cosa più importante da dire riguarda la relazione con i materiali naturali, cioè fondamentalmente materiali di derivazione vegetale e organica. Il mondo vegetale è un mondo straordinario che conosciamo pochissimo e anche quello che conosciamo non lo usiamo». Le Satellite Stations sono serre, palchi, piccoli pensatoi e padiglioni collaterali fatte di legno, il materiale che più e meglio di tutti racconta il legame ancestrale tra l’uomo e la natura che lo circonda. Il legno si naturalizza, ha inscritto nei geni il proprio consumo e deperimento, e da questa trasformazione naturale e quindi inevitabile trae la sua bellezza. Le Satellite Stations vivono un rapporto sintonico con il tempo, si inseriscono nel suo flusso, portano addosso le tracce dei fenomeni atmosferici. Come il legno, traggono il loro fine dalla loro fine: sono destinate a diventare nutrimento per la natura dalla quale provengono, concime per le piante. Di queste stazioni De Lucchi ne ha immaginate sei, dividendole in due gruppi corrispondenti ai due spazi in cui è divisa la vita umana: quello dell’introspezione e quello della relazione. Al primo gruppo appartengono la Cappella della luce, la Prospettiva della mente e il Laboratorio mistico; nel secondo ci sono il Giardino della cultura, il Salone della festa e il Palco acustico.

La Cappella della luce è uno spazio per la meditazione costruito attorno alla consapevolezza che la luce naturale è vita. Attraverso un tunnel, sempre aperto come la bocca di una caverna, si accede a una stanza buia. È un buio volutamente disorientante, «come prima che ci fosse il mondo, come prima che esistessero gli alberi, i fiori, gli uomini, buio come il buio dell’ignoranza». Ma in alto c’è un camino che proietta un raggio di luce, come una simbolica conoscenza, così tangibile che ti induce a toccarlo. La Prospettiva della mente è un rifugio trasparente sistemato alla fine di un ambiente che comincia angusto e pian piano si espande in una grande parete verticale. La costruzione ha la forma di un cono: si entra dal vertice, si attraversa la navata buia e si arriva in una teca di vetro, che si protende fuori alla base della grande parete. Qui si guarda l’esterno e si ammira la natura in ogni sua manifestazioni. Nel Laboratorio mistico si costruisce la connessione tra mani e mente: è una capanna attrezzata per il lavoro manuale, in cui recuperare la certezza che il valore degli oggetti sta nel senso umano che ci trasferiamo con il nostro lavoro e il nostro attaccamento. Il tetto di legno, a falde raso terra, contiene numerose finestre dalle quali penetra una luce diffusa. È l’atmosfera ideale per la concentrazione, dove le mani traducono il pensiero e diventano lo strumento della mente, che rende tangibile negli oggetti l’intangibilità delle idee.

Il Giardino della cultura è una serra per la crescita collettiva, dove si coltivano le idee circondati dai semi, piante, dalla vita che cresce. Il mondo umano e vegetale si incontrano nello stesso ambiente, in un auditorium di legno e vetro dove affinare, attraverso il dialogo, le facoltà intellettuali e la sensibilità umane. La forma circolare e la cupola conica rafforzano la comunione degli intenti e stimolano la condivisione delle idee. Il Salone della festa è il satellite in cui si fa scoccare la scintilla della socialità: un padiglione rotondo dove incontrare, mangiare, ascoltare musica, fare festa danzando nella natura. La circolarità della sala, grazie alla sua geometria crea un’atmosfera ideale per lo scambio e la connessione, evita l’isolamento tra le persone e favorisce una cooperazione felice. Infine, l’ultima stazione di questo viaggio nell’architettura fertile: il Palco acustico. È un palcoscenico coperto che crea un’esperienza alternativa e naturale di musica e architettura, favorendo la connessione tra le persone e l’ambiente. La struttura in legno è una cassa armonica, che come una conchiglia amplifica suoni e melodie, senza strumentazioni elettroniche. Il palco può adagiarsi sulle sponde dei laghi o lungo i declivi dei boschi per diffondere la musica all’aria aperta.

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